9 Aprile, il punto su Basket City: chiusura in assenza di lungimiranza?

Scritto da  Apr 09, 2020

La chiusura anticipata della stagione cestistica, così come è stata decretata, non può non lasciare dubbi e amarezze. È stata solo l’emergenza sanitaria o prevalere, oppure sono state messe sul piatto della bilancia altre considerazioni di natura opportunistica? È certo il fatto che da qui all’estate sia quasi impossibile tornare sul parquet, a meno di sviluppi allo stato attuale imprevedibili, ma era davvero necessario buttare completamente via un’annata sportiva professionistica? Se si parla di sport dilettantistici è un conto, l’aspetto ludico del fatto agonistico non lascia dubbi in merito, il gioco non può che chiudersi qui (se poi si celano dinamiche professionistiche sotto l’ombrello del dilettantismo è un’altra questione). Ma quando si parla di sport professionistico non si può non tenere conto degli elementi di carattere finanziario che vengono messi in gioco, come sta dimostrando il caso del calcio che ancora dubita su tutto, in attesa di capire con maggiore congruità se siano rimarginabili le ferite inferte dalla pandemia. L’idea trasmessa dalla FIP in questo contesto è stata quella della polisportiva paesana intervenuta per fare piacere alle voci più grosse, o numerose, della platea dei soci, e la Lega, nello stesso momento, ha pagato l’inconsistenza di una struttura fortemente in crisi, che ha mutato presidenza proprio in queste settimane e quindi sta navigando un po’ a vista. Francamente, non sembra avere tutti i torti l’AD virtussino Luca Baraldi quando afferma che la decisione presa sia figlia di quelle società che hanno colto al balzo l’occasione per salvarsi in questa maniera chi da fallimenti finanziari, chi da bocciature sportive. È altresì evidente che diverse di queste società sono ben lungi dal possedere un’adeguata struttura dirigenziale in grado di elaborare progetti che vadano al di là della mera sopravvivenza estemporanea e a questo punto dell’anno quando si fanno i conti in cassa non è raro che ci si accorga che il piatto piange, per cui ben venga una mano dal cielo, soprattutto se consente di presentarsi allo stato con la manina tesa per causa di forza maggiore. Chi, invece, ha saputo costruire progetti solidi e lungimiranti, che ovviamente non possono prescindere da investimenti finanziari importanti, come può rassegnarsi a vedersi tarpare le ali in modo così perentorio senza abbozzare alcuna resistenza? Anche perché le società attualmente meno sane come pensano di venirne fuori, tutto grazie a una benedizione ministeriale, in un contesto dove lo sport non sarà l’ultima ruota del carro solo perché dietro rimarrà la solta cenerentola della cultura? L’alternativa di riprendere alla fine dell’estate la stagione, da studiare nella fattibilità, sembrava tutt’altro che peregrina per cercare di non mandare al macero quelle vagonate di denaro che corrispondono agli impegni presi con sponsor, tifosi, enti finanziari e istituzioni e che non possono miracolosamente riapparire dal nulla. Il rischio, grosso, è quello di risvegliarsi con un tracollo dell’intero sistema cestistico, con un campionato depauperato e ridimensionato al limite dell’imbarazzante e presumibilmente a pagare di più saranno proprio quelle realtà che in questo frangente ritengono di aver salvato capra e cavoli. Qui non è questione di scudetto assegnato o meno, che è la sola cosa di cui si discute, alla fine, sui social, e sulla quale c’è pure chi tenta di speculare in cerca di consensi, ma di rispetto di impegni contrattuali e di salvaguardia di un’immagine già al limite della credibilità. La FIP, agendo in un’ottica che sa molto di scaricabarile (d’altronde non è ente economico, come viceversa la Lega) si è preoccupata di altri fini politici, tuttavia la soluzione più semplice spesso si trasforma in un lavarsene le mani. La pallacanestro italiana negli ultimi decenni ha pressoché costantemente dimostrato di non sapere cosa sia la lungimiranza, questo di fatto ne è la riprova. Probabilmente una dimensione europea potrebbe rivelarsi più adeguata per chi ha progetti più concreti sul piano della propria identità sportiva. Ma a questo punto non ci resta che stare a vedere.

Andrea Marcheselli

Bolognese, giornalista di ormai vecchia data, critico teatrale e letterario, da sempre appassionato di basket è stato giocatore, dirigente ma soprattutto allenatore, ed ora per 1000 Cuori Rossoblu anche commentatore delle vicende virtussine