Monday Night - Il Wimbledon e la sua “Crazy Gang”

Scritto da  Nov 12, 2018

 

Kingston Upon Thames, lussureggiante quartiere nel sud-est di Londra. Per l’esattezza ci troviamo nel benestante sobborgo di Wimbledon, dove quello che rimane della middle-class londinese ha deciso di proliferare fra schiere di villette tutte uguali e verdeggianti parchi pubblici. Buon vicinato, pace e serenità. Tre cose non proprio scontate per chi vive nel più esteso e trafficato agglomerato urbano d’Europa.

In effetti, se dal 1877 l’All England Lawn non avesse deciso di organizzare proprio qui il più antico ed affascinante torneo tennistico al mondo, questo sarebbe soltanto l’ignoto capolinea della District Line. Una semplice quanto anonima fermata periferica. Come ce ne sono tante. Come per esempio Ealing Brodway oppure High Barnet. Lontano dallo sfarzo della City. Dai riflettori di Picadilly Circus, dalle orde di turisti e dalle sfrenate notti di Camden Town o Brick Lane.

Per due settimane all’anno, però, questa cittadina si trasforma nell’emblema massimo dello sport più signorile di tutti: erba brillante, bianche gonnelline, nobili sguardi sempre più protocollati e fragole ricoperte da montagne di panna. Una tradizione che, inevitabilmente, porta l’eco delle piccola località di Wimbledon alle orecchie di tutto il mondo.

Tuttavia, se oggi sono qui a raccontarvi questa storia, è perché ci fu una stagione in cui si ribaltarono anche le più consolidate tradizioni. Un anno in cui il centrocampista del Wimbledon aveva la stessa celebrità del rovescio di Agassi. Un anno in cui nel Royal Box che affaccia sul Centre Court, si parlava anche di fuorigioco e non solo di Serve&Volley.

Una favola che s’incastra alla perfezione fra il miracoloso Nottingham di Cluogh e lo straordinario Leicester di Ranieri. Una di quelle storie che ti s’incrostano nel cuore come la puzza di fritto nelle pareti di un vecchio pub di provincia.

Andiamo con ordine.

Da queste parti la compagine calcistica nasce dall’idea di un gruppo studentesco nel lontano 1889, sotto l’iniziale appellativo di Wimbledon Borough. Gioca le sue partite interne nel vicino impianto di Plough Lane (purtroppo trasformato in un condominio circa vent’anni fa) trovando la giusta dimensione nelle serie dilettantistiche. Niente di entusiasmante per quasi un secolo, anzi per l’esattezza fino al 1981, quando sulla panchina dei Dons venne chiamato un certo Dave Bassett. Il nuovo allenatore si affida subito ad un gioco elementare, ma estremamente funzionale: palla lunga per il centravanti e poi tutti sotto in cerca della sponda. Tanto brutto quanto remunerativo. Nel giro di qualche tempo ottiene grandi risultati, tanto da conquistare la massima serie nel 1986.

L’organizzazione tattica, però, è talmente primitiva che lo storico bomber della nazionale inglese Gary Lineker arriverà a commentare: «il modo migliore per guardare il Wimbledon è sul televideo». A questo insopportabile stile calcistico va aggiunto il comportamento altamente antisportivo da parte degli stessi calciatori. Si passa dalle intimidazioni verbali, all’intasamento dei bagni negli spogliatoi ospiti durante gli incontri casalinghi. Dalla musica sparata a tutto volume nei corridoi, alle bustine di zucchero scambiate con quelle del sale. Scendere in campo al "Plough Lane" non era un divertimento per nessuno, figuriamoci per i ricchi calciatori della First Division. In men che non si dica, il club si guadagnò inevitabilmente  le antipatie dell'intero movimento.

Nonostante tutto, al termine della prima stagione fra i grandi d’Oltremanica, la matricola londinese arriva a toccare quota 66 punti chiudendo ad un soffio dal quinto posto. Esordio interessante, ma nulla a che vedere con quello che combinerà l’anno successivo.

Estate 1987. Dopo circa 6 stagioni da protagonista, Basset cede lo scettro a Bobby Gould. Molto astutamente il manager di Coventry non cambia nulla del vecchio impianto di gioco e la banda di “pazzi”si riconferma a ridosso delle prime posizioni. E in F.A. Cup? Beh, è qui che avviene il miracolo.

Il cammino di coppa dei “Wombles” appare sin da subito soprannaturale. Vengono decapitate nell’ordine: WBA, Mansfield Town, Newcastle, Watford e Luton. Il 14 maggio del 1988 si ritrovano nel sottopassaggio che incanala sul lucente tappeto verde di Wembley. Di fronte alla sgangherata banda di Mister Bobby, c’è però il Liverpool dei grandi campioni.

Ora, prima di proseguire il racconto, permettetemi un doveroso excursus su alcuni degli undici che presero parte a quella incredibile partita.

In porta c’è Dave Beasent, detto "Lurch" per l’allucinante somiglianza con il maggiordomo della famiglia Addams. A discapito di una carriera vissuta fra alti e bassi, gli vanno attribuiti un paio di record. Intanto fu il primo portiere a parare un rigore in una finale di F.A Cup e poi, data la sua longevità sportiva (smise di giocare a 43 anni suonati!), fu l’ultimo giocatore nato negli anni ’50 ad esser inserito nella lista di un club professionista (Fulham stagione 2003-04).

Andiamo avanti.

In difesa spicca Erik Young, detto "il Ninja". Muscoloso centrale d’altri tempi, deve la sua fama all’orrenda fascia marrone che portava sulla fronte durante le partite. Young si segnala anche per un altro motivo: essendo nato a Singapore, in base alle regole vigenti, aveva la facoltà di scegliere una qualsiasi nazionale britannica da poter rappresentare e lui optò - incredibilmente -  per il Galles, pur non avendo nessun legame familiare con quella terra. Geniale!

Sulla sinistra scorrazza il giovane Denis Wise, probabilmente il più talentuoso ma anche il più ingestibile di tutti. Di lui si ricordano un paio di cosette poco carine, come un morso a Marcelino in un match di Coppa delle Coppe quando indossava già la maglia del Chelsea, oppure una condanna a 3 mesi (poi annullata in appello) per aver aggredito un tassista. Un rapporto mai amichevole con gli arbitri, inevitabilmente condito da una lunga serie di giornate di squalifica per comportamento scorretto.

Sul suo conto Sir Alex Ferguson disse: «potrebbe scatenare una rissa in una casa vuota»

In attacco gioca il mastodontico John Fashanu, un ariete africano tanto diverso dai “pazzi compagni di squadra” da presentarsi agli allenamenti in smoking accompagnato dal suo autista privato. Si contraddistingue perché non segna tanti gol, ma distribuisce parecchi "calcioni" ai difensori avversari. Diventerà l’idolo di "PeoPericoli", storico personaggio di “Mai Dire Gol” interpretato da Teo Teocoli.

Infine, il più famoso di tutti: quel Vincet Peter Jones conosciuto ovunque come Vinnie. Non è solo il centrocampista centrale titolare, è lo spirito vivente del Wimbledon.

Nel 1987 strizza gli zebedei a Paul “Gazza” Gascoigne in un celebre duello contro il Newcastle. Alla prima trasferta contro il Liverpool, attacca un adesivo con la scritta ”bothered” (traducibile con “chissenefrega”) sotto la mitica effige “This is Anfield” che conduce dal tunnel all’ingresso in campo. Nel 1991 si assicura l’espulsione più veloce di tutti i tempi (appena 3 secondi!). Nel 1992 si becca 20.000 sterline di multa dalla Football Association per aver presentato “Soccer’s Hard Man” , un video dove mostra ( ma soprattutto spiega) ai più giovani come diventare dei duri come lui. Nel 1993, invece, si guadagna una denuncia per aver minacciato verbalmente l’equipaggio dell’aereo su cui stava volando completamente ubriaco.

 Che ne pensate? E se vi dicessi che il presidente dell’epoca, tale Sam Hammam, forse era anche peggio!?

 Dopo aver definito Vinni Jones “testa di Zanzara”, nel 1994 fu sorpreso a scarabocchiare lo spogliatoio del West Ham, mentre nel 1990 promise pubblicamente all’attaccante Dean Holdsworth una Ferrari e un cammello qualora avesse raggiunto i 20 gol in stagione. Così, giusto per citare un paio di aneddoti di colui che avrebbe dovuto controllare la società …

 Torniamo alla finale.

 Il Liverpool gioca molto meglio, ma la trincea gialla regge. Al 36’ Wise scodella al centro una punizione defilata che l’accorrente Sanchez trasforma in rete.

 Wembley diventa una bolgia dantesca.

 I Reds reagiscono, ma questa è la notte del Wimbledon. Al 61’, l’arbitro fischia un penalty in favore dei rossi. Dal dischetto, il buon John Aldridge si fa ipnotizzare dal nostro “Lurch”che salva eroicamente il risultato.

 La coppa va incredibilmente alla sgangherata squadra londinese.

 Al triplice fischio, il memorabile commentatore della BBC John Mortson dirà: «The Crazy Gang have beaten the Culture Club!» Quel modo di dire “The Crazy Gang” resterà per sempre nella storia, come probabilmente i festeggiamenti del post gara di cui nessuno - purtroppo - portò mai lo straccio di una testimonianza.

 Come in altri grandi racconti, anche in questo caso il passo dall’inaspettato successo al declino fu fin troppo prevedibile.

 Nel 1992, a seguito del rapporto Taylor sulla violenza negli stadi, il Wimbledon dovette abbandonare l’ormai inadatto "Plough Lane2 per trasferirsi nel più moderno "Selhurst Park", casa del Crystal Palace. Inutile girarci attorno: niente fu più lo stesso. Qualche campionato passato nel limbo della neonata Premier League, prima della cocente retrocessione d’inizio millennio. Un paio di stagioni in Championship, poi quell’incredibile decisione dell’estate 2002. In quello sciagurato anno, la dirigenza -di comune accordo con la Football Association- decise di trasferire la sede della società (e di conseguenza anche la squadra) a Milton Keynes, nel Buckinghamshire. Oltre 100 miglia a nord di Kingston Upon Thames.

 Per tutta risposta, un gruppo di supporters -capeggiato da Kris Stewart- fondò dal nulla l’AFC Wimbledon, dove l’acronimo A F C sta a sintetizzare “a football club” giusto per rimarcarne le origini popolari. Spronati dal loro credo (“formed by fans, owned by fans and run by fans”) incominciano persino un battaglia legale per conservare in bacheca i titoli sportivi appartenuti al vecchio Wimbledon. Ottenuto un terreno di gioco, il nuovo club gioca la sua prima partita il 10 luglio 2002 contro il Sutton United davanti a 4.657 tifosi. L’inizio è comunque confortante. La squadra s’iscrive alla Combined Counties Football League mancando però di un soffio l’immediata promozione. L’anno successivo, si stabilisce al Kingsmeadow (dove tuttora risiede) cominciando la sua scalata verso i piani alti della nobiltà calcistica.

 Pronti via si guadagna una promozione diretta in Isthmian League incorniciata da quel sublime  + 148 alla voce differenza reti. Poi domina la Conference South, bissando il trionfo in Conference League nella stagione seguente. Una salita inarrestabile, come se cominciasse a sentire l’odore di casa dopo un lungo viaggio solitario.

Nell’anno  2011 i Dons arrivano persino a riscrivere gli almanacchi pallonari. Dopo aver superato il Luton nella finale secca di Manchester, l’undici guidato da Terry Brown, festeggia l’approdo in League Two diventando automaticamente l’unico club fondato nel XXI secolo a guadagnarsi l’accesso al panorama professionistico.

Cinque promozioni in nove anni: probabilmente nemmeno il manipolo di tifosi più accanito se lo sarebbe mai sognato.

E ora? Beh, dopo alcune stagioni caratterizzate da sofferte salvezze, il 30 maggio del 2016 il Wimbledon è tornato a Wembley. Sotto il naso di oltre 57.000 paganti, in un paradossale lunedì di finali, l’ AFC Wimbledon batte per due a zero il più quotato Plymouth nella finale play-off di League Two, guadagnandosi il pass per la League One, cioè sul terzo gradino della piramide calcistica inglese.

Il 10 dicembre 2016 si fa la storia: l’AFC Wimbledon formato dai tifosi incontra il Milton Keynes, cioè il “Wimbledon” voluto dalla lega, retrocesso la stagione precedente. La partita termina  1-0 per il Milton (rete di tale Dean Bowditch) ma, nella partita di ritorno, è l’AFC a trionfare con un secco 2 a 0 nella bolgia del Kingsmeadow.

Quel 14 Marzo 2017, dev’essere stato uno di quei pomeriggi difficili da raccontare. Di quelli utili a ricordare che, al di là del bussiness, questo resta il gioco più sentimentale di tutti.

Certo, di sicuro la “crazy gang” di quei meravigliosi anni non tornerà mai più, ma intanto il Wimbledon, quello vero, è risorto. Chissà, se fra una fragola e l’altra se ne accorgeranno di nuovo anche nel Royal Box che affaccia sul Centre Court

 

Ultima modifica il Giovedì, 12 Marzo 2020 19:01
Andrea Nervuti

Amante del mondo anglosassone in ogni sua sfumatura: dall'atmosfera del piccolo pub di periferia fino alle luci della Premier League