GRANDI ALLENATORI #03: Pozzo, Meisl e l'avvento del "Metodo"

Scritto da  Mag 29, 2017

La “Piramide di Cambridge”, ossia il 2-3-5 e prima vera tattica calcistica sviluppata nella storia, regnò suprema, unica e incontrastata, dal 1883, anno in cui venne alla ribalta grazie al Blackburn Olympic, al 1925: fu in quest'anno infatti che improvvisamente il modulo che aveva fatto la storia del football inglese – e di conseguenza era stato utilizzato anche in tutto il resto del mondo – tramontò dall'oggi al domani.

Responsabile di questo “cambio della guardia” fu un'importantissima modifica al regolamento ufficializzata dall'International Board: per ovviare al sempre più ricorrente utilizzo della tattica del fuorigioco, che aveva trasformato il football in un gioco assai poco spettacolare, i padroni del calcio decisero di cambiare la regola. E se prima era necessario avere tra se e la porta tre giocatori, per essere in gioco, questo numero fu ridotto a due.

Se in Inghilterra la risposta sarebbe arrivata con il grande Herbert Chapman e il suo “Sistema”, di cui parleremo nella prossima puntata, nel resto del mondo la risposta dei primi grandi strateghi fu una rivisitazione della Piramide, con una maggiore attenzione alla fase difensiva e una serie di prime vere e proprie specializzazioni nel ruolo. I maggiori artefici di quello che sarebbe stato chiamato “Metodo” furono principalmente due, Hugo Meisl e Vittorio Pozzo.

Tatticamente il Metodo prendeva le basi della Piramide ma ne estremizzava i concetti: così i difensori restavano tali, mentre i mediani laterali si abbassavano concentrandosi sulla fase di contenimento così come il mediano centrale. Questo, chiamato “centromediano metodista”, sarebbe stato in effetti il perno del modulo, difensore centrale in fase di non possesso e primo regista una volta recuperato il pallone, pronto a servire i due interni di centrocampo.

Questi a loro volta erano stati arretrati dalla linea d'attacco a quella di centrocampo, mantenendo la possibilità di inserirsi in avanti ma con assai meno frequenza rispetto ai tempi della Piramide, dov'erano a tutti gli effetti i principali realizzatori della squadra, serviti da un centravanti che nei tempi dei pionieri – complice anche la già citata differente regola del fuorigioco – si comportava più come un regista offensivo che come un vero finalizzatore della manovra. Le ali, infine, mantengono i compiti offensivi che avevano nella Piramide, fornendo supporto al centravanti (rimasto solo) sia accentrandosi verso l'area sia cercando di servilo con i cross.

Naturalmente ogni scuola calcistica è anche figlia di una cultura unica, e sarà per questo che l'Italia di Vittorio Pozzo e l'Austria di Hugo Meisl si differenzieranno, oltre che per le naturali caratteristiche dei giocatori a disposizione.

Vittorio Pozzo è nato a Torino il 2 marzo del 1886, proprio quando il calcio ha cominciato a fare capolino in Italia grazie a personaggi leggendari quali Edoardo Bosio, Herbert Kilpin (futuro fondatore del Milan) e il Marchese Jim Savage (futura bandiera della Juventus) che dall'Inghilterrra hanno importato pallone e regolamento e che in breve tempo hanno coinvolto anche la gioventù cittadina, affascinata da un gioco tanto unico.

Si dice che sia presente il 6 gennaio del 1898, quando a Genova il Genoa e una Rappresentativa delle squadre torinesi gioca la prima partita ufficiale in Italia: nemmeno dodici anni, pare che si sia pagato biglietto e corriera vendendo alcuni libri di testo, e che sia vera oppure no questa storia è chiaro che la passione per il football divora il giovane Vittorio, tanto che se è vero che si recherà giovanissimo in Inghilterra per studiare le lingue è altrettanto vero che c'è da scommettere che il richiamo del calcio sia un altro fattore da tenere in considerazione nella sua scelta.

Dopo essere tornato in Italia, e dopo una carriera da calciatore piuttosto anonima spesa nelle fila del neonato Torino, Pozzo appende gli scarpini al chiodo ma senza abbandonare un mondo, quello del calcio, che nel nostro Paese è ancora tanto acerbo e che ha bisogno di un uomo che ne abbia esperienza e profonda conoscenza. La prima guerra mondiale, vissuta come tenente negli Alpini, tempra l'animo dell'uomo che cambierà il calcio italiano, che nello stesso periodo di tempo vede cadere al fronte moltissime delle prime stelle del movimento appena nato.

A Pozzo si affida l'Italia calcistica, che desidera rinascere dalle proprie ceneri anche grazie a quel gioco che, per le sue origini inglesi, è inizialmente malvisto dal Fascismo, che poi però ne comprenderà in pieno le potenzialità. E Pozzo risponde presente: dopo aver già guidato la fallimentare spedizione olimpica del 1912 e quella senz'altro più positiva del 1924 – dove gli azzurri arrivano ai quarti di finale – viene richiamato in panchina una terza volta nel 1929 per volere di Leandro Arpinati. Succede a Augusto Rangone, che ha portato per la prima volta l'Italia ad alti livelli con il bronzo conquistato alle Olimpiadi di Parigi del 1928, e qui inizia una storia che durerà quasi tutta la vita tra la Nazionale e il suo primo – di fatto – Commissario Tecnico.

Vittorio Pozzo vive di calcio, se ne nutre, e negli anni forma l'Italia che ai Mondiali casalinghi del 1934 dovrà “vincere o morire”. Un'impresa tutt'altro che facile e che culminerà invece nel successo anche e soprattutto grazie a lui, bravo stratega e soprattutto abile gestore di uomini, da cui riuscirà a trarre sempre il meglio.

Pozzo ha una convinzione tutta sua, e cioè che soltanto un certo tipo di calcio si adatti agli italiani in quanto popolo: un calcio fatto di furbizia, attenzione, attendismo, rapide ripartenze a colpire i punti deboli avversari. Per questo motivo rinuncerà sempre al fine regista Bernardini, che boccia perché ufficialmente “troppo bravo” ma in realtà perché non pensa possa dare alla squadra quello che serve. Meglio il più rude Luisito Monti, oriundo come l'etereo artista Raimundo Orsi e già finalista ai Mondiali del 1930 con la maglia dell'Argentina. Meglio un interno combattivo come Attilio Ferraris, che ha abbandonato il calcio in seguito a dei dissidi con l'amata Roma e che Pozzo convince e rigenera. E in difesa meglio mettere da parte l'elegante ma anziano Rosetta e affidarsi all'energico Allemandi, così come in attacco è ovvio puntare tutto sulla forza del bolognese Schiavio.

Se il cammino verso la finale del 1934 esalta le sue qualità di gestore e motivatore, la finale lo vede distinguersi anche per l'abilità strategica, quando un'Italia bella e fortunata (gli avversari colgono tre pali) ha la meglio sulla Cecoslovacchia ai supplementari e dopo che il CT ha confuso la difesa avversaria invertendo le posizioni di Guaita e Schiavio, facendo saltare le marcature.

Se ci possono essere dubbi su un'influenza fascista nella prima vittoria mondiale di Pozzo, nel 1934, quattro anni dopo è ovvio che non ci siano più scuse: l'Italia vince ancora, giocando in un clima a dir poco ostile e senza alcun trattamento di favore, e lo fa ancora una volta grazie a Vittorio Pozzo, bravissimo nell'unire i suoi sotto la bandiera tricolore che tanto ama, ben al di sopra di un regime fascista a cui ubbidisce ma che non lo renderà mai un fascista. Su questo punto, purtroppo, dopo la guerra saranno in tanti a dissentire, finendo per sminuire la figura che tanto ha dato al calcio nostrano e che anzi, senza esagerazioni, forse ha egli stesso creato.

Ai Mondiali del 1938 non ci sarà la straordinaria Austria di Hugo Meisl, grande amico di Pozzo e CT della squadra che molti dicono sia “la più bella al mondo”. Il “Wunderteam”, la Nazionale delle Meraviglie che se risulta disposta in campo come l'Italia ha tutt'altro spirito calcistico. Lo ha perché, ammainata la bandiera del “panzer” Uridil, potente centravanti e primo idolo delle folle viennesi, la “vedette” è adesso l'etereo ed esile Matthias Sindelar.

Si tratta di un vero e proprio artista del pallone, di un giocatore tanto dotato di talento quanto poco portato a correre, lottare, combattere su ogni pallone. Un giocatore però così straordinario che è follia rinunciarvi, ed è allora necessario costruire uno schema su misura per lui. È questo il motivo per cui nasce l'attacco dell'Austria che passerà alla storia come “il vortice viennese”: schierato come centravanti senza compiti di copertura pur non avendone il fisico, Sindelar svariava su tutto il fronte d'attacco senza dare punti di riferimento, forse il primo vero “falso nueve” della storia del calcio, favorendo gli inserimenti dei compagni da dietro e rendendo il gioco austriaco bello, imprevedibile e fatalmente incostante. Se nelle giornate di grazia Sindelar e compagni potevano avere la meglio su quasi qualunque avversario, infatti, in quelle di scarsa vena erano capaci di cadere malamente, palleggiando in un modo tanto artistico quanto sterile.

Non fu comunque l'utopica ricerca della bellezza a frenare l'Austria: nel 1934 fu l'Italia padrona di casa, favorita anche da un arbitro compiacente nel concedere il gol del decisivo 1-0 in semifinale. Nel 1938 invece fu...Hitler, che annessa militarmente l'Austria alla Germania ne aveva di fatto decretato la fine sia a livello politico che, ovviamente, calcistico. Molti degli interpreti del “Wunderteam” avrebbero vestito la maglia della Germania ai Mondiali di Parigi, deludendo. Non Sindelar, che invece si ritirò dal calcio per poi morire poco dopo in circostanze più che sospette, data la sua mai nascosta ostilità al regime nazista.

La fine ingloriosa del grande “Wunderteam” austriaco fu un dolore che il destino risparmiò a Hugo Meisl, il suo artefice, che morì improvvisamente nel febbraio del 1937 in seguito a un attacco cardiaco, a pochi mesi dall'Annessione nazista. La vita sarebbe continuata invece per Vittorio Pozzo, che però, in un Paese che dopo la seconda guerra mondiale intendeva disfarsi di tutto ciò che avesse rappresentato il fascismo, fu presto accantonato dopo alcune prestazioni azzurre poco convincenti e quasi dimenticato dalla storia, tanto che ancora oggi nessuno stadio in Italia porta il nome dell'uomo che per primo donò lustro al nostro movimento calcistico e anzi, quasi sicuramente ne determinò la nascita vera e propria. Il calcio si evolveva, il Metodo era ormai considerato vetusto: era il momento del Sistema di Herbert Chapman.


PUNTATE PRECEDENTI:

#01: Jack Hunter e la "Piramide di Cambridge"

#02: Mitchell, Ramsay e Sudell, i maestri dell'800

 

Simone Cola

Scrive per 1000 Cuori Rossoblu dal 2013, è anche autore del blog "L'Uomo nel Pallone" in cui scrive di storie dei calcio