Fortitudo: Matteo Boniciolli

Scritto da  Feb 27, 2019
Qual è il miglior allenatore possibile? Domanda amletica come poche.
Tutto sta nel capire ciò di cui si ha bisogno in un determinato momento storico, in un particolare contesto sportivo, in virtù, anche e soprattutto, dei giocatori di cui si dispone e delle loro personalità, per raggiungere gli obiettivi societari.
Da queste premesse si deve partire per capire chi scegliere come direttore d’orchestra della tua squadra: un generale di ferro o un mero gestore? Un traghettatore, un allenatore dal basso profilo o una figura per certi versi "folkloristica" che attiri l’attenzione su di sé distogliendola dal resto?
Oppure qualcuno capace di prendere per mano una banda di brutti anatroccoli e portarli, contro ogni più logica aspettativa, ben oltre le loro capacità. Ecco, questo non è da tutti.
Il (secondo) passaggio di Matteo Boniciolli sulla panchina della Fortitudo, per chi ha avuto modo di ascoltarlo in tutte le interviste o di leggerne il bellissimo libro - anche se, dichiamocelo coach, pubblicare un’autobiografia a metà di una stagione non brillantissima, potrebbe non apparire la più popolare delle scelte strategiche (anche se noi non facciamo i conti con logiche editoriali e di mercato natalizio) - ma soprattutto per coloro che sono riusciti, senza pregiudizi, ad apprezzarne il lato umano, è stato un periodo di grande arricchimento, oltre che di innegabile divertimento.
La metafora del secchio di latte appena munto e scalciato, la storia dei croati che non vollero il serbo in squadra e che da quel momento resero più di prima perché si compattarono nelle difficoltà, l’insegnamento - sacrosanto - che nella vita non si può comprare una sola cosa: il tempo. Sono solo alcuni degli aneddoti che difficilmente trovano riscontri nel monotono linguaggio di tantissimi addetti ai lavori.
Si capisce bene come un personaggio di questo tipo, autore di questi racconti di fronte a ragazzini imberbi (Candi, Montano, Campogrande), emeriti sconosciuti - almeno fino a quel momento - nel panorama cestistico bolognese (Italiano, Raucci) o giocatori chiaramente sovrastimati per la categoria (Sorrentino, Quaglia), abbia fatto agevolmente breccia e creato un’unità di intenti fuori dal comune. Basta provare ad immedesimarsi per un istante nel sig. Davide Raucci, 24enne proveniente dal CUS Torino appena retrocesso in serie C: come reagireste se il vostro allenatore, in una sala stampa gremita, pur non sapendo fino ad una settimana prima chi voi foste, si presentasse dicendo: “Bene Lamma, e me lo aspettavo, bene Iannilli, e me lo aspettavo, bene Carraretto, e me lo aspettavo. Ma per me, oggi, l’hombre del partido è Davide Raucci. Ho un sogno: andare in serie A e giocarmi una finale scudetto con Raucci titolare”.
Ecco: grazie alla lucida e genuina follia di questa affermazione, se tu sei Davide Raucci, da quel momento ti senti - e giochi - da Dennis Rodman. Non è spiegabile, ma accade. E chi pratica sport lo sa.
Si tratta di saper toccare le corde giuste.
E questo è Matteo Boniciolli.
Un allenatore preparato prima di tutto, ma anche un oratore, un fenomenale motivatore, un uomo colto manifestamente fiero di questa sua qualità in un mondo sempre più orientato (ed influenzato) da commenti di pochi caratteri sotto una foto o un video postati in rete. Una persona non comune, da amare o odiare, ma che difficilmente può risultare indifferente.
Nel ruolo di condottiero per le imprese insperate, non ha eguali. Del resto è proprio in quelle vesti che nella sua carriera ha raggiunto i risultati più gratificanti: la vittoria in Coppa Italia con Avellino, la promozione da matricola in serie A2 con Udine, la finale playoff con l’Aquila neopromossa nel 2016.
E poi c’è l’altra faccia della medaglia, come illustra un famoso racconto gotico dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson, già consigliato dal Nostro ad alcuni suoi giocatori ed in tempi più recenti rispolverato, pur con risultati ondivaghi, per Alessandro Amici.
Perché giocare per salvarsi o mantenere la categoria è un conto, giocare per vincere, con la pressione che solo Bologna riesce a far confluire sulla palla a spicchi, e per di più con una certa Virtus come diretta contendente, è tutta un’altra cosa. Così come ben diverso è ritrovarsi a dirigere un gruppo di giocatori di esperienza e dal carattere forte (e forse anche un po’ capriccioso).
Poi, certo, lo scopo di questo gioco è infilare quell’arancia dentro il canestro e per far ciò avere gente come Carraretto, Montano, Flowers e Amoroso attorno al perimetro aiuta, un po’ meno dover confidare nelle doti balistiche dei vari Nikolic, Gandini, Mancinelli e Chillo. Se poi a questi aggiungi come americani - il cui peso specifico nella seconda categoria italiana viaggia tra il determinante e l’essenziale - due figuranti come Demetri McCamey e Teddy Okereafor, ecco che il piano si complica maledettamente. Peccato solo, direbbero alcuni, che sei tu ad esserteli scelti…ma questa è un’altra storia.
Sui limiti e sugli errori che hanno portato a quello che ormai ai più appariva come un inevitabile divorzio dal mondo biancoblu, si è già detto troppo, anche con parole che sfregiano e ledono il ricordo di una persona che ha dato tanto - anche in termini di salute - a questi colori.
Mi piace piuttosto pensare che Matteo Boniciolli abbia mantenuto integra in sé quella fortitudinità che non gli si può non riconoscere: un uomo temprato, come noi, dalla sofferenza, abituato a partire dal basso ed emergere nelle difficoltà; ma al tempo stesso, purtroppo, condannato ad affondare quando la competizione e la pressione aumentano, quando parrebbe mancare davvero l’ultimo passo per ottenere il bottino pieno.
A pensarci bene, è la Fortitudo così.
Ne siamo abituati, e per quanto possa a volte pesare, non cambieremo mai, ma forse nemmeno vogliamo davvero farlo. Perché è l’Essenza stessa di questo popolo eternamente maledetto, quella voglia di lottare per emergere che lo rende qualcosa di diverso e unico, capace di cose inimmaginabili e clamorose rovine.
Abbiamo lasciato Milano trionfanti e lì ci siamo ritrovati, anni dopo, a tifare solo per un’idea.
Grazie anche a Matteo Boniciolli, alla sua persona e al suo immenso lavoro, dentro e fuori dal campo, siamo tornati ed oggi ci stiamo giocando un traguardo al quale, ai tempi della famosa e pluricitata trasferta di Costa Volpino, in pochi credevano.
Tamburi, bandiere e striscioni…speriamo davvero che presto una nuova giornata di festa sarà.


Si ringrazia Simone Ariatti per la preziosa collaborazione.
Ultima modifica il Lunedì, 25 Febbraio 2019 17:27
Marco Costa

Avvocato per professione, aspirante giornalista per passione. Amante del basket, cestista fallito ma non ancora rassegnato. Sangue fortitudino non geneticamente modificabile.