Amato, odiato, leggendario: Schumi compie 52 anni

Scritto da  Gen 03, 2021

 

Strano restare imprigionati in un confine, per lui che i confini li ha spostati tutti. Novantuno vittorie, 155 podi, 68 pole position, 77 giri veloci. Il tutto, in 308 gare disputate. La fredda essenza dei numeri in questo caso scalda ugualmente il cuore. Chissà se oggi, Michael Schumacher, nato il 3 gennaio 1969, comprenderà di girare la boa dei 52 anni. Chissà se guarderà in qualche modo suo figlio Mick esordire con la Haas tra qualche settimana, lui che era nato quando il padre tentava disperatamente di riportare quell'iride a Maranello. Gli riuscì nel 2000, ma questa è solo la punta di un iceberg. Settimo in qualifica al GP del Belgio del 1991, in sostituzione di Gachot (arrestato, andatevi a scovare che storia curiosa fu...), fa già capire a tutti che c'è qualcosa di strano, che un nuovo astro stava nascendo. Poi, in gara, la cronaca entusiasta di Mario Poltronieri finisce per portargli una massiccia dose di rogna: ritirato ancor prima di partire. E invece il 7 volte campione del mondo, è fermo là, al 29 dicembre 2013 e a quell'incidente sulle nevi di Meribel che lo hanno costretto a un lungo pit stop.

Schumacher amato ma anche odiato: se oggi la sua linda immagine di leggenda e campione è certificata da tempo, nei primi anni il tedesco non era proprio il massimo della simpatia. Per carità, nulla da obbiettare: avversario della rossa, inguaribile perfezionista come Niki Lauda o Ayrton Senna, muso duro. E si sa che i musi duri non fanno proseliti. Giorgio Terruzzi, in un incontro a Imola al quale assistetti un anno fa, ebbe a dire che se avessimo provato a osservare Senna e Schumacher di spalle, non ci saremmo accorti della differenza. Entrambi lavoravano chini sulla macchina e sulla loro passione, cercando la perfezione, talvolta riuscendo a trovarla. Che rivalità ci siamo persa. Ne abbiamo visto solo alcuni scampoli, sino a quel maledetto 1 maggio 1994.

Ma nel 1995, a Monza, quando era già certo il passaggio in rosso del tedesco che si portava dietro i suoi scudieri Byrne e Brown, apparse uno striscione: "Meglio un Alesi oggi che 100 Schumacher domani". Eh, capirai. Jean, il ferrarista nel midollo che aveva scelto la rossa rinnegando la Williams, dando così una sterzata anche alla sua carriera. Jean, bravo e sfortunatissimo pilota, con la casa inglese forse avrebbe vinto di più. Ma come resistere al richiamo di Maranello? Ecco, figuriamoci lui, così tenero e innocente, perdutamente innamorato del Cavallino, contro quel tedesco quasi insolente. Ebbene, mi suscita sempre curiosità, quasi trent'anni dopo, capire che fine abbia fatto l'autore di quello striscione...

Schumacher avvezzo allo scontro, in quei mitici anni Novanta. Nel 1994 tenta di buttar fuori Hill e quasi ci rimette il suo primo Mondiale, nel 1997 fa lo stesso con Villeneuve e ci rimette eccome il titolo che a Maranello aspettavano da diciotto anni. Nel 1998, e per la verità qui va scagionato, si infila nel retrotreno della McLaren di Coulthard e, una volta ritirati entrambi, va a cercare lo scozzese al box altrui. Scene che forse, nella Formula Uno odierna, non vedremo mai più. Sì, però poi il romanzo svolta. C'è lo Schumacher splendente, ebbro di gioia, consacrato e finalmente di nuovo campione. 2000, 2001, 2002, 2003 e 2004: cinque sinfonie consecutive, una macchina stellare, soprattutto nell'ultima annata. I trionfi sofferti del 2000 e del 2003, dopo una tonnellata di jella che si era abbattuta sul Cavallino sin dall'ultimo titolo datato 1979, Jody Schekter. 

E poi anche tutt'altro Schumacher. Nel 2001, il giornalista Pepi Cereda, inviato sulle piste per Mediaset, e pertanto spesso avvezzo a intervistarlo, ha ancora poche settimane di vita. Una brutta malattia lo sta portando via, e allora, nel retro del Motorhome Ferrari, Schumi chiede al suo amico e collega Giorgio Terruzzi il numero di telefono di Pepi. Per tre mesi, gli ultimi di vita del giornalista, Schumi gli telefonò una sera sì e una no. Anche questo era Michael Schumacher. E vorremmo tanto anche noi, oggi, farlo con lui, per augurargli uno splendido compleanno, nonostante tutto. Keep fighting Michael, che non si sa mai...

Stefano Ravaglia

Stefano Ravaglia nasce a Ravenna nel 1985. Giornalista pubblicista, appassionato di calcio e della sua storia,  ha seguito il Milan quasi dovunque in Italia e in Europa e collabora con la testata online "Europa Calcio". Appassionato in particolar modo di calcio inglese, tesserato al Liverpool Italian Branch, si occupa anche di Formula Uno, essendo direttore del sito www.F1world.it. Ha all'attivo quattro libri e alcuni racconti pubblicati in varie antologie. Conduce il programma tv "Cartellino Giallo" su Teleromagna ogni lunedì, e collabora con "1000 Cuori Rossoblù" dal gennaio 2020.