Mansell vince a Silverstone nell'anno del titolo mondiale Mansell vince a Silverstone nell'anno del titolo mondiale F1World

NIGEL MANSELL – L’ARTE DEL SORPASSO

Scritto da  Lug 28, 2021

Nella vita esistono uomini e uomini. D’altronde è dai tempi di Charles Darwin che si parla di sopravvivenza della specie. Certe persone ce la fanno e certe persone no. Chi ce la fa, alle volte, sa essere indomabile. Gli indomabili sono uomini che nella vita e nello sport, soprattutto, sembrano non essersi mai rasseganti al passare del tempo e si sono sempre calati con entusiasmo in ogni avventura che la vita proponeva. Il tutto senza guardare alla forma, ma alla sostanza delle cose e pensando solo a spingere al massimo. A tutto gas e senza paura.

Tutto questo potrebbe essere il ritratto di Nigel Mansell. Un pilota che ha emozionato fino all’ultimo giro della sua carriera per la sua devota capacità nel cercare il limite della pista e della macchina trovandolo grazie ad un briciolo di sana e spregiudicata incoscienza. Spesso, il maestro inglese è stato considerato, a torto da chi lo voleva fuori dallo spettacolo, un incompiuto, eppure ha vinto un mondiale di F1 e un titolo Indycar. Un "double" che solo pochissimi possono permettersi. Per entrare nell’olimpo dei più grandi di tutti i tempi gli sono mancate solo la 24 Ore di Le Mans e la 500 Miglia di Indianapolis, con quest’ultima che più per sfortuna che per demerito non è mai riuscito a vincere. Ma a “Re Nigel” tutti questi titoli non interessano.

GOMME BUCATE. Nigel con le gomme forate non ha mai avuto un rapporto splendido, anzi. A dirla tutta il pilota britannico ha avuto proprio un rapporto privilegiato in negativo. Alla mente può ritornare il GP d’Australia del 1986 quando per un errore di strategia perde il Mondiale a favore di Prost (che spesso ritornerà come arci-nemico nella sua carriera) e della McLaren nonostante guidasse la super Williams Honda.

Tuttavia, le gomme quando non sono bucate lo portano ad essere un pilota eccezionale. Nigel lo capisce fin da piccolino, quando si appassiona di olio del motore e benzina. Avanza come tutti sui kart arrivando poi presto nelle formule minori. Spesso nella sua carriera si è contraddistinto per il suo modo di fare incosciente ma preciso, tanto che riesce a diventare sin da giovane un prospetto interessante per il mondo della Formula 1: pur senza essere un “enfant prodige”.

Nigel arriva in Formula 1 alla Lotus dopo tanta gavetta e dopo risultati altalenanti sia in F2 che in F3, dove però si fa notare nel prestigioso Gran Premio di Monaco riservato alla categoria cadetta. Gli addetti ai lavori del Circus iridato capiscono che nel giovane britannico di Upton Upon Severn. Purtroppo dovrà aspettare qualche anno per salire di categoria. Sul finire del ’79, l’allora 26enne Nigel ha un grave incidente in F3 a Oulton Park che per poco non gli costa la paralisi.

LA PRIMA FATICA DI MANSELL. Con una macchina poco competitiva come la Lotus, l’inesperto Mansell combina poco o nulla. Non sembra essere quel pilota dalle buone speranze, ma il Leone si sa, non muore mai. Qualche podio qua e là, nei primi tre anni, lo salvano e solamente nel 1984 si vede il vero Nigel. Nonostante sia entrato nel club dei trentenni. In quella stagione arriva la prima pole a Dallas. Una gara che entrerà nella storia della Formula 1. Una corsa memorabile nella quale Nigel commuove il mondo intero, quando dopo aver dominato la corsa comincia ad essere sorpassato da diverse vetture a causa di un problema alle gomme. Sempre quelle maledette gomme. Arriva così in ritardo dai primi all’ultimo giro e per colmo della sfortuna, che sembra essersi presa cura di Nigel, la sua Lotus si pianta a pochi metri dal traguardo per un problema tecnico.

Mansell, nonostante la fatica ercolina delle quasi due ore di gara e il caldo torrido (c’erano 40 gradi all’ombra), prova generosamente a spingere la sua vettura oltre il traguardo. Un gesto istintivo ma che gli costa le sue ultime energie fisiche. Mansell crolla letteralmente a terra. Una prova di coraggio che rende l’idea precisa dell’amore che tutti gli appassionati provano nei confronti del baffo di Savern. In quella stagione però succede di tutto. Prima del crollo fisico di Dallas, Nigel va vicino alla vittoria a Montecarlo nella gara che consacra al mondo un giovane talento di Ayrton Senna, che quel giorno arriva secondo al volante di una macchina come la Toleman, che oggi è lo specchio riflesso della Williams di Russell.  In quella gara incredibile Mansell, partito in prima fila sotto il diluvio, prende la testa della corsa a metà gara. Nigel vola e probabilmente vola troppo. Infatti, Nigel compie un errore sciocco alla curva della stazione che lo mette fuori gara. La gara la vincerà poi Prost con tante critiche, consacrando con quella corsa la nuova era della Formula 1.

TANTE SOFFERENZE. La Williams, che all’epoca sta sviluppando un nuovo motore Turbo con la Honda, rappresenta tanti punti di domanda, ma Nigel che in passato ha con i motori nipponici in F2, si convince che questa sia la scelta migliore da fare. Ma alla fine il campionato non arriva. Passano gli anni e Nigel cresce di livello. Passa dall’essere un pilota di metà classifica con aspirazione per un podio ad essere un pilota da campionato. Costante e lucido nelle scelte dei sorpassi che lo fa diventare il “leone del sorpasso”.

Nel 1988, Nigel è alla Williams che, nel frattempo, perde i propulsori Honda in favore della McLaren e dovette ricorrere ai meno competitivi Judd V8. Fu una stagione di sofferenza che gli costò ben 14 ritiri su 16 gare (ne saltò anche un paio per guai fisici), ma, nonostante questo, in occasione degli unici arrivi sotto la bandiera fu capace di agguantare due splendidi secondi posti, di cui uno a Silverstone sul bagnato. Inoltre, la gara di casa e il podio che ne scaturisce fanno da cornice all’annuncio del suo passaggio alla Ferrari per il 1989.

IL MIRACOLO UNGHERESE. Il “Leone” ripaga subito la fiducia del Cavallino vincendo incredibilmente al debutto. Un successo insperato quanto incredibilmente affascinante per come maturato. Il resto della stagione, insieme a qualche podio, è costellato come da previsione da problemi di gioventù della vettura, la quale palesa diversi guasti di natura meccanica. Problemi che, comunque, non impediscono a Mansell di compiere un’altra impresa in Ungheria, il circuito ritenuto per antonomasia, insieme a Monaco, il più difficile dove sorpassare. 

Nigel parte 12°, ma in virtù di una condotta di gara all’attacco e sfruttando anche qualche ritiro, l’inglese riesce a portarsi nelle prime posizioni. Poi, al momento opportuno, sferra un deciso attacco a Senna che comanda la corsa approfittando di un doppiaggio, passando in testa e conquistando così la vittoria al Hungaroring. A fine gara Senna dirà di lui: “Non so mai cosa fare con Mansell. Non so mai in quale specchietto retrovisore guardare quando mi sta dietro. Nigel è un maestro”. Un successo che lo consacra sempre di più come idolo dei tifosi, anche di quelli della Ferrari, che per il primo anno lo vedevano alla guida di una monoposto di Maranello. Nel 1990 al posto di Berger, suo compagno nel 1989, arriva dalla McLaren il pluri-titolato Alain Prost e così la Rossa, al pari della scuderia di Woking l’anno precedente aveva due top driver tra le sue fila. Certamente una scelta difficile, soprattutto per chi doveva gestire entrambi, nella fattispecie Cesare Fiorio allora responsabile della Scuderia del Cavallino. Non a caso Mansell soffre Prost più che altro a livello psicologico e fu come sempre questo aspetto a rendergli la stagione un inferno.

BACK HOME. Nel 1991, Mansell ritorna alla corte di Frank Williams. Il team britannico è pronto a rimettersi sulla retta via grazie ai motori Renault ufficiali e ad una vettura disegnata da un giovane, ma talentuoso, astro dell’ingegneria mondiale come Adrian Newey, il cui estro era associato all’esperienza di Patrick Head un mostro sacro della Formula 1.

Un’altra stagione del “quasi” e dei “se” per Mansell, che si sostitusce a Prost come sfidante di Ayrton Senna e della McLaren, ma che non riesce nche in questa occasione a fare suo il tanto agognato titolo mondiale. A bordo della FW14 Nigel conquista ancora 5 vittorie in campionato, ma sempre per problemi di affidabilità o per qualche pasticcio con le solite gomme (stavolta ai box) non vede realizzarsi il proprio sogno.

Sembra una persecuzione. In Canada, quando la vittoria sembra ormai certa, Nigel si ferma al penultimo giro per un guasto elettrico nel momento in cui conservava sul suo più immediato inseguitore, Nelson Piquet, un vantaggio enorme. Nel 1992 arriva finalmente l’occasione giusta per il “Leone” e l’arma in più della Williams è costituito dal nuovo sistema di sospensioni attive. Un modello unico nel panorama motoristico che grazie a questo espediente tecnico, la FW14 permette a Mansell di vincere ben 9 Gran Premi su 16 e fare sue ben 14 pole position. Non forse la maniera più drammatica per vincere un titolo, ma resta pur sempre un titolo mondiale. Nigel dopo 12 anni di lotte si porta a casa il tanto ricercato titolo mondiale. Il titolo non basta, però, a Mansell. La Williams lo abbandona. Nel frattempo la scuderia di Frank Williams si era accordata con Alain Prost, il suo vecchio rivale, che si prese il tanto ambito sedile della monoposto inglese per il 1993. Una delusione per un giovane quarantenne che si sentiva il bis nel piede. 

GRAZIE BAFFO. Nigel Mansell ha disputato 187 Gran Premi di Formula 1, con 31 vittorie, 32 pole position, 30 giri più veloci in corsa e 480 punti conquistati. Si è classificato per 82 volte a punti e per 59 sul podio, partendo in 56 occasioni dalla prima fila. Ma sono solo numeri questi. Numeri che vogliono dire tanto ma non tutto. Uno dei tratti che hanno reso Nigel uno dei campioni più amati della storia del Circus 1 sono i suoi folti baffi (che tra l’altro oggi non porta più, il che fa sorridere), i quali hanno reso la sua immagine quasi iconica. Il “Leone” viene ricordato sopra ogni cosa per il suo coraggio. Un coraggio da leone.  la sua tenacia lo ha portato a provarci sempre fino all’ultima curva, per la sua disincantata avversione verso i tatticismi, per la sua passione nei duelli e per il suo modo di affrontare le sfide “con il cuore in mano” e con “il piede sul gas”. Un approccio iconico e del tutto personale che non può lasciare indifferenti gli appassionati di Formula 1. Questo suo modo di fare (da grandissimo dello sport) lo ha portato a vincere un solo mondiale, ma è stato comunque un titolo che il vecchio “Leone” ha conquistato a modo suo, ovvero dominando dall’inizio alla fine e correndo senza fare calcoli. Thank you Nigel! God bless you!

Ultima modifica il Mercoledì, 28 Luglio 2021 16:39