I racconti del commissario – Il rifornimento di Imola

Scritto da  Giu 16, 2021

«Che roba è?». Poche parole pronunciate con un tono piuttosto seccato non sono esattamente il mezzo migliore per esprimersi con il proprio direttore sportivo, anche quando ci si chiama Achille Varzi e non si è semplici piloti ma campioni acclamati. A maggior ragione quando il direttore sportivo si chiama Enzo Ferrari e non è un tipo esattamente accomodante. Eppure proprio queste sono le parole che diedero inizio ad una violenta discussione tra due miti dell’automobile ai bordi della vecchia circonvallazione di Imola. Non lo potevano sapere, ma il loro battibecco avrebbe scritto una pagina di storia delle corse. Se volete capire perché, mettetevi comodi e saltate indietro all’ 8 aprile del 1934. Il giorno dell’VIII 1000 Miglia.

La grande sfida

Sette anni dopo la sua nascita, la “Coppa delle 1000 Miglia” era già molto più di una semplice gara automobilistica. Si trattava di un evento che per un’intera domenica di inizio primavera bloccava mezza Italia facendo riversare milioni di persone sulle strade per seguire i passaggi dei “bolidi rombanti” sotto le loro case. Nel frattempo il resto della popolazione restava incollata alle radio (proprie o di chi poteva permettersele) per ascoltare le vicende della corsa. I racconti delle imprese leggendarie di piloti ed auto nazionali diventavano pretesto per la retorica di regime che esaltava “il genio e l’ardimento della valorosa stirpe italica”. Nella realtà il passaggio delle vetture in un paese ancora povero e contadino diventava qualcosa di magico per il pubblico, tanto da essere immortalato dal maestro Fellini nel suo indimenticabile “Amarcord” una quarantina di anni dopo. In un simile contesto, l’edizione del 1934 viveva tutta sulla sfida tra i grandi duellanti del tempo: Achille Varzi e Tazio Nuvolari. Due campioni dal carattere opposto che facevano la fortuna della stampa, sempre pronta a soffiare sul fuoco del dualismo, dividendo il pubblico in due fazioni di tifo.

 Federico Fellini nel suo "Amarcord" inserisce un suggestivo passaggio notturno della Mille Miglia. Una corsa che faceva sognare gli italiani 

Due Alfa uguali...ma diverse

La sfida tra il galliatese ed il mantovano era sulla carta un duello di uomini. Entrambi infatti prendevano il via al volante di un’ Alfa Romeo 8C 2300 Monza Spider Brianza Biposto con cilindrata maggiorata a 2600 cc e capace di 180 CV. In sintesi quanto di meglio si potesse chiedere per partecipare alla corsa. Tuttavia le vetture non erano esattamente identiche. Quella di Varzi infatti era iscritta dalla Scuderia Ferrari ed era alimentata da un carburatore Weber, mentre quella di Nuvolari era iscritta dal suo compagno di equipaggio Eugenio Siena ed era dotata di un Memini con messa a punto curata direttamente dal direttore tecnico dell’Alfa, Vittorio Jano. Ma soprattutto le due biposto del Biscione differivano nelle “calzature”: gomme Pirelli per Varzi, Dunlop per Nuvolari. Un particolare che, vedremo, sarà fondamentale.

La grande freccia rossa

Il percorso della 1000 Miglia nella fase anteguerra tagliava letteralmente in due quella che all’epoca era l’Emilia, ancora non abbinata alla Romagna nel nome e tanto meno definita “Motor Valley”. In pratica la corsa percorreva interamente la via Emilia in andata verso Roma da nord-ovest a sud-est fino a Bologna per scendere verso Firenze, quindi in direzione opposta nel percorso di ritorno da Rimini nuovamente fino a Bologna per dirigersi a Ferrara. Il capoluogo veniva così attraversato due volte costituendo il nodo fondamentale per il percorso, ma non per le vicende di gara. Il punto decisivo per la corsa era infatti una trentina di chilometri più a est, dove l’accento bolognese lasciava spazio al dialetto romagnolo e la Scuderia Ferrari aveva deciso di piazzare l’ultimo rifornimento. Imola, ben prima di costruire l’autodromo che l’avrebbe resa celebre, si trovava proprio sul percorso di ritorno. Per la precisione dopo 1205 chilometri ed a 410 dall’arrivo di Brescia, una posizione strategica per la sosta in vista dello sprint finale. Enzo Ferrari aveva pianificato la sua strategia con attenzione, individuando il luogo adatto per allestire l’assistenza dove avrebbe atteso le vetture lungo la circonvallazione della cittadina romagnola, l’attuale viale De Amicis. L’area scelta esiste tutt'oggi, pavimentata e protetta da due alti platani, davanti alla sede di un istituto bancario. All’epoca era un semplice spiazzo fangoso e sconnesso dove avevano trovato posto due camion officina attrezzati. Gli ancora giovani platani erano diventati perfetti per tendere un telone a protezione di vetture e personale nel corso delle soste, il tutto sotto gli occhi di spettatori ed avventori dell’Osteria Plata. Già, nel 1934 era più facile incontrare osterie piuttosto che banche in quel di Imola.

Il “pit stop” di Imola

Le “2300” di Chiron-Rosa e Tadini-Barbieri si fermarono regolarmente, gli equipaggi scesero dalle biposto mentre i meccanici procedevano ai controlli programmati, alla sostituzione delle candele ed al rifornimento del “supercarburante”, la miscela elaborata dalla Shell dopo le sanzioni internazionali che privavano l’Italia delle importazioni di benzina. Infine si procedeva alla sostituzione degli pneumatici, che come sempre avrebbe potuto rivelarsi decisiva. Quando fu Varzi a fermarsi per la sosta programmata, i meccanici della Scuderia Ferrari fecero rotolare accanto all’ Alfa numero 48 quattro ruote dotate di Pirelli “ancorizzate”. Così venivano chiamate all’epoca le gomme con speciali intagli sul battistrada che garantivano una migliore tenuta sui fondi bagnati. Ferrari infatti, col la consueta avvedutezza, aveva previsto di contattare telefonicamente dei conoscenti lungo il percorso e sapeva che risalendo verso nord le strade erano bagnate dalla pioggia. Varzi si trovava in lotta per la prima posizione con Nuvolari, che lo precedeva di poco anche a causa di una precedente foratura, ed era l’unica possibilità di trionfo per la scuderia del Cavallino. La scelta di montare pneumatici con maggior tenuta sull’asfalto viscido poteva essere decisiva, ma il pilota non la vedeva allo stesso modo. Da lì nacque la violenta discussione con Ferrari davanti al pubblico imolese che, protraendosi per lunghi secondi, stava compromettendo le residue speranze di vittoria. Fu Enzo a troncare la diatriba con un tombale: «Faccia quello che vuole». «E va bene, se lo dice lei, datemi le ancorizzate» fu la risposta di Varzi.

Sorpasso bagnato, sorpasso fortunato

«Ha ragione!» urlò il pilota ripartendo dalla sosta. Appena aveva innestato la marcia le prime gocce di pioggia avevano iniziato ad inumidire la carrozzeria della rossa biposto milanese. Il resto è storia. Negli ultimi 400 chilometri, sulle veloci strade tra il ferrarese ed il Polesine, il pilota galliatese recuperò tutto lo svantaggio accumulato nei confronti di Nuvolari, superandolo sul ponte stradale di Venezia. L’ultimo allungo verso Brescia tagliando la pianura veneta fu solo il sigillo al trionfo finale. Achille Varzi ed Amedeo Bignami vinsero la 1000 Miglia in 14 ore 8’ e 5” staccando Nuvolari-Siena di 8’53”. Sarebbe stata la prima ed unica vittoria di Varzi nella corsa della “grande freccia rossa” ed una rivincita dopo la beffa subita dal “mantovano volante” quattro anni prima. Ma a noi piace ricordare come, ben prima dell’arrivo dei gran premi, a Imola si scrisse una pagina epica della storia delle corse.

 

Ultima modifica il Giovedì, 10 Febbraio 2022 11:42
Claudio Fargione

Imolese, vive da sempre a due passi dall’Autodromo e per questo da sempre gioca con le macchinine. Ingegnere meccanico per gli studi, ufficiale di gara per scelta, parla di tutto ciò che è automobilismo per passione. Si sente figlio della Motor Valley e la racconta per 1000 Cuori Rossoblu ma è di casa a Le Mans.