Una Ferrari numero 27 davanti alla Rivazza colma di tifosi: Jean Alesi nel 1992 Una Ferrari numero 27 davanti alla Rivazza colma di tifosi: Jean Alesi nel 1992 Foto Isolapress

I racconti del Commissario – #EssereImola

Scritto da  Apr 15, 2022

Molto più di una corsa

Se si è nati ad Imola nel 1984 la Formula 1 non è qualcosa di irraggiungibile ma semplicemente un pezzo della propria vita. Dopo anni di sogni mostruosamente proibiti, la massima formula era stabilmente arrivata in riva al Santerno da soli quattro anni. Non poteva esserci momento migliore: dopo i successi di Lauda e Scheckter era stato Gilles Villeneuve a trascinare la Ferrari, e con lei il “Circus”,, verso una mostruosa popolarità globale. I GP erano un rito laico officiato ogni domenica in TV dal gran sacerdote Mario Poltronieri. Ma una volta all’anno avveniva un miracolo: la nostra cittadina diventava per una settimana il centro del mondo.

Il paese dei balocchi

Cos’era il Gp di San Marino? Per me bimbo era la città brulicante di sconosciuti sorridenti e di rosso vestiti. Era vedere il ritorno a casa del mio nonno con i regali degli sponsor: il cappellino di una squadra o delle bottigliette di una sconosciuta bevanda chiamata “SetteUP”, come diceva lui. Era la locandina appesa nella cameretta, con la Ferrari numero 27 di Alboreto davanti ad una collina rossa di passione. Era la mia mamma impietrita davanti al rogo di Berger nel 1989. Ma dal giorno successivo era anche la corsa che aveva visto Gerhard passare dalla morte alla rinascita in 15 secondi, un modello di sicurezza e organizzazione. Ci sentivamo i migliori, invulnerabili ed invidiati per avere conquistato il mondo con la passione della nostra Motor Valley. Il Gp di Imola era tutto questo per me, fino al 1 maggio del 1994.

Crescere in fretta

Quel giorno mi fece capire che le corse non erano un bel gioco e i piloti erano individui speciali, disposti a morire per passione. Il Gp di Imola era diventato il casco di Roland che si muoveva inanimato in un abitacolo distrutto e il sangue di Ayrton in una curva dove ero cresciuto. Era l’angolino di un’aula scolastica con disegni e le letterine per due piloti a cui saremmo rimasti per sempre legati. Era il momento delle dita puntate contro una pista diventata improvvisamente pericolosa ed anacronistica. Era la paura che i nostri sogni dovessero sciogliersi col dolore. Invece il GP di Imola divenne il simbolo della nostra tenacia, della passione che non avrebbe ceduto. Un momento fantastico per un ragazzino, un fine settimana di festa tra sconosciuti e lingue improbabili nell’attesa entrare in pista. Divenne la curiosità di salire all’ultimo piano del Liceo Scientifico per vedere la Rivazza popolarsi di tende e camper con l’approssimarsi della corsa. Sarebbe diventato il brivido di vedere la Tosa esplodere al passaggio delle “rosse” con un boato così grande da coprire il rombo dei motori. Sarebbe diventato la speranza di essere un giorno in pista non come un semplice spettatore.

Un sogno da vivere insieme

Sarebbe successo qualche anno dopo, vivendo il GP di Imola tra la direzione gara e la pit lane. Sarebbe diventato il brivido di essere tra gli addetti alla partenza, fino all’emozione di essere il primo a complimentarsi con il vincitore appena sceso dalla sua vettura. Era il 2006, costui si chiamava Michael Schumacher. Pochi mesi dopo il “nostro” GP sarebbe stato spazzato via insieme ai box dove ero cresciuto. Sarebbero passati quattordici lunghi anni fatti di speranze attese e tante gare in prima linea prima che una Formula 1 sconvolta dal Covid riapprodasse in riva al Santerno. Tutto era cambiato e le tribune non erano rosse di passione ma vuote come i lunghi mesi di pandemia. Solo noi ufficiali di gara avevamo la possibilità di essere fisicamente in pista con le squadre, un privilegio che avremmo voluto condividere con tutti coloro che potevano seguire la gara solo davanti ad un televisore, con la beffa di non poter festeggiare insieme un ritorno così atteso. Ci sono voluti due anni per riaprire i cancelli e rivedere finalmente il pubblico intorno alle pieghe di un autodromo d’altri tempi. Nato dal coraggio e dalla passione di una terra unica dove i motori non sono semplici oggetti ma la materializzazione di sogni che bucano le epoche. Perchè una cosa è certa: il mondo cambia, ma nessuna gara potrà mai essere come il GP di Imola nel cuore di chi lo ha vissuto almeno una volta.

Il video di lancio del GP di Imola 2021: un'emozione vissuta senza il calore del pubblico (Corriere Romagna su YouTube)

 

Ultima modifica il Mercoledì, 20 Aprile 2022 16:56
Claudio Fargione

Imolese, vive da sempre a due passi dall’Autodromo e per questo da sempre gioca con le macchinine. Ingegnere meccanico per gli studi, ufficiale di gara per scelta, parla di tutto ciò che è automobilismo per passione. Si sente figlio della Motor Valley e la racconta per 1000 Cuori Rossoblu ma è di casa a Le Mans.