IL GRILLO PENSANTE - Disastro all'italiana

Scritto da  Nov 19, 2017

Tanto fu invocato lo spauracchio che alla fine si manifestò per davvero. In una surreale notte milanese, nel teatro di uno stadio Meazza vestito magnificamente a festa ma indecoroso nel fischiare l’Inno svedese, lo spettro di una fantomatica esclusione dai Mondiali (citata, prima dello spareggio, più per una remota probabilità statistica che per una minaccia realmente percepita) si è materializzato con uno schianto verticale talmente fragoroso da scuotere vigorosamente tutto lo Stivale. Senza alcuna differenza o discriminazione l’intero popolo italiano si è sentito unito come raramente accade, virtualmente raccolto nel profondo senso di sgomento tipico di quando viene smarrito un riferimento certo, un aspetto scontato del sistema naturale delle cose come la partecipazione dell’Italia ad ogni Mondiale di calcio. Un Mondiale senza l’Italia non è neppure concepito nelle leggi più sacre dell’universo pallonaro.

Toccato il fondo, invece di imbracciare i rampini per scalare una parete ripidissima, si è scelto di utilizzare la pala per scavare con foga: il mandante Tavecchio si arpiona in perfetto stile italiano alla sua poltrona dichiarando di essere “indisponibile” a presentare le dimissioni, il maggiordomo Ventura tra l’eleganza e il vil denaro non ha esitazioni su cosa puntare. Gli artefici principali del thriller più drammatico mai proiettato in salsa azzurra restano arcignamente in sella e con i talloni ben piantati nonostante l’indignata insurrezione popolare, col presidente FIGC che silura prontamente il SUO allenatore come causa di tutti i mali e tenta contestualmente di eludere la platea gettando fumo negli occhi con altisonanti nomi di nuovi allenatori nel radar; un paradosso grottesco pensando che, se si riavvolge il nastro di un po’ di mesi, Ventura fu piazzato sulla regia panchina anche per i pochi denari disponibili, ed ora a causa di quell’infelice scelta low-cost si sono vaporizzati introiti milionari (che erano considerati già blindati in cassaforte) e addirittura vengono accostati pregiatissimi (e costosissimi) nomi di ipotetici successori a guisa di ombrello per mitigare la pioggia torrenziale di dissensi. E’ il picco di una situazione machiavellica che continua progressivamente ad avvitarsi su se stessa da troppi anni, con gli stessi impresentabili interpreti impegnati più a cristallizzare le proprie situazioni di comodo che a mutare significativamente ciò che fatica a funzionare; esempio di tale riflesso incondizionato sono le inopportune dichiarazioni di Renzaccio Ulivieri in veste di presidente dell’Assoallenatori, difensore dissennato di Tavecchio e prototipo di  ingranaggio totalmente integrato in un sistema stantio ed autoreferenziale. Ogni fallimento rappresenta un’opportunità; il grande flop mondiale avrebbe potuto e dovuto essere il lasciapassare per rifondare capillarmente un apparato che ha appiedato il calcio italiano parecchi lustri fa, facendoci superare e poi seminare da altre nazioni che hanno utilizzato il tempo in modo molto più prezioso e costruttivo. Delittuoso che il fotogramma della storia resti ancora lo stesso dopo essere precipitati nel baratro sportivo più buio, ma d’altronde siamo in Italia e il pudore non regna più da tempo nel Belpaese.

Come preambolo al fattaccio svedese era andata di scena solamente pochi giorni prima l’anticipo Bologna-Crotone, gara che avrebbe dovuto segnare il cambio di rotta di un Bologna affamato di punti dopo il digiuno prolungato con Atalanta, Lazio e Roma; invece i padroni di casa soccombono con un indecifrabile colpo di scena, sparigliando totalmente le carte presenti in tavola fino a questo momento del campionato. Era ormai convinzione diffusa che i rossoblu avessero finalmente sviluppato gli anticorpi per non incappare più in acciacchi tanto debilitanti, ma sono state sufficienti 3 raffiche di vento caldo dalla lontana Calabria per sciogliere impietosamente le presunte certezze costruite nel tempo tra infiniti patemi. Un passo da gambero inaspettato e preoccupante, che riacutizza il bruciore di ferite teoricamente cicatrizzate e che riporta le pareti della pressione a stringersi nuovamente sul gruppo di Donadoni. Le sconfitte precedenti, maturate dignitosamente contro compagini più attrezzate, erano state assorbite in modo realistico dalla tifoseria (nessuna polemica e neppure brusii), ma sull’ipotetica Via della Crescita la sconfitta col Crotone è una sbandata imprevista ed inaccettabile, resa ancora più allarmante da un’improvvisa fragilità difensiva che incrina un’ulteriore caposaldo fissato in questo inizio stagione.

 

Presentarsi al Monday Night di Verona avendo archiviato vittoriosamente la pratica Crotone avrebbe permesso al Bologna di giocare senza eccessivi pensieri e predisponendo l’ambiente ad accogliere serenamente anche un eventuale pareggio; la cruda realtà racconta invece di 4 sconfitte consecutive di cui l’ultima scottante, mutando emotivamente lo scenario e convertendo la sfida di lunedì sera in un crocevia oltremodo delicato. Per ristabilire la rotta dispersa e catalogare lo scivolone scorso come la recrudescenza isolata di un vizio ormai debellato esiste una sola opzione: ammirare un Bologna shakespeariano recarsi nella città dell’Arena e tornare a far commuovere i veronesi come soltanto Romeo e Giulietta riuscirono nella loro novella.