6 Nazioni, tra storia e riflessioni

Scritto da  Feb 15, 2018

 

“Perché l’Italia continua a partecipare al torneo?”

“Non possono tornare alla formula con 5 squadre?”

“Anche se non capisco bene le regole, lo seguo perché al pub il clima è sempre divertentissimo... ma quanto ci vorrà ancora prima di esser competitivi fino in fondo? Mi sono stufato di vedere solo sconfitte!”

E ancora: “a questo punto non si meriterebbe una possibilità la Georgia, da anni dominatrice del cosiddetto 6 Nazioni B?”

Ecco, queste sono solo alcune delle domande più ricorrenti fra chi, del tutto neofita o quasi, vorrebbe ogni tanto gioire per un successo degli azzurri e non solo accontentarsi di una bella bevuta in compagnia.

Per tentare di dare una risposta a tutti questi interrogativi, proviamo a riavvolgere il nastro ripercorrendo la storia di questa secolare disciplina.

Anno Domini  1883. A New York veniva ufficialmente inaugurato il ponte di Brooklyn, mentre il “teatro alla Scala” di Milano s’illuminava per la prima volta con l’energia elettrica. Tuttavia, a sua insaputa, il mondo stava pericolosamente virando verso un secolo di conflitti. Le grandi potenze coloniali si erano già spartite a tavolino quasi tutta l’Africa nera e l’enorme progresso tecnologico stava ormai imponendo alle nazioni di  mostrasi vicendevolmente i muscoli nei famigerati EXPO. Un preludio verso un epilogo inevitabile che ben tutti conosciamo.

Tra i padroni della politica mondiale dell’epoca, c’era senza dubbio la Gran Bretagna: forte della sua marcata supremazia marittima e sospinta dall'esplosione industriale, sulla perfida Albione si respirava un benessere leggermente più accentuato rispetto alla media europea e si cominciava a vivere una quotidianità che potremmo definire "contemporanea".  Gli interessi per i grandi temi umanistici, la scienza, la medicina e la ragion di stato trovavano già riscontro sui giornali e lo sport cominciava ad esser un punto di aggregazione fondamentale, non solo per chi lo praticava - generalmente dopo le massacranti ore passate in fabbrica - ma anche e soprattutto per chi assisteva direttamente agli eventi. Senza dubbio la necessità  di non far scivolare nell’alcolismo gigantesche masse operaie nei pochi momenti di svago, contribuì alla nascita dei primi club di calcio d’Oltremanica. Nella fumosa Manchester per esempio, avevano già visto la luce del timido sole inglese sia il City che lo United. Qualche miglia più ad ovest, fra gli ormeggi di un quartiere della rigida Liverpool, giocava già una squadra nota a tutti con il nome di Everton Football Club.

Insomma, lo sport come lo intendiamo adesso, stava muovendo i suoi primi passi. Certo il football, ma anche il “violento” quanto elitario rugby stava raccogliendo consensi.

Nato nell’aristocratica Rugby School of Warwickshire, fra le Midlands Occidentali nel lontano 1823 (grazie al famigerato gesto dello studente William Webb Ellis), si diffuse inizialmente  in tutto il Commonwealth e poi, successivamente, anche in direzione del vecchio continente.

Ma torniamo a quella data.

Già, perché dopo una serie di peripezie legate alle controversie regolamentari, nei freddi mesi invernali del 1883 si disputò il primo Home Championship, ovvero il nonno dell’attuale 6 Nazioni.

Quattro popoli distribuiti su due Isole, imprigionati fra loro dallo stesso atavico DNA del ceppo Anglo – Celtico ma tradizionalmente diversi.  Scozia, Irlanda, Galles e naturalmente Inghilterra diedero così il via al torneo più antico, affascinante ed imprevedibile del mondo. Per la cronaca, lo stravinsero gli inglesi che fra l’altro si aggiudicarono anche la “Calcutta Cup”  (premio attualmente ancora in palio a chi prevale nello storico “derby” tra Inghilterra e Scozia), oltre che lala famigerata Triple Crown” (cioè la triplice corona, anch’essa tuttora assegnata alla squadra anglosassone che sconfigge tutte le altre tre “vicine”).

Tuttavia, le grandi battaglie da condominio britannico solcarono ben presto le impervie acque della Manica e si allargarono fino a coinvolgere lo storico alleato della Gran Bretagna, quella Francia che finì così per diventare la quinta potenza ovale dell’emisfero nord. Di conseguenza, dal  lontano 1910, anche il nome del torneo mutò passando inevitabilmente da “Home Championship” a "Five Nations".

 Si, ma gli azzurri?

Ecco, per incontrare i nostri eroi dobbiamo riposizionare le lancette dell’orologio biologico avanti di quasi un secolo, giungendo praticamente a ridosso del nuovo Millennio.

Correva l’anno 1998 quando il presidente Dondi fuoriuscì dalla riunione indetta dalle altre federazioni con in tasca l’invito a partecipare a quello che da lì a due anni sarebbe diventato il famigerato 6 Nazioni. D'altronde, l’Italia strapazzava insindacabilmente tutte le rivali di seconda fascia con cui gareggiava abitualmente e non poteva esserci riconoscimento migliore.

“Un punto di partenza non di arrivo”.  Si disse.

Pronti via, in quell’indimenticabile 5 febbraio del 2000, davanti ai 25 mila del Flaminio, l’esordiente XV azzurro travolse la Scozia campione in carica per 34 a 20 scatenando un “tripudio latino” sui quotidiani sportivi di tutto il globo. Presto però, quel glorioso pomeriggio, risultò esser soltanto una stupenda quanto isolata fiammata, troppo velocemente domata dalla tradizione, dalle strutture e dall’attitudine delle altre nazionali. Da quel sabato, molte delusioni e qualche, minuscola, gioia. Tanti “Whitewash” (12) e poche vittorie prestigiose arrivate sporadicamente contro Irlanda, Francia e Scozia. Un bell’anno con Brunel nel 2013, chiuso al quarto posto dopo i clamorosi successi ravvicinati contro i galletti transalpini ed il trifoglio dell’isola di smeraldo. Bei tempi, parzialmente rivissuti in un contesto intercontinentale grazie  alla strepitosa vittoria sul Sud Africa targata Firenze 2016. Ma questa è un'altra storia.

Tornando a noi, la domanda delle domande sorge più che legittimamente: dopo aver raggiunto e superato la maturità anagrafica dentro al  Six Nations (questo è il 19esimo anno di presenza) è giusto far di tutto per restarci, collezionando figuracce e magari qualche altro cucchiaio di legno oppure è meglio alzare le mani e fare un passo indietro?

La risposta è sì, e la si può riassumere in almeno sei, inderogabili, punti.

Primo, perché questo torneo è qualcosa di magico e nessuno può più immaginarlo senza Italia. Sarò anche romanticismo d’altri tempi, ma è l’unico torneo in grado d’intrufolarsi fra le bellezze di Edimburgo, Parigi, Londra e Roma: senza timore di smentita, quattro delle città più belle del mondo. È inoltre l’unico capace di riunire le “due Irlande” sotto un unico inno, quel sontuoso“Ireland’s Call” che si canta a squarciagola sia nella protestante e lealista Belfast (dove una pinta di Lager si paga in sterline), che nella profonda Repubblica, dove invece se ordini un boccale di Guinness ti viene chiesto il conto in Euro. Poi ci sono i brividi che solo il Millenium Stadium di Cardiff sa regalarti quando sprigiona i decibel del toccatissimo “Land of my fathers”. Per non parlare infine della goliardia del terzo tempo, dove scorrono fiumi di birra e i popoli si mischiano senza mai oltrepassare il confine del reciproco rispetto.

Secondo, perché mai come in questa stagione le nostre squadre di club impegnate nel PRO14 stanno dando segnali di risveglio (le Zebre Parma ne hanno vinte 3, Benetton Treviso ben 7) forgiando nuovi atleti per la nazionale. Mi vengono in mente Licata, Minozzi, Negri e Boni, ma ce ne sono e ce ne saranno altri.

Terzo, perché dall’Under 20 arrivano nitidi lampi di speranza: al miglior risultato in un mondiale di categoria ottenuto nell’estate 2017, ha fatto seguito una straordinaria prova contro i pari età irlandesi giusto la settimana scorsa. 38 a 34 per i giovani trifogli, ma i nostri ragazzi hanno persino avuto la palla in mano per poter battere i rivali in casa loro, nonostante oltre 70 minuti d’inferiorità numerica. 

Quarto, perché Conor è un uomo . Il percorso di riforme è ancora lungo, ma la strada è quella giusta.

Quinto, perché si  continua sempre a sfidare le migliori e solo così si può alzare il livello. Ai neofiti del gioco tento di spiegare la situazione paragonando l’ItalRugby alla Svezia di calcio. Una buona squadra con un solo fuoriclasse (senza dubbio Parisse potrebbe esser l’equivalente di Ibrahimovic), qualche buon prospetto, alcune vecchie glorie che hanno dato lustro al passato (Henrik Larsson come Diego Dominguez) e diversi talenti su cui puntare cercando di bruciarne il meno possibile in attesa di una nuova generazione. Ecco, adesso immaginate se la nazionale scandinava giocasse ogni anno contro Spagna, Germania, Portogallo, Italia  e Francia. Quanti KO collezionerebbe?

Sesto, perché  il rugby è ormai anche business e l’Italia rimane l’Italia. Le TV elargiscono denari e tutto sommato le presenze allo stadio Olimpico sono talmente numerose da non sfigurare davanti ai dati dei templi sacri come Murrayfield o Twickhenam. E poi, francamente, mettetevi nei panni di tifosi scozzesi, gallesi, inglesi, irlandesi e francesi che vanno in trasferta per seguire la loro squadra:  barattereste mai un gelato all’ombra del Colosseo con il gelo all’ombra delle montagne georgiane che circondano Tiblisi ?!

 

 

Ultima modifica il Domenica, 07 Giugno 2020 17:13
Andrea Nervuti

Amante del mondo anglosassone in ogni sua sfumatura: dall'atmosfera del piccolo pub di periferia fino alle luci della Premier League