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Pop&Sports - Imprese di famiglia: le dinastie sportive che hanno fatto la storia

Scritto da  Lug 28, 2020

Ci sono, anche nel mondo dello sport, vere e proprie dinastie: imprese di famiglia che si tramandando negli anni, si coltivano e si migliorano. Di solito questo comporta essere all’ombra del successo del parente, etichettati. Ma oggi, vi racconterò delle storie di vere dinastie sportive, la quale i figli (o nipoti), spesso, escono da quell’ombra più forti.

Cesare, Paolo e Daniel Maldini
Quando si scrive Maldini si legge storia. Da Cesare a Paolo, esordendo quest’anno anche il nipote e figlio Daniel. Capitani e simboli del Milan, capaci di alzare sei delle sette Coppe dei Campioni rossoneri. Cesare apre la strada, Paolo a seguirla e costruirne un’altra ancora più lunga. Ora si aspetta e spera di vedere Daniel seguirla. Cesare Maldini è stato il primo capitano nella storia del Milan ad alzare la Coppa dei Campioni, sopra il cielo di Wembley il 22 maggio 1963. Chiuderà poi la sua carriera al Milan, da giocatore, nel 1966, con 347 presenze e 3 reti con la maglia del diavolo. Paolo cresce sotto il mito del padre. A 10 anni entra nel vivaio del Milan e per anni dovrà convivere con la nomea di “Raccomandato”, ma Paolo dimostrerà a tutti che, in realtà, è un predestinato. Nel gennaio del 1985, a 16 anni, debutta con la maglia del Milan in prima squadra. La carriera di Paolo si chiuderà 25 anni dopo, con 8 scudetti, 5 coppe dei campioni, 2 coppe Intercontinentali, un Mondiale per Club e una dozzina di super coppe, oltre ad essere “record man” di presenze con la maglia del Milan. 40 anni dopo suo padre Cesare e sotto gli occhi dello stesso, Paolo alzerà di nuovo al cielo di Inghilterra la coppa di Champions League, al termine della finale italiana contro la Juventus. In nazionale, Paolo raggiunge il terzo posto ad Italia ’90, secondo posto a USA’94 e ancora un secondo posto ad Euro 2000. Attualmente, Paolo è il Direttore Generale dei rossoneri e lo scorso febbraio ha visto il figlio Daniel debuttare con la maglia del Milan. La trilogia diventa realtà.

automobilismodepoca.it

Antonio e Alberto Ascari
Antonio era un giovane automobilista, appassionato da sempre di motori. Impegnato nel primo Campionato Mondiale Marche (ora Formula 1),esso fu vittima di un incidente automobilistico a Montlhery, in Francia. Muore il 26 luglio 1925, a 36 anni.
Sucessivamente subentra il figlio: Alberto Ascari, a 36 anni, è già cinque volte campione d'Italia, due del Mondo e ha corso al volante di Alfa Romeo, Maserati, Ferrari e Lancia. Ha numerosi trofei, tra cui la Coppa "Trofeo Nuvolari" della Mille Miglia del 1954, la Coppa vinta al Nurburgring il 29 luglio 1951 su Ferrari 375 F1 e la Coppa conquistata a Silverstone il 20 agosto 1949 su Ferrari 125 F1. Trent’anni dopo, non riesce a spezzare il filo di un destino ironico, ma fatale: il corpo di Alberto viene sbalzato a quindici metri di distanza, correndo sul colpo per sfondamento del torace, schiacciato sotto una Ferrari 750. E' il 26 maggio 1955. Quella data scaramantica, il 26, la quale Alberto non doveva e non voleva toccare volante si è difatti vista essere fatale. 

formulapassion.it

Michael, Mick, David Shumacher
"Un passo alla volta, penso gara dopo gara. Essere figlio di Michael può aprire delle porte in Formula 1, ma bisogna sempre dimostrare il proprio valore. Essere paragonato a mio padre non mi interessa. Mi concentro su me stesso, non sugli avversari, ognuno ha i suoi punti di forza e il suo percorso di crescita. Per questo non si possono fare paragoni.” Continuando su tema motorsport, parliamo ora della dinastia Shumacher. Tutti conosciamo Michael, uno dei più grandi piloti automobilisti di tutti i tempi, che ha conquistato 7 titoli mondiali: i primi due con la Benetton e cinque consecutivi con la Ferrari. Ora in coma dopo un incidente sugli sci. A subentrare nelle gare automobilistiche c’è suo figlio Mick. Per due anni ha corso nella Formula 3: nel 2017 ha chiuso con il 12esimo posto e con un solo podio e nel 2018, spiccando il volo, la prima vittoria sul circuito di Spa, lo stesso dove nel 1991 il papà esordì al volante della Jordan in un gran premio di F1. Le prime accelerate della sua carriera sono arrivate sui kart, come per la grande maggioranza dei piloti: nel 2011 e nel 2012 ha corso nella classe KF3 dell'ADAC Kart Masters, terminando rispettivamente al 9º e 7º posto. Nel 2014, fino al 2016, l'esperienza in Formula 4, sia nel campionato tedesco che italiano: 5 vittorie e la piazza d'onore in entrambi i campionati. Ora, scuola Ferrari Accademy, gareggia in Formula 2 in una stagione che scivola tra alti e bassi, ma il trionfo in Ungheria potrebbe rilanciare le ambizioni del giovane Schumacher per il futuro. 
A debuttare in Formula 3, adesso, è il nipote David di nemmeno 18 anni. Che non possa anche lui diventare qualcuno nel mondo automobilistico. 

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corriere.it

Meo e Brian Sacchetti
Come non citare il neo-allenatore della Fortitudo Bologna. Tra Romeo Sacchetti, 66 anni dedicati al basket, e il figlio Brian, 31 vissuti con la stessa passione del papà, gli incroci sono obbligati. Il 24 maggio 1990, in gara 2 tra Varese e Pesaro, il ginocchio di Meo era appena andato a pezzi, e con esso il sogno di poter vincere uno scudetto. Brian aveva visto piangere per la prima volta suo padre e, una volta a casa, abbracciò suo padre e per provarlo a consolare gli disse: «Vedrai che lo scudetto te lo regalerò io». Lo accontentò 25 anni dopo, conquistando una prima volta per tutti: per sé come giocatore e per il padre allenatore, per il Sassari. Ora, il padre è allenatore della nazionale e nuovo coach della Fortitudo Basket, mentre il figlio Brian gioca nel Brescia. 

avvenire.it

Giuseppe, Carmine, Agostino Abagnale
I fratelli d’oro del canottaggio italiano. Giuseppe, Carmine ed Agostino hanno segnato un’epoca a suon di “voga”, dominando per anni la scena mondiale. I “Fratelloni d’Italia” di Castellammare di Stabia hanno portato a casa cinque medaglie d’oro e una d’argento in cinque Olimpiadi diverse, oltre a nove titoli mondiali e tanti altri, se non infiniti, trionfi. Un bottino che sarebbe stato ancora più grosso, se la sfortuna, sotto forma di malanni fisici, e un’incomprensibile decisione del CIO non ci avessero messo lo zampino.

 

Matteo Linarello

Studio Scienze della Comunicazione, gioco a baseball da quando ero “cinno” e possiedo una fede multi-sportiva legata alla mia città: Bologna.
Mi piace lo sport in tutte le sue angolazioni: vederlo, praticarlo e raccontarlo.