Albonico, amarcord/2 - su Pajola, Dan Peterson, Tom McMillen, Alexander Belov ed altro ancora

Scritto da  Gen 16, 2019

 

Renato Albonico, veneziano, classe’47, playmaker della Virtus della rinascita in epoca porelliana, negli anni settanta, ci ha regalato un pomeriggio di ricordi su quel periodo, che abbiamo cominciato a riportare la scorsa settimana. Dal suo racconto emergeva un dato incontrovertibile: la Virtus allora aveva scelto la via dei giovani per ripartire, rifondare tecnicamente una squadra che di lì a poco sarebbe entrata nel mito della pallacanestro italiana, coi suoi quattro scudetti in nove anni, dal ’76 all’84, prima degli altrettanto mitici anni novanta di Danilovic, fino al Grande Slam.

Ripartì dai giovani, appunto. Forse allora era ancora possibile, oggi non tutto il pubblico dei tifosi sembra disposto a pazientare per il tempo che un simile progetto richiederebbe. Alessandro Pajola, per esempio, il più promettente tra i giovani lanciati dal vivaio virtussino, è al centro di tante polemiche. Albonico cosa ne pensa?

“Di Pajola penso tutto il bene possibile, però credo anche che debba smetterla di entrare in campo con l’idea di essere un giovane e che debba farlo ritenendo di essere uno come tutti gli altri dai quali ci si aspettano precisi gesti tecnici. Deve, cioè, entrare non solo preoccupandosi di non fare danni, se vuole crescere di categoria, ma prendere iniziative con più regolarità. Il talento c’è tutto e lo ha dimostrato ma si migliora quando sai che l’allenatore ti mette dentro per la tua bravura, non solo quando il titolare ha fatto troppi falli o è un po’ stanco. Certo, fondamentale in questi casi è sentire la piena fiducia degli altri, i compagni in primis, e, non so, forse oggi c’è meno spirito di squadra di una volta, il pieno professionismo ha modificato diverse cose, sono cambiati gli interessi dei giocatori”

Dunque, potrebbe essergli utile un anno, per dire, in prestito in A2?

“Assolutamente no. Chi va in A2 poi fa un’enorme fatica a schiodarsi da lì, è un campionato tutto differente dalla A e per un playmaker il rischio, quasi la certezza, è adeguarsi a ritmi, ad avversari di tutt’altra categoria. Quali sono i playmaker oggi protagonisti in serie A cresciuti in A2?”

Tornando al racconto degli anni passati, un anno e mezzo con Nico Messina allenatore, l’arrivo di John Fultz che riaccese l’entusiasmo del tifo virtussino, poi fu la volta dell’arrivo di Dan Peterson, nel 1973.

“Esatto, e con lui cambiarono molte cose, sul piano tecnico, ma non solo. Era un grande personaggio, ma soprattutto un allenatore capace di proiettarci in una dimensione di levatura superiore, per l’esperienza maturata in USA e nel suo peregrinare internazionale.  Non a caso il suo primo anno vincemmo subito la Coppa Italia. Già l’anno prima, giocando accanto ad un fenomeno come Fultz, avevamo preso una confidenza in noi veramente notevole, tanto da riuscire a sopperire, con una serie di vittorie, all’assenza di John fuori per infortunio, nel girone di ritorno, per oltre un mese (vincendo pure un derby, ndr.). Con l’arrivo di Peterson tuttavia facemmo il vero salto di qualità.”

Però, con l’arrivo di Peterson non maturarono molti dubbi sull’opportunità o meno di mantenere Fultz come americano?

“A dire il vero era solo una parte della società che la pensava in questa maniera. Porelli, invece, era tutto dalla parte di Fultz, non si sarebbe mai voluto privare di un simile campione. Si può dire che il problema, per alcuni, fosse Gigi Serafini. Lui giocava meravigliosamente contro Bob Lienhard, il grande americano di Cantù, ma con gli altri non era infrequente che facesse fatica, nonostante desse sempre un contributo enorme. D’altra parte, aveva ogni settimana a che fare con gente come Steve Hawes, Chuck Jura, Willie Sojourner, Jim Williams e via discorrendo. Quasi tutte le squadre avevano il pivot americano, eccezion fatta per noi e, naturalmente, la Varese di Meneghin. Gigi non era solo utile, era bravissimo, non era raro che segnasse anche venti punti, ma quando a me è capitato, contro Varese, appunto, di dover marcare Raga, o Yelverton, ho capito cosa provava Serafini ogni partita e mi chiedevo come facesse a reggere l’impatto con simili fenomeni. Quando lo straniero era solo uno per squadra arrivavano per lo più giocatori fortissimi, di conseguenza in società cresceva il desiderio di prendere anche in Virtus un pivot. Porelli, che non era d’accordo, durante uno stop di campionato, con John negli USA per una breve vacanza, fece allora arrivare in prova Steve Mitchell, che era bravissimo (è stato anche mio compagno in seguito a Forlì), ma fu fatto arrivare di corsa e, sceso dall’aereo, venne messo su un pullman e impiegato in una amichevole contro la Splugen Venezia, ovvero contro Hawes, che naturalmente lo surclassò. Insomma, fu un disastro ben organizzato da Porelli che voleva restasse Fultz. Chi era Hawes, per chi non lo ricordasse, faccio presto a dirlo: dopo Venezia, passò dieci anni in NBA tra Houston, Atlanta, Seattle, un centro che poteva giocare in ogni parte del campo. Una volta giocavamo contro la Reyer, una delle più belle partite della mia vita proprio contro la “mia” squadra; parevo incontenibile, Paron Zorzi poteva farmi marcare da chiunque e facevo sempre canestro, 18 punti nel primo tempo. Al rientro sul parquet dopo l’intervallo a difendere su di me inaspettatamente trovai viceversa Hawes, un centro (col quale sono ancora in grande amicizia). Lì per lì pensai che non mi avrebbe potuto tenere, invece non vidi più la palla, segnai solo altri due punti e Peterson dovette togliermi per la disperazione. Si intuisce perché il povero Gigi fosse varie volte in crisi? Comunque la prova con Mitchell aveva permesso a Porelli di tenere Fultz, che sarebbe rimasto ancora se non fosse capitata l’occasione di Tom McMillen che, non occorre ricordarlo, era tutta un’altra cosa. Un mostro, per il campionato italiano, e non solo. Credo sia ancora il giocatore con la più alta media punti segnati nella Virtus, primo forse anche come rimbalzista, pur non giocando centro (ma era pur sempre un 2,10 abbondanti). Nonostante questo il mio cruccio è stato quello di non essere riuscito, probabilmente, a farlo rendere per il suo vero valore, poiché non ci allenavamo praticamente mai con lui, che arrivava da Oxford solo il giovedì o il venerdì sera e la domenica ripartiva subito: chissà cosa avremmo potuto fare se l’avessimo avuto a tempo pieno. Forse è stato il mio anno più brutto, perché era straordinario ma bisognava che uno gli desse poi la palla e non allenandoci mai assieme diventava arduo capire come servirlo sempre a dovere. L’americano più forte che ricordi, assieme a Jim Mc Daniels, di Udine, altro fenomeno NBA. Ricordo le due partite contro Udine: praticamente eravamo in otto, in campo, a vederli giocare ammirati: uno che schiacciava da una parte, l’altro che segnava incredibilmente dall’altra. Un grande spettacolo per noi come per i tifosi.”

Quello stesso anno, il ’74/’75, era andato via Gergati, come mai?

“Perché la società aveva dei giovani che stavano crescendo bene, fra cui Massimo Antonelli e Piero Valenti, e dietro loro Francesco Cantamessi. Il progetto di lasciare spazio ai giovani stava pagando, avendo portato come risultato la crescita di giocatori, oltre a Serafini, di un Loris Benelli, e poi appunto Antonelli, Marco Bonamico, Valenti e altri ancora”

Quello fu anche l’anno del ritorno in Europa

“Fu bello giocare in Coppa, per quanto fosse stranissima. Perdevi magari di trenta in trasferta e vincevi di trentadue in casa, come è capitato con il Maccabi. A questo proposito ricordo che per la partita di ritorno, dopo che all’andata avevamo perso di brutto, un gruppo di agenti speciali israeliani arrivò giorni prima per verificare la sicurezza dell’impianto. C’era appena stato il primo attentato terrorista antisionista, il Mossad teneva sotto controllo il Palasport. Durante la partita, ad un certo punto scoppiò una rissa tra McMillen e Chetam. Gli arbitri espulsero entrambi, ma ne venne fuori un parapiglia ed un loro giocatore scivolò, sbatté il naso contro la panchina e si riempì di sangue. I loro agenti si fiondarono sul campo, furono momenti di tensione con i tifosi che urlavano “fedayn, fedayn”, ce la stavamo vedendo brutta. Comunque vincemmo e, di poco, passammo il turno. Poi, alla fine andammo tutti a mangiare insieme: era bello, perché in Coppa si consolidavano amicizie magari create fin dalle giovanili, da allora conservo il ricordo di un bellissimo fermacarte israeliano che mi era stato regalato. Questo mi ricorda il grande Alexander Belov, uno dei più forti giocatori europei, l’autore del canestro vincente alle Olimpiadi contro gli USA. Eravamo andati a giocare a Leningrado contro lo Spartak, la seconda squadra sovietica dopo l’Armata Rossa. A due minuti dalla fine stavamo perdendo di dieci punti, ma da lì non ci permisero più di passare la metà campo, in un modo o nell’altro, e così perdemmo di oltre venti. A Bologna naturalmente vincemmo noi. Come con la Jugoplastika di Solman e Rato Tvrdic, che vinse la Coppa, ma con entrambe perdemmo lo scontro diretto. Alexander a Leningrado voleva vendermi delle magnifiche icone russe, ma io non mi fidai, non sapevo come avrei potuto aggirare la dogana all’aeroporto. Erano severissimi, controllavano anche i calzini. Una di quelle icone l’ho poi comprata più avanti, quando venne a giocare in Italia, a Forlì, con la nazionale: aveva con sé una quantità di prodotti, enormi scatole di caviale pressoché invendibili, da noi. Purtroppo, quella deve essere stata la sua ultima trasferta, perché tornato in patria venne arrestato e in seguito dato per morto, non si è mai saputo bene come.

Per me peraltro erano le ultime partite in bianconero. La Virtus aveva imparato a ragionare da grande squadra. Avevamo cominciato a vincere contro Varese in casa, perché non nutrire progetti sempre più ambiziosi? Cominciarono a pensare a Charly Caglieris. Mi resta la consolazione di essermene andato per lasciare il posto al migliore play d’Italia, all’epoca. Poi, tornò Terry Driscoll. Tom era un mostro, ma un individualista. Driscoll era l’uomo squadra per eccellenza, serviva dieci volte di più, per quanto la gente ci abbia messo mesi per capirlo: non segnava come McMillen, ma chiudeva tutti i buchi in difesa, rimbalzi, passaggi, una intelligenza cestistica sopraffina per non dire come teneva lo spogliatoio. Nel frattempo Bertolotti era diventato il miglior giocatore italiano, e lo sarebbe stato per diversi anni ancora, Bonamico era cresciuto e come cambio era diventato importantissimo, più Antonelli, dal tiro mortifero, Serafini e poi c’era Charly.”

Era il campionato 1975/76, quello del settimo scudetto.

 

Ultima modifica il Mercoledì, 16 Gennaio 2019 14:23
Andrea Marcheselli

Bolognese, giornalista di ormai vecchia data, critico teatrale e letterario, da sempre appassionato di basket è stato giocatore, dirigente ma soprattutto allenatore, ed ora per 1000 Cuori Rossoblu anche commentatore delle vicende virtussine