Mi chiamavano Bocca di Rosa…

Scritto da  Nov 17, 2018

Non ho mai sopportato le generalizzazioni e ho un brutto carattere. Poi la vita mi ha costretto a prendere in esame una funzione del mio cervello che non conoscevo: l’attesa. È per questo che ho aspettato qualche giorno prima di dire se mi sento o meno una puttana. Tutti i colleghi (quelli che stimo e quelli che non conosco) hanno restituito al mittente l’epiteto. Io no. Perché confesso senza falsi pudori che in quaranta e passa anni di iscrizione all’Ordine mi è capitato di “darla” spesso. Non l’ho mai fatto per soldi, non l’ho mai fatto per acquisire benemerenze agli occhi dei “potenti”, ma l’ho data spesso e soprattutto volentieri. La mia capacità di scrittura, la possibilità di farmi leggere da un numero cospicuo di persone, l’abilità nel sostenere una causa e difenderla contro tutti e contro tutto: questo ho dato e continuo a dare (che cosa avevate capito, maliziosi che non siete altro?), e non lo faccio per soldi, ma per stima, affetto, amicizia. Stasera, per esempio, ha giocato la Nazionale: che davvero non mi interessa, però è selezionata da un uomo (“tecnico” sarebbe stato riduttivo) che porto nel cuore da sempre. Avrei potuto scrivere prima che la partita avesse inizio perché il risultato non mi interessa, e nessun appassionato di calcio dovrebbe fremere all’idea della Nations League, ennesimo teatrino messo in piedi dal baraccone Uefa per turlupinare i tifosi e rimpolpare le casse. Ho aspettato che finisse la partita solo per comunicarvi che l’Italia ha pareggiato 0-0 con il Portogallo, ma davvero questo è solo il pretesto, perché la mia professione – che oggi è sempre più annacquata – si divide in due tronconi principali: dare le notizie o offrire l’interpretazione delle stesse. Non ho niente contro i cronisti, semplicemente fin da ragazzo mi sono interessate altre cose, e qui torniamo al tema iniziale. Sapete come ho fatto a ritagliarmi una carriera piuttosto soddisfacente? Un gioco da ragazzi: mentre tutti morivano (e muoiono, e moriranno) pur di poter rimirare la propria firma sul giornale, io invece di scriverlo preferivo “farlo”, il giornale. In breve, entrai di diritto in quella categoria che i miei colleghi definiscono senza complimenti “culi di pietra”. Già: ero, anzi sono un culo di pietra. Gli altri impazzivano pur di andare a intervistare chiunque, di farsi inviare ovunque, perché è così che “ci si fa conoscere”; io preferivo (preferisco) farmi conoscere dai collaboratori, dai ragazzi che scrivevano o telefonavano in redazione sognando di fare i giornalisti. Perché l’altro aspetto che non va trascurato è che il giornalista è invidiato da tutti. D’altronde, un tempo eravamo addirittura una casta privilegiata: stipendi ben al di sopra della media, non pagavamo viaggiando in treno, pagavamo la metà volando Alitalia (che all’epoca volava…), non pagavamo per assistere agli spettacoli. Insomma, eravamo stipendiati per scrivere (non necessariamente in italiano: ho conosciuto alcuni colleghi davvero analfabeti e naturalmente propensi al meretricio…), venivamo serviti e riveriti senza averne titolo (ma chi ce l’ha?), potevamo essere ignoranti e arroganti al tempo stesso, tanto noi scrivevamo sui giornali e gli altri no: impossibile non essere invidiati… Poi sono cambiate tante cose, praticamente tutte: siamo stati capaci – ben coadiuvati da editori che avevano altro a cui pensare – di distruggerla, la nostra professione, anche se la gente – sotto sotto – continua a invidiarci e quindi non vede l’ora di rosolarci al fuoco fatuo dei social, anche se migliaia di ragazzi e ragazze continuano a sognare il tesserino da giornalista. È morta la professione, noi invece siamo vivi e tiriamo avanti. I giornalisti sono puttane? A partire da me, che mi sono autodenunciato in apertura, direi che la percentuale è consistente, almeno per quello che ho potuto vedere io nel corso dei miei 35 (in gennaio saranno 36) anni da professionista. La cosa che vorrei dire a quei signori che hanno lanciato il sasso, è che – dati alla mano – se uno fosse tignoso potrebbe dire che i politici sono puttane. E a quel punto, se permettete, sarebbe lecito affermare che i giudici sono puttane, che gli avvocati sono puttane, che i medici sono puttane e via puttaneggiando, di Ordine in Ordine. Allora, proviamo a fare le persone serie: ho visto direttori scatenare una guerra per un regalo di Natale (un accendino del Torino) andato perso in segreteria, ne ho visti altri – non necessariamente direttori – che si inventavano stravaganti servizi da realizzare per farsi pagare le vacanze dall’editore, ho visto Grandi Giornalisti forti con i deboli e deboli con i forti, ho sentito Grandi Firme concordare con il potente di turno il tono da usare in un editoriale, ho visto colleghi azzuffarsi al buffet e altri chiedere un omaggio doppio “perché piacerebbe anche a mia moglie”. Si vedono un sacco di cose, dalla postazione di un culo di pietra. Chissà che cosa si vede, dallo scranno di un parlamento. E chissà pure se si ha l’onestà per ammettere che beh, forse qualche cacatella l’abbiamo commessa. Mi dispiacerebbe per Fabrizio De Andrè, s’io dovessi rimanere l’unica Bocca di Rosa residente in Italia. E in ogni caso, mai mi sentirete parlar male di Mancini, neanche fosse il mio magnaccia (pardòn, editore)...

Ultima modifica il Domenica, 18 Novembre 2018 07:50
Marco Montanari

Nel suo curriculum, alla rinfusa, Guerin Sportivo, Treccani, Gruppo Poligrafici Editoriale, La Gazzetta dello Sport, Panini, SportMediaset, Corriere della Sera e alcuni house organ di società calcistiche.
Oggi vorrebbe essere il… Palacio del fantastico gruppo dei 1000 Cuori Rossoblu.