14 Novembre, il punto su Basket City. All'insegna del Tutti per Uno

Scritto da  Nov 14, 2019

Una squadra stretta attorno al proprio compagno che vive un evento luttuoso. Così si potrebbe/dovrebbe leggere la partita di ieri della Virtus Segafredo in Israele, portata a casa con l’ormai riconoscibile determinazione che fin qui ha permesso alle VuNere di rimanere pressoché imbattute. Forse non è propriamente il caso di fermarsi su analisi tecniche nel momento in cui domina il dolore di una grave perdita famigliare, tuttavia vorremmo rimarcare, quantomeno, che il solo dato statistico in certa misura discutibile prodotto fino ad ora in stagione dai ragazzi di Sasha Djordjevic è quello della media ai tiri liberi, dato invece rivelatosi positivamente fondamentale per conquistare la vittoria (20/22, 91%, contro il loro 68%, 17/25) ieri col Maccabi Rishon LeZion. Che, per due terzi della partita, è sembrato davvero in grado di mettere i bastoni fra le ruote rispetto alla matematica qualificazione alle Top16 dei bolognesi, un’altra volta un po’ troppo distratti in avvio, quindi ancor prima della notifica della brutta notizia. Di sicuro, a tifare questa Virtus non si corre il rischio di annoiarsi. Di positivo per quanto riguarda la trasferta asiatica-paraeuropea si può in ogni caso registrare il buon ritorno ad un ruolo significativo di David Cournooh, quest’anno spesso oggetto misterioso, valore aggiunto fondamentale per le rotazioni. E poi, ovviamente, la qualificazione alla fase successiva, primo obiettivo concreto centrato dalla Segafredo.

Ma questa è stata anche la settimana dell’esordio della Virtus Segafredo Arena nella sua versione punto Zero, un’installazione sperimentale in vista della futura costruzione del Palasport virtussino sempre in zona Fiera. Si poteva immaginare che lo spostamento dal PalaDozza avrebbe generato polemiche: anche se è dimostrato che l’”effetto fortino” di Piazza Azzarita in verità non esiste, di certo rimane il fatto che sia quasi impossibile riprodurre analoghe offerte di partecipazione all’evento sportivo. Il PalaDozza è uno scrigno prezioso anche perché relativamente piccolo,  se si ampliano le misure è quasi inevitabile che ne soffra la visibilità. Poi, l’attuale Arena fieristica sconta il problema dell’altezza insufficiente per alzare le tribune in verticale, ma l’alternativa quale sarebbe stata? Domenica c’erano settemila spettatori, non si tratta solo di permettere incassi maggiori, ma anche di far sì che si consenta a tante più persone di assistere alle partite, ingrossando il popolo bianconero. La società pare stia cercando di trovare alcuni correttivi alle lamentele di tanti, a mio parere dovrà stare attenta a non commettere errori un po’ grossolani come la separazione di gruppi familiari, come è invece avvenuto, e forse anche a dosare quale contropartita, nella prospettiva della prossima stagione - se verrà confermato il plausibile spostamento totale dal PalaDozza - ,  un prezzario che risulti invitante anche per chi si troverà in posizioni estremamente meno confortevoli di prima (come quelli finiti nei triangoli ai quattro lati, quelli sì piuttosto infelici). Però, come si dice, il progresso avanza inarrestabile, se si vuole una squadra nuovamente di livello internazionale non ci si può chiudere in salotto, aspettando un’Arena degna di questo nome si tratterà di abituarsi ad un luogo differente, peraltro comodo per tanti altri motivi. Con la consapevolezza che ci si affeziona soprattutto ai palasport ove si vince, come è accaduto per tanti addirittura all’allora PalaMalaguti, non proprio un capolavoro di architettura sportiva.

 

In casa Fortitudo Pompea i problemi sono altri. Dopo la sconfitta di Cremona ci si è risvegliati un po’ suonati e con la paura, adesso, di essere davvero molto diversi da quello che qualcuno si era illuso di essere, aiutati, in effetti, da un calendario abbastanza generoso in avvio di stagione. Inutile, controproducente sarebbe ora andare alla ricerca di colpevolezze tutte poi da dimostrare, la squadra non è “trista”, per la ricerca di una salvezza che è poi storicamente l’obiettivo primario di tutte le neopromosse. Il salto di categoria è pesante, si poteva scegliere di cambiare tutto, con rischi enormi, o mantenere una certa ossatura ben conoscendone pregi e difetti. Si poteva cercare un coach più navigato, funzionale a non affondare, o puntare, come è stato fatto, in prospettiva di una crescita futura. Si è investito attualmente su una conduzione tecnica che potrà anche commettere errori, come è inevitabile che sia, ma dovrebbe consentire una crescita, magari non armonica, dell’intero gruppo squadra. A questo punto molto dipenderà dai senatori, dalla loro capacità di fare gruppo e di accantonare qualsiasi forma di narcisismo. Le squadre toste sono, per l’appunto, squadre, non somme di figure impegnate a guardare loro stesse. Io penso che un paio di errori in questo senso possano essere stati fatti, ma adesso non è il caso di guardarsi indietro, se non nel senso di tenere d’occhio la classifica. Benvenute sono arrivate le prime quattro vittorie iniziali, da qui alla fine dell’anno solare sarebbe il caso ne venisse un’altra, ma anche se si dovesse aspettare l’anno nuovo non sarebbe una tragedia, in termini di classifica, se non ci si lascerà prendere dal panico. In società e, soprattutto, tra i tifosi, che in casa Fortitudo contano più che da altre parti.

Andrea Marcheselli

Bolognese, giornalista di ormai vecchia data, critico teatrale e letterario, da sempre appassionato di basket è stato giocatore, dirigente ma soprattutto allenatore, ed ora per 1000 Cuori Rossoblu anche commentatore delle vicende virtussine