Il primo passaggio alla Curva Tosa in una 200 Miglia di Imola "anni ruggenti" Il primo passaggio alla Curva Tosa in una 200 Miglia di Imola "anni ruggenti" Autodromo Imola

Una gara da Mito – La 200 Miglia di Imola: la corsa del futuro

Scritto da  Set 07, 2021

Guardare avanti

Due imolesi D.O.C. ed innamorati delle due ruote di nome Angelo Dal Pozzo e Claudio Ghini l’hanno definita “la corsa dei sogni” in uno splendido libro a lei dedicato. Ma per chi quella corsa l’ha vissuta solo a posteriori nei racconti di chi l’ha vissuta più o meno direttamente e davanti a fotografie di un Autodromo invaso da un mare di pubblico può solo vederla diversamente. Perché la 200 Miglia di Imola è un’entità incastonata in un’epoca lontana ma che sembra provenire dal futuro collocandosi in una dimensione sospesa capace di catapultarla direttamente in zona mito. Una gara nata nello scorso secolo che travolse come un ciclone un motociclismo europeo ancorato alle sue tradizioni portandolo avanti decenni. Ma soprattutto portando in Romagna la scheggia di un’ America ancora lontana. E dietro ad un evento del genere non poteva che esserci un gentiluomo che veniva da altri tempi ma guardava solo davanti a sé chiamato Francesco Costa. Per tutti semplicemente Checco.

Centauri in piega alla Rivazza in una Coppa d'Oro Shell anni Cinquanta (Il Nuovo Diario Messaggero)

Un mondo in bianco e nero

Alla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo il motociclismo europeo godeva di un ampio seguito di ma sembrava essere prigioniero di sé stesso. Il dominio del binomio Agostini-MV esaltava i tifosi italiani ma stava uccidendo le classi maggiori del motomondiale, dove le case tricolori latitavano ancora dopo il “patto di astensione” firmato nel 1957 da Guzzi, Gilera e Mondial. La sola MV filava dritta per la sua strada mietendo allori, contrastata dalle case giapponesi in un mondo dove le tute dei piloti erano ancora rigorosamente e sobriamente nere. In un ambiente così “ingessato” Costa era un organizzatore sui generis. Era l’anima a due ruote del circuito di Imola, l’espressione più intensa e genuina della passione per i motori propria di quella che ancora non si autodefiniva Motor Valley. Checco era tutto questo ma anche organizzatore sanguigno e lungimirante. Fu lui a coinvolgere già a metà anni Cinquanta i primi sponsor, o meglio finanziatori come si diceva allora, per dare vita a gare che con i loro premi di ingaggio attiravano nel giovane impianto imolese i migliori centauri e le squadre ufficiali di un Motomondiale composto ancora da poche prove. Lo fece così bene che grazie al successo di competizioni come la “Coppa d’Oro Shell” riuscì a strappare a Monza la prova italiana del Mondiale 1969. Sembrava impossibile che un circuito “campagnolo” scippasse al monumento brianzolo il Gran Premio delle Nazioni, eppure Checco riuscì nell’impresa. Ma stava già covando altro...

Walter Villa al Gran Premio delle Nazioni 1969 disputato a Imola (Villa Italia)

L’ America sul Santerno

Costa conosceva a fondo il mondo del motociclismo non solo europeo ma anche a stelle e strisce, due mondi che all’epoca sembravano correre su binari non solo paralleli ma anche piuttosto distanti. Da lì nacque l’idea: unire i campioni europei a quelli americani in una competizione che prendesse il meglio di entrambi i continenti. Un evento che fosse colorato e spettacolare come la 200 Miglia di Daytona, gara di durata riservata a moto ricavate dalla serie con cilindrate superiori a quelle dei mezzi da gran premio. Una competizione potesse attirare i centauri americani e quelli europei. Una sfida innovativa e unica tale da risultare anche un ottimo veicolo pubblicitario per le case grazie alla possibilità di competere con sportive derivate dalla serie. Quella di Costa sembrava un’idea folle come tante altre, ma ancora una volta l’organizzatore imolese aveva visto giusto. Dopo 3 anni di dialoghi con Bill France, suo omologo nell’impianto della Florida, nacque la “Daytona d’Europa”. Era il 23 aprile 1972 e da quel giorno nulla sarebbe più stato come prima nel mondo del motociclismo.

 

Paul Smart ai box sulla Ducati 750 Sport. Sarà lui a vincere la prima "Daytona d'Europa" (Infomotori)

Una sfida vinta

A Imola giunsero 11 case e 42 piloti da sette paesi diversi, compreso il beniamino del pubblico Giacomo Agostini con la nuovissima MV 750 Sport 4 cilindri. Ma quel giorno la scena fu tutta per una squadra di casa, ovvero quella Ducati con le 750 Sport di Smart e Spaggiari dominò la corsa davanti a una folla di settantacinquemila spettatori. Paganti, più ovviamente tutti gli “imbucati” ai bordi di un circuito ancora semipermanente. Il dado era tratto: Imola era diventata grande e la sfida sulle rive del Santerno sarebbe diventata la classica di inizio stagione che tutti volevano vincere. Costa era diventato l'organizzatore più abile al mondo ed i suoi figli Carlo e Claudio lo coadiuvavano occupandosi rispettivamente della cronaca della corsa per il pubblico in pista e nella gestione del servizio medico. Perché anche la famosa Clinica Mobile che sarebbe diventata un simbolo del Motomondiale nacque alla 200 Miglia.

Jarno Saarinen vincitore dell'edizione 1973 (Officine Tagliacollo)

Gli anni d’oro

Le prime sette edizioni della “Daytona d’Europa” furono un crescendo di successo e passione oltre che una continua sperimentazione di nuove formule di corsa. Già dalla seconda edizione venne spezzata in due manches che stabilivano il vincitore per somma di tempi inframezzate dalla più breve 100 miglia per mezzi di cilindrata inferiore. Erano nate così tre gare che potevano essere sponsorizzate da tre diversi finanziatori moltiplicando le entrate ed elettrizzando ancora di più il pubblico: non vi ricorda il formato di un certo mondiale Superbike? In pochi anni sull’ asse Daytona-Imola prese forma il mondiale dedicato alle moto di cilindrata 750 cc ed in riva al Santerno campioni affermati scrivevano i loro nomi accanto a quelli di stelle nascenti in un albo d’oro sempre più ricco. Jarno Saarinen nel 1973 colse il suo ultimo trionfo giusto un mese prima del tragico incidente di Monza, l’anno dopo Agostini aggiunse l’ennesima perla alla sua carriera inimitabile mentre uno sconosciuto californiano di nome Kenny Roberts si affacciava per la prima volta in Europa. Ci avrebbe messo tre anni per mettere tutti in riga. Ma indimenticabili furono anche i trionfi del giovanissimo Johnny Cecotto nel 1975, o quello datato 1976 di Steve Baker, un americano con la faccia da impiegato delle poste che quando si trattava di aprire la manopola del gas non era secondo a nessuno.

Un breve filmato della 200 Miglia 1978 (Theo den Hugt su YouTube)

Lo spettacolo fuori pista

La storia della 200 Miglia però non è fatta solo di moto e campioni, ma è anche e soprattutto quella del pubblico. Caldo, vero, appassionato e pronto a qualunque sacrificio per esserci, arrivando sovente a Imola in sella ad una moto. In quegli anni è nata la leggenda delle “colline della passione”, sublimata poi con l’avvento della Formula 1. Decine di migliaia di spettatori si accampavano sui prati (o nel fango...) di Tosa e Rivazza, riempiendo i parcheggi di una cittadina romagnola che vedeva la sua popolazione triplicare in un solo giorno. La 200 Miglia era una grande festa fatta da rombi di motori, fiumi di vino, profumo di piadine con la salsiccia e tanta allegria per un intero fine settimana dove tutti scherzavano ma facevano tremendamente sul serio. Perché se molti anni dopo si sarebbe detto che “al Mugello non si dorme” anche a Imola mica si scherzava. Ma soprattutto ci si riuniva festanti per tributare un appassionato omaggio ad un grande rito pagano 200 Miglia.

Cecotto e Baker si guardano in griglia di partenza: stanno per sfidarsi al via della 200 Miglia 1976 (Moto.it)

Tramonto luminoso

Gli anni d’oro della competizione imolese volsero al termine nella prima metà degli anni Ottanta, con un 1979 in cui la gara si spostò al Mugello per una sola poco riuscita edizione a fare da ideale spartiacque. La 200 Miglia continuò a disputarsi a Imola fino al 1985 con altri grandi nomi del motomondiale ad alzare la coppa: Cecotto per la terza volta, Lucchinelli nel suo 1981 iridato, Lawson e Roberts, capace di vincere nel 1984 quando già aveva lasciato il campionato del Mondo. Il pubblico continuava a giungere a Imola, ma il mondo delle due ruote stava cambiando. Il campionato delle 750 era stato abolito dopo soli tre anni ed tutte le attenzioni si concentrarono sulle classi 125, 250 e 500 del Motomondiale. Dopo altre due edizioni “extra-Imola” svoltesi a Misano, anche la storia della “Daytona d’Europa” si chiuse. Era il 1988, l’anno in cui nacque quel Mondiale Superbike che tanto ereditò dalla formula sperimentata in riva al Santerno e l’anno in cui Checco Costa venne a mancare, travolto da un motociclista nella sua Imola. A volte la vita riserva finali incredibili per gli uomini e per le loro creature. Ma quando si diventa leggende poi lo si resta per sempre. Soprattutto se si è capaci di creare qualcosa che sembra venire dal futuro. Esattamente come una corsa immortale che si chiama 200 Miglia di Imola.

Roberts con la sua Yamaha in piega alla Tosa. Vincerà tre edizioni della 200 Miglia (JuzaPhoto)

Ultima modifica il Giovedì, 09 Settembre 2021 20:00
Claudio Fargione

Imolese, vive da sempre a due passi dall’Autodromo e per questo da sempre gioca con le macchinine. Ingegnere meccanico per gli studi, ufficiale di gara per scelta, parla di tutto ciò che è automobilismo per passione. Si sente figlio della Motor Valley e la racconta per 1000 Cuori Rossoblu ma è di casa a Le Mans.