7 Febbraio: il punto su Basket City. Avanti tutta, ma con i piedi per terra

Scritto da  Feb 07, 2019

Ci fosse mai bisogno di una conferma del fatto che occorre andare sempre molto cauti nell’emettere sentenze, in particolar modo in materia sportiva, gli ultimi quattro giorni di Virtus e Fortitudo non sarebbero potuti giungere più tempestivamente. Solo una settimana fa si registravano i mugugni di chi non si riteneva soddisfatto dei risultati fin qui ottenuti dai bianconeri e le preoccupazioni di chi aveva scoperto che i biancoblu non sarebbero poi questa corazzata invincibile; fra domenica scorsa e ieri sera sono giunte la brillante vittoria virtussina contro Avellino, l’umiliante demolizione di Jesi da parte della Lavoropiù, la conquista definitiva del primo posto nel girone di Basketball Champions League da parte della Segafredo. E allora adesso tutti a cantare ed innalzare peana di soddisfazione?   

Piano, ci viene da dire. Il risultato ottenuto dalla Virtus è importante, ha valore perché la società aveva come un debito nei confronti della FIBA, per le modalità di ammissione alla competizione che le aveva concesso, e si può dire abbia ripagato in pieno tutta la considerazione riservatale, sia in termine di risultati che di visibilità mediatica e partecipazione dei tifosi. Non dimentichiamoci, tuttavia, che in realtà questo è solo un primo passo: da qui in avanti le cose si faranno tremendamente più complicate ed è qui che dovranno emergere le vere qualità della squadra, chiamata a confronti diretti senza possibilità di appello, come è tipico delle coppe europee. La partita contro Patrasso ha fatto riemergere, forse acuendoli, pregi e  difetti di questa Virtus: contro una  squadra che nel campionato greco è terza, dietro Olympiakos e  Panathinaikos e pari a Peristeri ed AEK, quindi non proprio gli ultimi arrivati, ancorché privi della prima punta Rion Brown, la Segafredo ha giocato una partita di grande spessore tecnico ed agonistico, mettendo in evidenza forti individualità e un roster finalmente allungato dalla progressiva maturazione dei “bimbi” Pajola e Cappelletti, che hanno a lungo tenuto lo spot di playmaker per i falli precoci commessi da Taylor. Addirittura, Sacripanti si è potuto concedere di dare in pratica un turno di riposo a Kravic, volendolo preservare, pensiamo, per la sfida di sabato a Cremona. La personalità con cui le Vnere hanno steso gli avversari nel supplementare ci pare di buon auspicio per il proseguimento della competizione, ma non dobbiamo dimenticare gli ultimi inquietanti minuti di apatica follia dei tempi regolamentari che hanno rimesso in discussione un incontro già vinto e hanno fatto riapparire spettri del passato. Su questo ovviamente lo staff tecnico dovrà lavorare ulteriormente, ma non c’è dubbio che la dirigenza oggi possa dirsi soddisfatta per il cammino compiuto fin qui. Una vittoria a Cremona, prima della sosta per le Final8, sarebbe un biglietto da visita preoccupante per una Armani, la corazzata rivale ai quarti di Coppa Italia, oggi costretta a leccarsi le ferite per i continui infortuni che la bersagliano. Oddio, la coppia James e Nunnally dovrebbe bastare per dire che non ce ne può essere per nessuno, in Italia, ma ogni partita finisce solo dopo essere stata giocata, e qualche sorpresa in Coppa Italia emerge tuti gli anni, per quanto dubitiamo che pure questa volta spetti proprio ai milanesi ripetersi nella figuraccia.

Una nota a margine: osservando i giocatori bianconeri, come interagiscono in panchina, come si sostengono a vicenda, italiani e stranieri, “vecchi” e giovani, tutto si direbbe tranne che ci siano attriti nello spogliatoio. Smettiamo allora di cercare il pelo nell’uovo e fomentare voci sotto i portici su presunti litigi e idiosincrasie personali: il gruppo bianconero sta crescendo, aiutato dai risultati positivi, certo, ma con evidente armonia, ricordandosi che si tratta pur sempre di un gruppo di professionisti che non sono necessariamente obbligati ad amarsi anche fuori dal campo. Quella che conta è l’intesa sportiva, sempre migliorabile, ma già oggi in buona misura riscontrabile in questa Virtus Segafredo.

In casa Fortitudo Lavoropiù invece se la ridono e se la godono meritatamente. La marcia trionfale di lunedì contro Jesi ha riacceso forse i deliri di onnipotenza di alcuni tifosi ma non credo abbiano peraltro modificato pensiero e azione di quello che appare il primo segreto della nuova F, Antimo Martino, capace di dare gioco ed equilibrio ad una squadra ora come ora nettamente più forte di tutte le altre, per roster ma anche per merito suo.  Il secondo segreto (per modo di dire) è invece la presenza di Maarty Leunen, non c’è dubbio, che oltre a tirare col 56% da tre e il 65% da due, prendendo quasi otto rimbalzi a partita, è il principale riferimento sia tecnico che morale per i compagni. Ma sarà il modo col quale affronterà le finali di Coppa LNP e soprattutto, per esperienza, saprà ripartire dopo i probabili festeggiamenti per la presumibile vittoria che confermerà o meno se questo sia davvero l’anno buono per la Fortitudo, come risulta ormai inevitabile oggi prospettare. Francamente avendo messo tanto fieno in cascina riesce difficile credere di poter perdere quella prima posizione in regular season che comporterà la promozione automatica, ma attenzione agli scherzi della sorte, che in passato non è sempre stata benigna con questa società. Benché i veri grandi emergano proprio in occasione delle contrarietà.  

Ultima modifica il Giovedì, 07 Febbraio 2019 14:20
Andrea Marcheselli

Bolognese, giornalista di ormai vecchia data, critico teatrale e letterario, da sempre appassionato di basket è stato giocatore, dirigente ma soprattutto allenatore, ed ora per 1000 Cuori Rossoblu anche commentatore delle vicende virtussine