Gianluca Basile a 1000 Cuori: "Vivo nella natura, senza orologio. Repesa insegna la leadership"

Scritto da  Giu 02, 2021

Sei anni, due scudetti e l'affetto del popolo fortitudino. Ma anche i successi a Barcellona e ora una vita senza orologio, in Sicilia, a Capo d'Orlando, ultima stazione della sua carriera in cui si è fermato con la famiglia, tra cani, campagna e natura. Abbiamo raggiunto Gianluca Basile per una chiacchierata "a spicchi" sulle bolognesi ma non solo.

 

Gianluca, come va in Sicilia? E' ormai diventato il tuo 'buen retiro'...

"Io sono stato sempre meccanizzato, andavo in campagna già all'età di 15 anni, ero abituato al lavoro, a degli obblighi. Il sogno era quello di giocare a pallacanestro e fare di tutto per poter godermi la vita e pensare ad altro una volta spesso a 40 anni. Ed è quello che ho fatto. E' una sorta di ritorno, io adesso sono all'aria aperta, in campagna. E' come tornare bambino. Senza l'orologio, con la famiglia, con i cani randagi che curiamo tramite l'Associazione di mia moglie insieme ad altri volontari. Mi sono creato questo piccolo angolo di paradiso. Ho l'orto, gli ulivi... è come tornare a quando ero piccolo. Quando fai le cose senza pressione e senza pensieri, è tutta un'altra cosa. Lo sport, non dal campo, è totalmente diverso. Perchè tu sei nelle mani degli allenatori, di altri giocatori e quando tu non puoi controllare una situazione, puoi essere anche l'allenatore più bravo del mondo ma alla fine il pallone non l'hai tu nelle mani, ce l'hanno i giocatori. La tua carriera e il tuo destino è nelle mani degli altri. Non ne ho proprio voglia di restare nelle mani degli altri... preferisco dormire la notte senza alcun tipo di problema".

Ti invidiano in molti in questo momento, secondo me...

"Mi invidiano in tanti, ma non lo fa nessuno dei miei colleghi! (ride). Perché non sono abituati a una certa vita, ma io li capisco. Io dai 15 ai 18 anni ho lavorato, ho avuto una gioventù diversa da chi per esempio fa le giovanili da quando ha 13 anni. A Reggio Emilia sono andato a 18 anni a fare le cose serie. Prima lavoravo, sapevo bene cosa ci fosse dall'altra parte della barricata. E' questa la molla che mi ha fatto decidere di voler tornare alle origini a fine carriera. Quando facevo il settore giovanile c'erano giocatori con molto più talento di me. Era una questione di allenamento, di testa e di volontà per me"

Segui ancora la pallacanestro dalla Sicilia?

"Sì, ho seguito soprattutto la Final Four della Eurolega. C'era Milano, c'era il Barça, per il quale ovviamente batteva il mio cuore. Ho fatto un paio di interviste a una radio spagnola, per cui per curiosità mi sono addentrato, ma generalmente non seguo tutto".

E dunque ti aspettavi la vittoria dell'Efes?

"Ho azzeccato il pronostico... l'Efes aveva qualcosa in più. Pensavo vincessero, e le loro qualità hanno fatto sì che la spuntassero loro. Ci avevo visto bene..."

A proposito di Barcellona, dove tu hai giocato, toglimi una curiosità: il modello che il Barça ha messo in piedi nel calcio, tra le varie squadre giovanili, esiste anche nel basket? Questo 'sistema Barcellona' è duplicabile nella pallacanestro? 

"Nel calcio è più accentuata la cosa, tirano fuori i giocatori dalla Masia, se un giocatore viene convocato senza fare allenamento con la prima squadra loro conoscono già il sistema di gioco. Io mi ricordo che quando veniva qualche giocatore dal Barcellona B, ossia dalla seconda squadra, qualcosa conosceva. Ma noi avevamo cento situazioni diverse. Nel basket è difficile, a ogni partita Xavi Pasqual, il nostro allenatore, cambiava le cose in base alle caratteristiche avversarie. Questo tipo di percorso è una idea nata con Crujiff nel calcio, in quello sport c'è una visione di gioco totalmente diversa dal normale. Ho sentito spesso Guardiola parlarne. Conosciamo i vari campioni arrivati in prima squadra, come Messi, Xavi o Busquets. Ma è piuttosto difficile replicarlo nel basket. Io a Barcellona, comunque, sono stato davvero benissimo, sono stati anni fantastici".

Jasmin Repesa torna alla Fortitudo. Chi meglio di te può raccontarci il personaggio e l'allenatore, con il quale hai vinto lo scudetto nel 2005.

"Esigente con i giocatori, ma da possibilità a tutti. Cosa molto importante soprattutto per i giovani, che possono trarre benefici ma lo devono seguire. E devono essere pronti a subire le sue strigliate. Sapendo che lo fa per il suo bene. Un giocatore deve essere intelligente per capire cosa lui vuole. L'ho sempre detto, io da lui ho imparato a stare in campo da leader. Da playmaker, anche  se ero guardia, perché il playmaker deve essere l'allenatore in campo. Non si può chiamare sempre il time-out, ci sono delle cose che il leader della squadra deve sapere. L'anno dello scudetto del 2005, ma anche gli altri anni, poiché è stato un lavoro graduale, mi ha insegnato soprattutto quello, la leadership".

Hai avuto modo di farti un'idea sulla stagione tormentata della Fortitudo?

"La Fortitudo era partita sulle ali dell'entusiasmo. Aveva un allenatore della nazionale, aveva fatto una importante campagna acquisti. Ma per il tipo di gioco e di mentalità che ha Sacchetti, non sempre riesci a trovare i giocatori giusti. Ti fai un'idea all'inizio dell'anno e poi è tutt'altro, che è quello che si è verificato. Poi è subentrato Dalmonte, ed è stata una scelta obbligatoria. Forse se avessero continuato con Sacchetti sarebbero retrocessi. Dalmonte è stato un uomo della Fortitudo, a livello giovanile, è stato il prototipo del fortitudino, ed è riuscito a cambiare volto e a salvare una stagione che si era messa molto male".

La Virtus del tuo ex compagno Belinelli ha fallito l'accesso all'Eurolega, ma è comunque in corsa in campionato. Si è inceppato il progetto bianconero con la mancata qualificazione in Eurolega secondo te? E Belinelli, così come Scola e tanti altri 'vecchi' fanno ancora la differenza?

"Scola fa la differenza, ha 40 anni, è dei miei tempi mentre "Beli" è un po' più giovane, ma dipende sempre come stai fisicamente. Io a 36 anni giocavo ancora a basket, a 35 ho giocato una finale di Eurolega. Stando in campo in un certo tipo di basket, con un certo tipo di fisicità. Gli anni possono essere tanti, per l'Eurolega può essere dura, ma in Eurocup lui la differenza l'ha fatta. Sulla Virtus in generale, avevo fiducia in Djordjievic, nella sua leadership, ma rispetto alla scorsa stagione, non so per quali motivi, non si è creata la stessa chimica. Spesso diamo la colpa all'allenatore, come sempre, ma come dicevo prima in campo vanno i giocatori. Attaccare l'allenatore è sempre semplice, ma cosa è cambiato allora dall'anno scorso a quest'anno? La Virtus giocava bene, attaccava, era competitiva. Un anno l'allenatore va bene e un altro va male? Prendi il calcio: Pioli al Milan è diventato un fenomeno, ma prima era stato esonerato e non aveva avuto questi risultati. C'è una somma di cose che devono incastrarsi. Djordjievic resta una risorsa. E poi la Virtus è quasi in finale, anche se Milano, tralasciando la beffa in Eurolega, ha un organico con il quale è difficile competere".

Stefano Ravaglia

Stefano Ravaglia nasce a Ravenna nel 1985. Giornalista pubblicista, appassionato di calcio e della sua storia,  ha seguito il Milan quasi dovunque in Italia e in Europa e collabora con la testata online "Europa Calcio". Appassionato in particolar modo di calcio inglese, tesserato al Liverpool Italian Branch, si occupa anche di Formula Uno, essendo direttore del sito www.F1world.it. Ha all'attivo quattro libri e alcuni racconti pubblicati in varie antologie. Conduce il programma tv "Cartellino Giallo" su Teleromagna ogni lunedì, e collabora con "1000 Cuori Rossoblù" dal gennaio 2020.