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Il personaggio della settimana – Gian Carlo Minardi: il cuore oltre gli ostacoli

Scritto da  Matteo Righini Apr 07, 2021

Giancarlo Minardi ci ha insegnato che in Formula 1 non meritano attenzione soltanto le scuderie in lotta per il vertice. Perché, se non disponi di capitali faraonici e non hai alle spalle un passato glorioso, anche solo esserci è un traguardo. Infatti, egli racconta che provò una delle più grandi emozioni della sua vita quando venne dato il semaforo verde per il via delle prove libere del Gran Premio del Brasile 1985. Subito dopo, la Minardi M185, guidata da Pierluigi Martini, scese in pista. Era la prima volta che una sua vettura partecipava a un weekend di gara del mondiale di Formula 1: e in quel momento realizzò che ci era arrivato per davvero. E per ventuno stagioni, seppur tra mille difficoltà, questa soddisfazione si è rinnovata. Conquistare anche un solo punto nel corso di un campionato poteva rappresentare una svolta: si trattava di un’impresa complicata dal fatto che fino al 2002 il privilegio di avanzare in classifica era riservato solo ai primi sei classificati di ogni Gran Premio. Comunque, ciò è avvenuto in ben undici delle ventuno stagioni di permanenza della scuderia dell’imprenditore faentino in Formula 1. Giancarlo Minardi ci ha fatto capire che l’esistenza di team come il suo è importante per l’intero sport, e non solo per fare numero in fondo al gruppo. La Minardi ha costituito un trampolino di lancio per giovani piloti e ingegneri, che altrimenti non avrebbero avuto modo di farsi le ossa direttamente nella categoria principale. E alcuni di loro hanno fatto strada e sono approdati nelle migliori scuderie, raggiungendo enormi successi. Ma nessuno di loro ha potuto dimenticare la gestione umana, da buon padre di famiglia, del team da parte di Giancarlo Minardi.


La nascita della Scuderia

Giancarlo, classe ’47, nasce in mezzo ai motori: il padre Giuseppe gestisce la concessionaria FIAT di Faenza dal 1927. Il suo primo desiderio è quello di diventare pilota, per questo prende parte a rally e corse in salita, ma senza ottenere risultati di prestigio. Nel 1972 inizia la sua carriera da dirigente, presso la Scuderia del Passatore, di Lugo, che partecipava al campionato di Formula 3. Minardi decide di impegnare la scuderia anche in Formula Italia, dove arrivano i primi successi con Giancarlo Martini. Le vittorie fruttano una sponsorizzazione del team da parte della ditta per accessori per auto Everest, che dal 1975 darà anche il nome alla scuderia. Il team sbarca in Formula 2, e Minardi si fa notare da Enzo Ferrari, che lo invita a Maranello per un colloquio al termine del quale decide di affidargli una Ferrari 312 B3 di Formula 1, affinché venga utilizzata per i test con i giovani piloti.  In questi anni, transitano dalla scuderia Everest piloti come Elio De Angelis e Clay Regazzoni. Col cessare della sponsorizzazione da parte della Everest, nel 1980 il manager faentino decide di proseguire l’avventura in Formula 2 con una propria scuderia: nasce così il team Minardi.  A differenza delle esperienze precedenti, in cui le vetture utilizzate venivano acquistate e successivamente modificate, il team Minardi progetta e produce le proprie monoposto, sotto la responsabilità dell’ingegner Giacomo Caliri. Dopo una prima annata interlocutoria, nel 1981 la Minardi raggiunge già ottimi risultati. I piloti sono l’ex motociclista venezuelano Johnny Cecotto e il giovane milanese Michele Alboreto. L’italiano, nella gara di Misano, si aggiudica la vittoria, prima e unica affermazione della scuderia faentina nella categoria. A causa di una situazione economica instabile, dovuta alla mancanza di sponsorizzazioni importanti e continue nel tempo, non sarà più possibile ripetere tale risultato. La Formula 2 di allora è molto lontana dall’essere il monomarca attuale: molti marchi importanti investono nello sviluppo di motori e telai, e i giovani piloti, come Paolo Barilla e Alessandro Nannini, che in quegli anni trovano spazio alla Minardi, necessitano ancora di accumulare esperienza. Nonostante tutte le difficoltà, la scuderia Minardi cresce, arrivando a dare lavoro a 22 persone, e acquisisce sempre più notorietà. La Formula 2 inizia a stare un po’ stretta. Nei primi anni ’80 si fa largo in Minardi l’idea di tentare il passaggio nel palcoscenico più importante: quello della Formula 1. Inizia quindi a testare materiali come kevlar e carbonio per i telai delle sue Formula 2, al fine di entrare in confidenza con le tecnologie più avanzate; raduna sponsor locali per la copertura finanziaria e si accorda con l’Alfa Romeo per la fornitura di motori: è tutto pronto per il grande salto, fissato per il 1985.

1993: il Dott. Minardi e i piloti Fittipaldi e Barbazza (© redbull.com)

I primi anni in Formula 1

Neanche il tempo di debuttare, e per la Minardi insorgono già alcuni problemi, e non di piccola entità. Nannini, il pilota designato per affrontare la stagione, l’ultima che non prevedeva l’obbligo di schierare due auto per scuderia, non riesce a ottenere la superlicenza. Sarà quindi Pierluigi Martini, nipote del già citato Giancarlo e che, come lo zio, aveva militato in Minardi nelle categorie propedeutiche, il pilota della scuderia faentina. Inoltre, pochi mesi prima dell’inizio della stagione, l’Alfa Romeo comunica che non fornirà più i motori alla Minardi. La macchina, già testata con il propulsore della casa di Arese, viene riadattata al motore Cosworth, con il quale Minardi inizia la stagione, prima di accordarsi con la Motori Moderni. Questa azienda era stata appena fondata dal suo vecchio socio Piero Mancini, che aveva arruolato l’ingegnere ex Ferrari Carlo Chiti per lo sviluppo di un motore di Formula 1. A partire dalla terza gara, e per le due stagioni successive, saranno loro i fornitori della Minardi. E così, il team, composto in tutto da tredici persone, parte alla volta del Brasile per il primo Gran Premio della sua storia. Martini, nel corso della stagione, porterà al traguardo la vettura in tre occasioni, con un ottavo posto come miglior risultato. Il 1986 è il momento dell’approdo di Nannini, che potrà contare sul compagno più esperto Andrea De Cesaris, ma per la scarsa affidabilità dei propulsori, non riusciranno a vedere la bandiera a scacchi più di una volta a testa. Per il primo punto bisogna aspettare il 1988 e il ritorno ai motori aspirati Cosworth, quando a Detroit Pierluigi Martini, appena rientrato in squadra per sostituire lo spagnolo Adrian Campos, conclude la gara al sesto posto. Nel 1989 i punti ottenuti furono sei, con la soddisfazione di portarsi per un giro in testa a una gara, nel corso del Gran Premio del Portogallo con Martini. Il pilota lughese può essere considerato un pilastro nella storia della Minardi, con la quale ha disputato 102 Gran Premi: a lui è legata anche la miglior qualifica di sempre della scuderia. Grazie al secondo tempo nelle prove ufficiali dell’appuntamento inaugurale della stagione 1990 a Phoenix, Martini scatta dalla prima fila in gara, chiusa poi al settimo posto. L’anno viene chiuso senza muovere la classifica dallo zero nella casella dei punti conquistati. Nel 1991 Martini porta la Minardi, spinta dal motore Ferrari, a concludere una gara per due volte al quarto posto, a Imola e all’Estoril, aggiudicandosi i punti necessari per terminare il mondiale costruttori come settima forza, il punto più alto mai raggiunto in tale classifica. Il piazzamento ai piedi del podio in una corsa sarà replicato dal team romagnolo solo in un’altra occasione, nel 1993 con Christian Fittipaldi a Kyalami. Questi risultati consentono alla Minardi di ottenere importanti premi dalla FIA e di evitare le prequalifiche, allora previste per le scuderie meno blasonate. Intanto, dal 1988 lavorano nella scuderia due promettenti ingegneri: Gabriele Tredozi e Aldo Costa. Il primo diventerà direttore tecnico della scuderia dal 2001 al 2005, mentre il secondo lascerà Faenza per dare il proprio contributo ai successi della Ferrari dei primi anni 2000 e a quelli targati Mercedes dell’era dei motori ibridi.

Fernando Alonso e Gian Carlo Minardi a bordo pista (© minardi.it)

Nuovi investitori e nuovi piloti

La scelta di affidarsi ai motori Ferrari nel 1991, e a quelli del progetto Lamborghini gestito da Mauro Forghieri nel 1992, aggrava il bilancio della scuderia, che dal 1994 è costretta alla fusione con la Scuderia Italia, mentre nel 1997 Giancarlo Minardi, pur rimanendo presidente, cede l’85% delle sue quote a Flavio Briatore e Gabriele Rumi, patron della Fondamental. In questi anni si alternano alla guida diversi piloti interessanti. Michele Alboreto chiude la carriera con la stagione in Minardi nel 1994; oltre a lui trovano spazio nella seconda metà degli anni ‘90 Jarno Trulli e Giancarlo Fisichella. Anche alcuni piloti che hanno trovato le loro maggiori fortune in altre categorie sono passati dalla Minardi: è il caso di Alex Zanardi, Gianni Morbidelli, Fabrizio Barbazza e Marc Gené. La scuderia verrà poi acquisita da Paul Stoddart all’inizio del 2001. Minardi continuerà a coprire ruoli di primo piano, tra cui quello di selezionatore di giovani piloti: entreranno a far parte del team di Faenza Fernando Alonso e Mark Webber. I vari passaggi societari hanno contribuito a tenere in vita la scuderia, ma non a migliorarne significativamente le prestazioni. Le comparsate in zona punti diventano sempre più rare. 

Gian Carlo Minardi al "Minardi Day" - Imola (© minardi.it)

Oltre la Formula 1

Nel frattempo il volto della Formula 1 è profondamente cambiato: si è passati da una moltitudine di team che si giocavano l’accesso ai Gran Premi alle venti macchine, e non di più, in pista; da scuderie gestite in prima persona dai loro proprietari e fondatori, all’epoca dei manager. Come accade per tutti i cicli, anche questo si sta avviando verso la sua conclusione. Nonostante mille dubbi e incertezze, Minardi è riuscito a portare le sue macchine in pista per 21 stagioni e 340 Gran Premi: solo otto scuderie in tutta la storia della Formula 1 hanno partecipato a un numero maggiore di gare. L’ultima corsa è il Gran Premio di Cina, che conclude la stagione 2005. Da quel momento in poi la scuderia passa in mano alla Red Bull, che la ribattezza Toro Rosso, mantenendo la sede a Faenza. Nessun rimpianto, quindi, se non quello di non essere più lì a far debuttare i giovani piloti e a dare loro una mano a fare esperienza, e questo rammarico è condiviso da tutto il movimento italiano di piloti, che per anni ha pagato le conseguenze dell’assenza di un team come il suo, non riuscendo a trovare più sbocchi nella massima formula. Ma la sua passione non è di certo venuta a mancare: l’attività di talent scout che svolgeva per conto proprio girando per le piste e i kartodromi in cerca di giovani promesse, si è tramutata in una collaborazione con l’ACI, che lo porta a seguire le gare di tutti i campionati italiani e a supervisionare le scuole federali, sempre col fine ultimo di aiutare la crescita di questi piloti. E dal 2021 Minardi ricopre un nuovo, cruciale, incarico: quello di presidente della società Formula Imola, che gestisce l’autodromo in riva al Santerno. Un altro pezzo dell’automobilismo italiano e della Motor Valley viene così affidato alle sue sapienti mani, e siamo certi che la sua generosità d’animo e l’esperienza che accumulato in decine di anni sul campo saranno di grande aiuto a una sempre maggiore affermazione dell’”Enzo e Dino Ferrari”.