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Il personaggio della settimana - Fernando Alonso, l’indomabile

Scritto da  Matteo Righini Mar 24, 2021

Per almeno tre motivi non si può non apprezzare Fernando Alonso. Innanzitutto ha sempre espresso i suoi pensieri, per quanto scomodi fossero, senza temere di risultare antipatico, anche a costo di pagarne le conseguenze sulla sua pelle. Questa è una qualità che si riscontra raramente tra i piloti, sempre più soliti a nascondersi dietro a frasi fatte e al politicamente corretto: Alonso non è privo di difetti, anzi, ma sono anche le sue dichiarazioni fuori posto che lo fanno apparire come un uomo vero. Un altro aspetto per cui gli appassionati lo ammirano è la ricerca continua della sfida, che dalla Formula 1 lo ha portato a Indianapolis, quindi a Le Mans e alla Dakar, per poi, non contento, tornare di nuovo, alla soglia dei 40 anni, nel Circus. Un campione del mondo di Formula 1 non appagato dai suoi successi, che non ha avuto paura, spinto dalla fame di avventura e di vittorie, di rimettersi in gioco in varie categorie, adattandosi a vetture diverse, anche su palcoscenici meno popolari ma che i veri appassionati conoscono bene: questo è Fernando Alonso. E il terzo motivo? È molto semplice: Alonso viene adorato perché è stato, ed è ancora, sempre, costantemente, incredibilmente veloce.


La precocità di Alonso

I segni del suo talento non hanno tardato a manifestarsi. Fernando, nato a Oviedo, capoluogo del principato delle Asturie, in Spagna, il 29 luglio 1981, fin dai tempi dei kart è abituato a bruciare le tappe e a scalare le categorie in tempi record. Dopo aver dominato diversi campionati nazionali di kart in tutta Europa, nel 1998 approda alle monoposto. Nel 1999 partecipa, vincendolo, al campionato Euro Series by Nissan, e nella stagione seguente compete in Formula 3000. Nel frattempo, i test con vetture di Formula 1 ai quali prende parte stupiscono gli addetti ai lavori e gli valgono un sedile per il campionato di Formula 1 del 2001 con Minardi. Nonostante la vettura da bassa classifica, Alonso disputa una stagione molto convincente, facendosi notare in particolare dalla Renault, che gli affida il compito di collaudatore per il 2002. Nel 2003 fa parte, assieme a Jarno Trulli, della coppia di piloti titolari della scuderia francese, e nel corso della stagione, Fernando diventa il più giovane pilota ad ottenere una pole position e una vittoria fino ad allora. Nel 2005 il dominio di Michael Schumacher e della Ferrari, che aveva caratterizzato lo Formula 1 sin dagli albori del nuovo millennio, si interrompe, anche a causa dei regolamenti che avevano puntato a ristabilire l’equilibrio tra le scuderie. La Renault coglie l’occasione al volo e mette ai nastri di partenza una vettura molto competitiva. Alonso, al termine della stagione, diventa il primo spagnolo ad aggiudicarsi un titolo mondiale di Formula 1, conquistando il cuore di tutti i suoi connazionali. Nel 2006 replica il successo, questa volta al termine di un duello all’ultimo sangue col pilota di Kerpen. La sfida prende una piega decisiva alla penultima gara in Giappone, quando, assieme al motore di Schumacher, vanno in fumo tutte le speranze dei tifosi della Rossa di poter dare l’addio al campione tedesco rivedendolo nuovamente campione del mondo.


L’anno in McLaren e il ritorno

Nel 2007 Alonso si mette alla prova in una nuova squadra, la McLaren del team principal Ron Dennis. Ad affiancarlo c’è un debuttante, che aveva disputato un’eccellente stagione in GP2 l’anno precedente, che risponde al nome di Lewis Hamilton. La convivenza tra i due compagni di squadra è da subito molto difficile, perché il giovane inglese non ha nessuna voglia di fare da scudiero al bicampione del mondo. La rivalità raggiunge il suo apice nel corso delle qualifiche in Ungheria: Alonso allunga la sua sosta ai box in maniera tale da non dare il tempo a Hamilton, che attendeva il cambio gomme alle sue spalle, di riuscire a completare il giro di lancio prima della bandiera a scacchi. L’ultima gara in Brasile è un thriller. Alla vigilia Hamilton è in vantaggio di quattro punti su Alonso, ma nel corso della gara si ritrova con il cambio bloccato ed è costretto ad una rimonta che lo porterà al settimo posto, mentre Alonso è terzo dietro alle due Ferrari. Alla fine a spuntarla è il terzo incomodo, Kimi Raikkonen, che col primo posto riesce a superare di un punto entrambi i rivali. Oltre al clima non idilliaco tra i piloti, quello è stato anche l’anno della spy-story: la McLaren viene accusata di spionaggio nei confronti della Ferrari, e la FIA decide di escluderla dal campionato costruttori. Gli inglesi, partiti con i favori del pronostico, chiudono l’anno a mani vuote. Inoltre non ci sono più le condizioni per proseguire il rapporto con Alonso, che a fine anno tornerà in Renault. Le due stagioni successive non sono particolarmente esaltanti, ma Alonso avrà, a partire dal 2010, la possibilità di guidare la macchina più ambita: la Rossa di Maranello.


L’esperienza in Ferrari

I primi quattro dei suoi cinque anni in Ferrari coincidono con il dominio di Vettel targato Red Bull. Alonso non ha mai nascosto di non nutrire una particolare stima per le doti di guida del tedesco, attribuendo il merito dei successi alla vettura austriaca. Nel 2010 e nel 2012 l’asturiano arriva a un passo dal terzo titolo mondiale personale. Nel primo caso si trova, dopo un grande finale di stagione, in testa al campionato all’ultima gara, il Gran Premio di Abu Dhabi. Webber è staccato di 8 punti, mentre l’altro alfiere Red Bull, Vettel, di 15. Mentre Vettel porta a casa pole position e vittoria, Alonso e Webber, dopo il pit stop, rimangono tutta la gara alle spalle della Renault di Vitalij Petrov, non riuscendo mai a sopravanzarlo e terminando la corsa in settima e ottava piazza: il tedesco conquista così i punti necessari per chiudere il mondiale in vetta. Nel 2012 Fernando dopo il Gran Premio d’Italia è il leader del mondiale, con un rassicurante margine di 39 punti su Vettel. Il tedesco infila però una striscia di quattro vittorie consecutive e altri due podi, arrivando all’ultima gara in Brasile con un margine di 13 punti sul ferrarista. Al primo giro della corsa le speranze di Alonso si riaccendono: Vettel, che si trova nella bagarre di centro gruppo, va in testacoda, rimanendo fermo al centro della pista. Miracolosamente viene evitato da tutti, ma è comunque costretto a rimontare dall’ultima posizione. Sull’asfalto viscido di Interlagos, sul quale cade una pioggia intermittente, il pilota Red Bull scala la classifica fino al sesto posto, mentre Alonso non centra la vittoria, l’unico risultato che gli avrebbe permesso di rimettersi davanti a Vettel in classifica, arrivando secondo. Nella memoria dei tifosi restano comunque le sue undici vittorie, alcune delle quali molto significative, come quella a Valencia nel 2012, e la riconoscenza per aver portato la vettura oltre i limiti. Ne è indice anche il fatto che nello stesso periodo, i suoi compagni di squadra, prima Massa, poi Raikkonen, non hanno ottenuto alcun primo posto. Consapevole del proprio valore e di essere in lotta contro una Red Bull più performante, Fernando non nasconde la propria insoddisfazione, sia nelle dichiarazioni alla stampa che in alcuni team radio, che, come si sa, sono di pubblico dominio. In uno di questi, lamentandosi per essere stato mandato in pista nel traffico nel corso di una qualifica, non si capisce se si rivolga agli ingegneri del muretto box con un complimento ironico (“geni”) o con un insulto vero e proprio (“scemi”). La sostanza però non cambia. 


Il ritorno in McLaren

Il 2014 è il primo anno dell’era ibrida e del dominio Mercedes, e per la Ferrari è un calvario. Diventa anche chiaro che difficilmente la Rossa potrà colmare il gap con gli anglotedeschi nel breve termine. La permanenza di Alonso a Maranello è destinata a concludersi. Fernando accetta la proposta della McLaren, che a partire dal 2015 verrà spinta dai motori Honda, rientranti in Formula 1 dopo alcuni anni di pausa. Alonso vede nello sviluppo di questi nuovi propulsori giapponesi la possibilità di avvicinarsi alla Mercedes e di diventare i loro principali avversari nel giro di qualche stagione. Ancor prima del via del mondiale, nei test invernali di Barcellona, è vittima di un incidente, le cui circostanze sono ancora avvolte nel mistero. Una collisione col muro, apparentemente non violenta e che non ha provocato grossi danni alla vettura, lo costringe a quattro giorni di ricovero in ospedale. La scuderia inizialmente giustificò l’avvenuto parlando di forti raffiche di vento, che avrebbero potuto rendere ingovernabile la vettura. Ma questa tesi venne presto smentita dagli stessi inglesi. Oltre al motivo dell’impatto, non è chiaro come sia stato possibile che una decelerazione relativamente leggera abbia potuto provocare dei problemi fisici, la cui entità non è mai stata rivelata del tutto, ma tali da costringerlo a una degenza ospedaliera e a saltare la prima gara del campionato. Al rientro in pista, si troverà a dover fare i conti con una vettura davvero poco competitiva, e con i problemi di affidabilità e di prestazione della power unit Honda. Anche in questa occasione l’asturiano esprime tutta la sua frustrazione in un team radio diventato famosissimo. Dopo l’ennesimo sorpasso subito in rettilineo nel corso del Gran Premio del Giappone, grida ai suoi ingegneri “GP2 Engine!”, facendo seguire un grido di rabbia. È possibile immaginare come ai tecnici giapponesi non sia piaciuta questa esternazione, proprio nel corso della gara di casa. I quattro anni nella storica scuderia inglese sono privi di qualsiasi nota positiva. Anche il secondo posto, che negli anni in Ferrari gli andava stretto, diventa una chimera. Al termine del 2018, Fernando annuncia il suo primo addio alla Formula 1.


Una sfida dietro l’altra

Alonso non aspettò la fine della sua esperienza in McLaren per tentare di aprire nuove strade. Nel 2017 annuncia che avrebbe saltato il Gran Premio di Monaco per volare a Indianapolis, dove lo stesso giorno si sarebbe corsa la 500 miglia. Lo spagnolo si dimostra in quella occasione in grado di competere coi migliori della Indycar, pur non avendo alcuna esperienza con le gare sugli ovali, e viene fermato da un guasto alla sua vettura quando si trovava ancora in lotta per le prime posizioni. Meno fortunate furono le due successive esperienze sul tracciato americano: nel 2019 non riesce a superare il bump day e non si qualifica tra i migliori 33 che prendono il via alla gara, mentre nel 2020 conclude al ventunesimo posto, senza farsi mai vedere nelle posizioni di vertice. 

I successi sono arrivati invece dalle gare di durata. Alonso conquista per due volte la 24 ore di Le Mans, nel 2018 e nel 2019, con Toyota, dominatrice in quegli anni nel campionato del mondo endurance. Lo spagnolo chiuderà al primo posto la superseason 2018-2019, trionfando per due volte anche nella 6 ore di Spa e nella mille miglia di Sebring. Un’altra affermazione di rilievo è stata quella nella 24 ore di Daytona del 2019, gara endurance facente parte del campionato americano IMSA. 

La sua ultima avventura, ma non per importanza, né per fascino, è stata quella del gennaio 2020 tra la sabbia dell’Arabia Saudita. Stiamo parlando della sua partecipazione, sempre a bordo di una Toyota, alla Dakar, la storica gara a tappe nel deserto, riuscendo a completarla al primo tentativo con una buona tredicesima posizione.

Il cerchio si chiuderà il 28 marzo 2021, quando Fernando Alonso, dopo aver esplorato in lungo e in largo il mondo dell’automobilismo, sarà al via del primo Gran Premio stagionale di Formula 1 in Bahrain, a bordo della Alpine. Siamo sicuri che, qualsiasi saranno le posizioni per le quali si troverà a lottare, sarà ancora in grado di lasciare il segno, con il suo carattere e la sua velocità.