Lamborghini Raptor: un'opera d'arte firmata Zagato Lamborghini Raptor: un'opera d'arte firmata Zagato FAB WHEELS DIGEST su Pinterest - Copyright to the owners

Carspillar – Lamborghini Raptor Zagato, una concept “giurassica”

Scritto da  Gen 06, 2022

 

Su richiesta del Toro

A metà anni Novanta la Lamborghini attraversava un momento complesso, ma aveva in listino una splendida supersportiva come la Diablo. Tuttavia, dopo solo un lustro, l’erede della Countach mostrava già le prime contrazioni nelle vendite. Essendo l’unico modello in produzione la dirigenza doveva necessariamente correre ai ripari e diede mandato alla carrozzeria Zagato di studiare un nuovo modello basato sulla eccellente meccanica della Diablo seguendo il motto: poca spesa, tanta resa. Il risultato venne mostrato al mondo al salone di Ginevra del 1996 sotto forma di “concept”. Narra la leggenda che il nome fosse mutuato da un dinosauro leggero e rapidissimo. Era nata la Lamborghini Raptor Zagato.

 

Meno chili, stessa potenza

La base tecnica era quella della versione VT della Diablo, ovvero la versione dotata di un sistema di trasmissione a quattro ruote motrici che poteva trasferire fino al 25% della trazione all’asse anteriore. Invariati rispetto al modello di serie restavano il telaio ed il muscoloso motore V12 da 5.707 cc installato longitudinalmente in posizione posteriore centrale. La potenza da scaricare a terra era pari a 492 CV (367 kW) a 7000 giri/min, mentre la coppia massima toccava i 580 Nm a 5200 giri/min. Questi dati tecnici che si concretizzavano in una velocità massima superiore ai 320 km/h ed in un’accelerazione da 0 a 100 km/h in meno di quattro secondi. Vennero eliminati controllo di trazione ed ABS evitando l’utilizzo di cavi e centraline. Una scelta che significava un sensibile risparmio in peso e potenziali problemi di elettronica. Per i materiali si optò per un largo impiego della fibra di carbonio sugli elementi della carrozzeria, ottenendo un alleggerimento complessivo di circa 300 chilogrammi. Visto l’inevitabile aumento prestazionale venne anche predisposto un aggiornamento dell’impianto frenante, mentre rimasero invariati i cerchi di misure 245/35ZR18 all’anteriore e 335/30ZR18 al posteriore rivestiti con pneumatici Pirelli P-Zero.

 

Che belle bolle!

"Doppia bolla". Così venne definito il progetto alla base dello stile della Raptor che immediatamente si discostò dai tratti della vettura da cui derivava. Lo stilista giapponese Nori Harada disegnò per la creatura di Zagato forme decisamente più sinuose. I parafanghi erano muscolosi senza esagerazioni, i fianchi apparivano levigati e leggermente curvi. La linea complessiva univa un’anteriore largo e basso, caratterizzato da un’ampia presa d’aria a tutta larghezza, al piatto cofano motore che si fondeva ad un posteriore alto e massiccio. Quest’ultimo era alleggerito da una generosa grigliatura a listelli orizzontali sovrastata dalla sottile linea rossa della fanaleria. Aggressive le due coppie di tubi di scarico che spuntavano nella zona inferiore, spezzando la continuità del grande elemento in plastica nera che fungeva da paraurti. A caratterizzare il concept griffato Zagato era tuttavia un altro elemento: il sistema di accesso all’abitacolo. Non esistevano infatti porte ma un’unica calotta centrale che, mediante un sistema di montanti a gas, ruotava in avanti e verso l'alto. Il tettuccio era un semplice “hard top” asportabile che permetteva di trasformare in pochi secondi la Raptor da coupè a roadster. Decisamente meno interessanti apparivano gli interni di stampo decisamente “minimal” ed integralmente rivestiti in Alcantara grigio. Originale la caratteristica dei poggiatesta montati su roll-bar in lega leggera, veri appigli per agevolare l’ingresso e l’uscita dall’abitacolo come sulle vetture da corsa. Interessante la strumentazione digitale raccolta in un unico schermo incastonato sull’ampio cruscotto subito dietro al volante, mentre un altro piccolo display posto sulla console centrale accanto all’indicatore di livello carburante mostrava la temperatura dell’abitacolo.

 

Embrione mai nato

Il design della Raptor è stato completato in soli quattro mesi grazie ad un processo interamente digitalizzato che permise di abbreviare i tempi di prototipazione giusto in tempo per la presentazione ginevrina. I riscontri di pubblico e critica furono ottimi per la concept commissionata da Lamborghini, che su una meccanica collaudata poteva vantare un design di rottura rispetto a quello della Diablo. Tutto lasciava presagire l’imminente via libera per la messa in produzione della Raptor, ma da Sant’Agata Bolognese giunse un inatteso stop. Lo sviluppo venne bloccato in favore del progetto P147 Canto, un altro studio su base Diablo che non avrebbe avuto seguito dopo l’ingresso della casa del Toro nel gruppo Audi-Volkswagen. L'opera di Zagato divenne così qualcosa di unico, una moderna scultura che resta esempio di un possibile filone stilistico mai più percorso da Lamborghini, rimasta fedele alle linee tese ed agli spigoli che la caratterizzano dall’avvento della Countach. Ma la Raptor rimane per sempre nei cuori degli appassionati come un fiore mai sbocciato, oltre che nel garage di un facoltoso collezionista come vera perla nella storia di due marchi: una storica carrozzeria ed una casa simbolo della Motor Valley.

Un breve video ripercorre la storia della Raptor dalla definizione delle forme  ai concorsi di eleganza (Pianeta Modena su YouTube)

 

Ultima modifica il Giovedì, 10 Febbraio 2022 12:52
Claudio Fargione

Imolese, vive da sempre a due passi dall’Autodromo e per questo da sempre gioca con le macchinine. Ingegnere meccanico per gli studi, ufficiale di gara per scelta, parla di tutto ciò che è automobilismo per passione. Si sente figlio della Motor Valley e la racconta per 1000 Cuori Rossoblu ma è di casa a Le Mans.