6 Nazioni 2017 - Inghilterra v. Italia 36-15 - 27 Feb

Scritto da  Feb 27, 2017

 

 

Che fosse una giornata anomala, quasi singolare, l’avevo intuito sin da subito. In particolar modo dall’irreale silenzio del tempio sacro del rugby. Ci dev’esser qualcosa di strano nel Fish&Chips oppure qualcosa d’imprevisto che sta bollendo in pentola, perché se nel  corso dei miei (quasi) 30 anni ho avuto la fortuna di sedermi fra i  comodi seggioloni di Twickenham, ecco, fidatevi che la “quiete da biblioteca”  è proprio l’ultima cosa a cui farei riferimento per descrivervi l’atmosfera.

La verità è che loro credevano di riuscir a schiacciare gli azzurri sin da subito, come se fossero quindici blatte spaesate ed invece si sono ritrovati di fronte ad una squadra tosta, con gli attributi e la voglia di soffrire. Pronta a dare battaglia per rovinare il classico copione già scritto.

23 minuti di tombale apprensione inglese, in cui l’Italia non soltanto tiene lontano i “maestri” del gioco, ma getta nel bidone dell’indifferenziata un raggruppamento pericoloso dentro ai “ventidue” avversari e soprattutto due calci piazzati da buona posizione. 1500 secondi in cui gli spalti trasudano incredula agitazione e nessuno si azzarda ad intonare un qualsivoglia coro d’incitamento. Nessun “God Save the Queen”. Un timido e mal riuscito “Swing low sweet Cheriot”, l’inno per eccellenza del XV della Rosa.

Al 24’, un maul ben organizzata dai padroni di casa manda oltre l’ultima linea l’orco di Leicester Dan Cole (191 cm per 115 kg). Farrell in giornata dispari non converte la trasformazione, ma l’Inghilterra riesce comunque a sbloccare un match che pareva complicarsi sempre più. La marcatura del ruvido pilone britannico risveglia le anime degli 80 mila di Londra, girando però contemporaneamente la manovella della fierezza italica.

Al 28’, andiamo a 15 (forse 16) centimetri dalla meta. L’occasione sfuma sul più bello a causa di un maldestro “in avanti”, che certamente sarà costato a tutti gli appassionati qualche santo sul calendario.

Segnali.

Al 33’, gli azzurri costringono i bianchi a trincerarsi disperatamente dietro all’ultima zolla di campo disponibile. L’ondata è robusta, ma gli argini britannici reggono l’urto: si cambia strategia. Palla fuori e delizioso drop al volo di Tommaso Allan. Ovale che infilza i pali; Inghilterra 5, Italia 3.

Stupendo.

Si, ma nulla a che vedere con quello che succederà qualche istante più tardi.

Minuto quaranta o giù di lì. Il signor Romaine Poite ci assegna l’ennesimo calcio di punizione da una zona invitante della loro metà campo. La scelta è obbligata: si va per i tre punti, nel tentativo di superare gli inglesi prima dell’intervallo. Il piazzato di Allan è preciso, forse troppo. La palla colpisce il palo destro della porta e torna in campo. Venditti si avventa sul pallone vagante come farebbe una poiana sul grassoccio topolino di campagna e lo schiaccia in meta di prepotenza.

Delirio inimmaginabile.

Lo stesso Allan insacca la comoda “Conversion”  e dalla punta delle Alpi fino alle acque territoriali che confinano con il Nord Africa (oltre ovviamente ai soliti pub anti imperialisti di Edimburgo e Dublino) si brinda increduli.

Al fischio finale di primo tempo il tabellone recita: Inghilterra 5, Italia 10. Voglio immaginarmi la faccia del saccente Clive Woodward durante la pausa, con gli ideatori del gioco in svantaggio, che ripete tra sé e sé che questo è solo un brutto sogno e che l’Italia in realtà continui a non meritar l’invito al party più esclusivo del rugby continentale.

Per noi è già tanto così e si potrebbe anche chiudere baracca. (Oh, se le partite durassero solo un tempo gli azzurri avrebbero già surclassato sia il Galles che gli inglesi). Scherzi a parte, è stato davvero esaltante dimostrare al mondo intero che il XV latino può  esser un rivale scomodo per chiunque e che un successo come quello ottenuto contro gli Springboks non si raggiunge per caso. Il regolamento però prevede due frazioni di gioco e quindi non possiamo sottrarci.

Ripresa da incubo. Lo sospettavamo, anzi ne avevamo la certezza. I secondi quaranta minuti cominciano con l’Inghilterra letteralmente indemoniata. La furia bianca si abbatte inesorabilmente contro le rabberciate palizzate azzurre travolgendo tutto. In meno di 6 minuti, i padroni di casa sfruttano la foga(ed un po’ d’inesperienza avversaria) per timbrare ben 2 mete consecutive.

L’uno - due è micidiale. Prima il mediano di mischia Danny Care sigla all’altezza della bandierina approfittando una calcio di punizione battuto rapidamente, poi è il turno di Elliot Daly bravo a finalizzare una bell’azione alla mano costruita dai compagni. Farrell dalla piazzola non aggiusta il mirino, aggiungendo solo due punti addizionali anziché i quattro previsti. Meglio per gli uomini di Conor, anche se una ripartenza peggiore di questa era difficile ipotizzarla.

Insomma 17 a 10, normalità ristabilita e partita in ghiaccio per la squadra di Eddi Jones? Niente affatto.

Al 60’, l’Italia scava con le unghie in fondo al pozzo dell’orgoglio nazionale trovando ancora la voglia di non mollare. Campagnaro lanciato in corsa dal limite dei “ventidue” , individua l’anello debole della trincea inglese (George Ford) lo punta e continuando a tenere l’ovale in mano lo ribalta completamente. Linea rotta, passo dell’oca per disorientate l’ultimo disperato tentativo di un difensore ed infine la gloria per la realizzazione che ci tiene vivi.  Inghilterra 17, Italia 15!

Peccato che in un paese dove tutti calciano un pallone ancora prima di cominciare a parlare, nessuno riesca a farlo con percentuali decenti in nazionale. Con Allan (che di sicuro non ha il piede di Johnny Wilkinson) infortunato e Canna ancora seduto in panchina, tocca addirittura all’estremo Padovani provare la trasformazione. Palla fuori e tanti saluti al pareggio.

Snervante, davvero. Basterebbe veramente poco.

Mentre via telefono con alcuni amici continuo a non capacitarmi per la reiterata assenza di un “piazzatore” di livello, la clessidra scorre e l’Italia resta aggrappata al risultato. Dopo un salvataggio del neoentrato Canna con una scivolata degna del miglior Paolo Maldini, la squadra di sua maestà comincia ad innervosirsi per le occasioni sprecate. La tattica italica (che sfrutta un cavillo del regolamento sulla posizione di partenza prima che il mediano giochi il pallone) indispone i maestri, che trovano anche il tempo per chiedere spiegazioni all’arbitro su come interpretare la “ruck”.  “ I’m the referee, not your coach” la straordinaria risposta del direttore di gara Poite.

Alla prima punizione utile del secondo tempo, i bianchi vanno addirittura per i pali nel tentativo di sbloccare lo stallo allungando a 5 il gap coi rivali. Scelta tattica giusta e rispettosa, ma non premiata dall’incredibilmente imprecisione odierna di Farrell.

Minuto 70’. Qui si spegne la verve azzurra e si spacca la partita. Gli inglesi assorbono tutte le truppe italiche sul lato sinistro, per poi girare il gioco sull’altro fronte consentendo a Jack Nowell di andare a segno sfruttando la superiorità numerica. La difesa azzurra è stata caparbia, ma non sufficientemente forte per fermare la logorante avanzata anglosassone.  Il quarto errore di Farrell dalla piazzola non fa più notizia, anche perché in un modo o nell’altro gli inglesi hanno raggiunto la quarta marcatura della partita e quindi anche il punto di bonus. Con l’Italia a distanza di sicurezza (22 a 15) e senza più benzina nel serbatoio, negli ultimi instanti di partita c’è tempo per altre due segnature “pesanti” da parte dei padroni di casa. Alla meta di Te’o, fa eco la doppietta personale di Nowell. Entrambe trasformate per un punteggio finale di 36 a 15.

Passivo certamente troppo ampio in quella che è stata la nostra miglior partita dall’inizio di questo 6 Nazioni. Dopo le polemiche scatenate dai media internazionali in settimana (il vecchio discorso delle retrocessioni o degli spareggi) a dir la verità, oggi mi sento più tranquillo per quello che ho visto sul campo più che per le rassicurazioni di John Feehan. Abbiamo fatto soffrire la seconda squadra più forte del mondo per quasi 60 minuti a casa loro. Siamo senza dubbio la sesta forza d’Europa e probabilmente (quando siamo in giornata) la nona / decima dell’intero movimento.

“Sono orgoglioso dei ragazzi”  ha detto O’Shea a fine gara. Lo siamo anche noi, caro Conor, adesso però dobbiamo dimostrare continuità: la Francia a Roma poi la Scozia a Murryfield saranno le nostre improrogabili Idi di Marzo.

 

Altri risultati. Scozia v. Galles 29-13, Irlanda v. Francia 19-9.

Classifica dopo 3 giornate. 13 Inghilterra, 10 Irlanda, 9 Scozia, 5 Galles – Francia, 0 Italia

Ultima modifica il Lunedì, 27 Febbraio 2017 17:52
Andrea Nervuti

Amante del mondo anglosassone in ogni sua sfumatura: dall'atmosfera del piccolo pub di periferia fino alle luci della Premier League