Conta Imola, su tutto

Scritto da  Nov 18, 2020

Tanta ombra, poca luce. Quanto accaduto domenica scorsa a Imola, in fondo, è il microcosmo di 101 anni di calcio in città. Tante, troppe volte, nel corso degli anni passati, una torre faro si è spenta, e poche volte i tentativi di rianimarla hanno portato a risultati migliori di quelli precedenti.

Il legame vissuto tra il calcio e lo spicchio di terra nel quale Bologna si interseca con la Romagna, in fondo, è una storia fatta di molteplici fallimenti. Più volte, nella storia, l’Imola pallonara ha conosciuto l’onta del dover ripartire da zero – o quasi – senza poter dare continuità al proprio passato. E per questo, forse, si registra un disinteresse sin troppo diffuso da parte di una piazza che, sinceramente, nella lunga storia calcistica locale ha avuto troppe poche ragioni per affezionarsi veramente ai propri colori. Non si spiegherebbero altrimenti, in fondo, i motivi per cui sia passato completamente in sordina, quasi dimenticato, il centenario della società, un appuntamento storico per la città intera. Neanche un tributo a Piero Toschi, il pioniere del football locale, neanche un tributo al gruppo di giovani che, presso la Birreria Passetti, decisero di fondare la prima squadra di calcio a Imola. Neanche lo straccio di una manifestazione in ricordo di un compleanno così importante. Ma cosa più rilevante, troppo poche le persone a rivendicarlo, nessuna con la forza necessaria per giungere a qualcosa di riconducibile a una festicciola.

È una piazza, quella di Imola, che ha vissuto più dilettantismo che professionismo, e in molti casi non è stato possibile, al di là della categoria, distinguere i volti di un dilettantismo mascherato da professionismo e viceversa. C’erano gli spalti pieni, 30 anni fa, a Fano, in uno spareggio di Serie D per determinare la promozione in C2 di una squadra tra Imolese (che allora si chiamava semplicemente Imola) e Gualdo. E poco importa che i tifosi di fede rossoblù fossero meno di un terzo di quelli umbri: mai come allora la città si mobilitò per il proprio vessillo calcistico, anche nel giorno in cui in città si correva il Gran Premio di Formula 1. Vinse, quell’Imolese, ma i già noti problemi economici societari emersero con tutta la propria forza, determinando la rinuncia al salto di categoria. Ed è per questo, forse, che Imola, più volte sedotta e abbandonata, non ha mai espresso fino in fondo il proprio affetto per un rossoblù che negli anni è stato spesso troppo sbiadito: e non sono stati i raggi del sole a rendere i colori più tenui, ma le tenebre di un buio più facile da dimenticare che ricordare. Un’insieme di pagine nere – restando alla storia più o meno recente – come l’ultimo posto del 1992, la burrascosa parentesi Di Matteo nei primi anni 2000, la sconfitta in Eccellenza contro una Santagatese che non aveva nulla da chiedere al campionato e la seguente retrocessione in Promozione per il campionato 2006-07, in quella che allora era la settima (e quartultima) categoria della piramide calcistica nazionale. E le trasferte di Santa Sofia, Gambettola e Castel Bolognese da celebrare quasi come un punto di rinascita, mentre l’Imolese affondava nei meandri più infimi della propria storia.

Una ciclicità di eventi spesso nefasti che, purtroppo, fatica a dare una svolta alla passione cittadina anche nel momento attuale, senza dubbio uno dei più alti – forse il più alto – di sempre. C’erano gli spalti pieni, poco più di un anno fa, per Imolese – Monza, quando Imola toccava con mano, in maniera quasi insperata alla vigilia, un sogno chiamato Serie B. Il boato sul gol di De Marchi è stato qualcosa di inedito in uno stadio nel quale, più volte, il rombo dei motori del vicino autodromo ha sovrastato di gran lunga i rumori provenienti dall’impianto di gioco. C’erano gli spalti pieni anche la settimana successiva per Imolese – Piacenza, semifinale play-off, quando Imola si risvegliò bruscamente dal dolce sogno accarezzato fino al doppio colpo inferto dai biancorossi. E nonostante l’annata seguente ha deluso le aspettative della vigilia, una minima scintilla è rimasta viva in qualche imolese: un gruppo di tifosi, quello degli Irriducibili, è cresciuto numericamente dopo diversi anni con pochi, pochissimi sostenitori al seguito. Un altro gruppo, quello denominato Ci Siamo Sempre, prova a mobilitare la piazza per raccogliere consensi. Eppure, quella sensazione di rivivere i momenti più scuri del passato torna a vivere con forza, e basta una giornata di buio – è il caso di dirlo – ad addensare una cappa di pessimismo sul calcio cittadino.

Tre giorni fa, al Romeo Galli, si sarebbe dovuta giocare la gara tra Imolese e Südtirol, valida per il campionato di Serie C. Non si è sceso in campo: non per il caso di positività al Covid-19 di uno dei tesserati altoatesini, ma perché in pieno riscaldamento una delle quattro torri faro, da poco installate, ha smesso di emettere luce. E non sono bastati 45 minuti di attesa per riattivare il tutto: l’arbitro non ha potuto fare altro che comunicare alle squadre che non sussistevano, da regolamento, le condizioni per la regolare disputa del match. Ieri, la doccia fredda che tutti aspettavano: sconfitta a tavolino – con preannuncio di ricorso dell’Imolese – e appuntamento alla prossima partita. Ma non è la sconfitta a fare paura, quanto il misto tra rabbia e amarezza che, senza mezzi termini, ha esternato l’attuale proprietà societaria, raramente sentitasi ben voluta da una città nel quale il tessuto imprenditoriale è rimasto lontano dalla squadra, quota 1000 spettatori allo stadio è stata solo una chimera di inizio estate nel doppio appuntamento citato nel paragrafo precedente ed è mancato quel clima generale che, in fondo, ha fatto sentire amato dalla città il presidente Lorenzo Spagnoli e la consorte Fiorella Poggi. Ed è così che oggi monta il sentimento di preoccupazione, ancora una volta, di tornare alla deriva, nei campionati regionali: il passato dimostra che senza una società solida come quella al timone negli ultimi anni il rischio è quello di ripiombare laddove pochi sperano di tornare, a distanza di pochi anni.

«Ho raccolto le testimonianze di tanti tifosi che hanno espresso la preoccupazione di perdere questa società», racconta Roberto Amorati, presidente del club Ci Siamo Sempre. «La sensazione è quella del temporale che si avvicina, con la paura di tornare a rivivere momenti che credevamo fossero parte del passato. Non sono solo i tifosi a temere, ma anche i genitori dei ragazzi del settore giovanile, che oggi sperano che non crolli il castello costruito, non senza fatica, dall’Imolese. Purtroppo troppa poca gente si è avvicinata in maniera stabile a questi colori, ma esiste un nucleo di persone che si è affezionato a questa presidenza e chiede fortemente che resista in sella al destriero: in tanti hanno mostrato la propria vicinanza alla famiglia Spagnoli acquistando un abbonamento allo stadio prima del campionato, a scatola chiusa, senza sapere se si sarebbe mai potuto accedere al Galli, data la particolarità del momento. Sappiamo tutti che oggi viviamo attimi difficili, ma la speranza è quella che si possa innescare una sinergia tra comune di Imola, imprese del territorio e società sportiva per poter puntare a vivere una prosperità continuativa. Crediamo che qualcosa del genere sarebbe dovuto nascere da 6-7 anni a questa parte, ma pensiamo ci sia ancora del margine per poter recuperare».

A cavallo tra il secolo scorso e quello attuale l’allora Serie C2 contava, in alternanza, ben 5 squadre in un fazzoletto di terra racchiuso tra le province di Bologna e Ravenna. Da Castel San Pietro a Russi, passando per Imola, Faenza e Lugo, cinque piazze hanno vissuto aria di professionismo in città. Vent’anni dopo due società su cinque sono scomparse (Castel San Pietro e Baracca Lugo), due vivacchiano tra Eccellenza e Promozione (Faenza e Russi). Solo una realtà, quella rossoblù, è risalita in alto dopo aver toccato gli inferi. La speranza, tra qualche anno, è quella di non dover derubricare alla versione dei ricordi anche la favola imolese. È giunta l’ora, adesso più che mai, di stringersi attorno a quest’Imolese. Perchè conta Imola, su tutto, e l’orgoglio di poter portare il nome della città in giro per l’Italia, con l’unica società professionistica rimasta in città.

Claudio Leone

Palermitano di nascita, valledolmese di crescita (e nel cuore), imolese dall'adolescenza in poi. Innamorato del calcio in ogni sua espressione, vivo di curiosità, con picchi di entusiasmo fanciulleschi nel nutrirmi di storie poco note. Segno distintivo: politeista. Venero Roby Baggio, Federico Buffa ed altri personaggi del mondo sportivo.