Il Punto sul Bologna - Cardiogramma - 7 marzo

Scritto da  Mar 07, 2017

 

 

La vicenda è spinosa e difficile da esaminare per chi, come il sottoscritto, è cresciuto nella nostra curva. Per chi ha sempre pensato che le due cose, la squadra e la curva, siano per natura inscindibili. Per chi, da quel luogo, ha visto il cinno Mancini con la nostra casacca, sebbene fossi più cinno dello jesino. Per chi ha fatto trasferte difficili come quando passammo per l’odiosa Rifredi. Per chi ha fatto anche trasferte estive come quella di San Benedetto del Tronto di Coppa Italia quando le due tifoserie erano amiche ed in campo, col nostro rossoblu, c’era il “passero” Hugo Rubio. E chi fece quella trasferta si dovrebbe anche ricordare cosa accadde dopo, diciamo, per un misunderstanding tra tifoserie. Insomma, e in breve, ho sempre considerato la curva il cuore pulsante di un Leviatano che comprendeva anche, e ribadisco “anche”, i giocatori che via via sono scesi in campo con la maglia per cui tifiamo tutti noi.
A mio malincuore, questa volta non sono d’accordo. Solo per una semplice ma diversa opinione di vedute, come potrebbe esserci tra due fratelli che, comunque, continuano ad avere le stesse prospettive.
Non sono d’accordo perché credo che la presa di posizione della curva Andrea Costa/Bulgarelli sia poco funzionale agli intenti che tutti accomunano. Attenzione, però: le giustificazioni istintive le comprendo. Come comprendo la rabbia ed il disappunto nel vedere la nostra amata cadere e continuare a cadere nonostante lo sforzo che la stessa curva ha sin qui mantenuto, sostenendo la squadra anche dopo la brutta vicenda casalinga contro il Napoli. Eppure, continuo a pensare che palesare lo sciopero del tifo, evitando la trasferta di Reggio contro il Sassuolo, sia inefficace. Soprattutto pensando che, dall’altra parte, ci siano gli arrogantelli ceramicaboys.
Provo a spiegare la mia personalissima posizione. Ipotizziamo che l’accusa di svogliatezza da parte dei giocatori sia reale (ma su questo punto specifico, torneremo a breve); chi è che puniamo evitando la trasferta? I giocatori? Se sono svogliati, la nostra assenza non verrà percepita. Se non “onorano la maglia”, come si legge nel comunicato congiunto dei gruppi curvaioli, pensiamo davvero che si metteranno a piangere nel non vedere la nostra presenza sugli spalti del Mapei? Seguendo la logica degli interrogativi che pongo, direi di no. Se i giocatori sono davvero svogliati non hanno alcun interesse nelle dinamiche dei tifosi. Ma noi tifosi, se l’ipotesi fosse realistica, avremmo comunque un vantaggio rispetto a chi, per caso, si è ritrovato indosso la maglia che noi con certezza onoriamo, sebbene non vestendola sul campo ma probabilmente tenendola sulle nostre spalle 24 ore su 24, senza se e senza ma. Noi ci saremo sempre, i calciatori passano.
In realtà, però, non sono poi così convinto che l’assioma sulla mancanza di “garra” sia credibile. Perché: siamo così sicuri che un soldato sconfitto sia un soldato che non ha combattuto? Siamo così sicuri che la voglia di onorare la maglia renda più veloce un giocatore che veloce non è? Siamo così certi che chi vediamo sbagliare non lo faccia, invero, per “eccesso” di agonismo e dunque con un sovraccarico di tensione difficile da sopportare, soprattutto se l’età è quella di uno che si affaccia alla vita? Ma, ancora: contro la Lazio, ho visto sbagliare il gladiatore Maietta: eppure, pensiamo davvero che Mimmo non corra con il cuore in mano per questa nostra squadra? Non risponderò a questi interrogativi ma credo che siano dubbi necessari nella lettura degli accadimenti. Dubbi che dobbiamo avere, nel momento in cui andiamo a sentenza. Perché, piaccia o non piaccia, la scelta comunicata dalla curva appare davvero come un verdetto di colpevolezza.
Se non abbiamo dubbi, vuol dire che siamo certi. Ma, in questo specifico caso, ritengo che la certezza sia più che altro figlia di altro: ovvero, come detto prima, dell’insoddisfazione attuale che tutti noi logora. E la conseguente necessità di trovare il difetto nell’abito che portiamo. Però, torno al punto con cui ho esordito: il tifo è il cuore del Leviatano. Ed è quello che più che mai ci ha sempre distinto da tutte le altre curve d’Italia.
Vivo e vivrò sempre per la libera scelta di ognuno di noi. Ma questa volta, pur rispettando la scelta, non la condivido. Il cuore, per mantenerci vivi, deve battere. Sempre, anche se il battito è involontario. Un cardiogramma piatto, sarebbe un brutto segnale. E non coinvolgerebbe solo i giocatori.

 

Ultima modifica il Martedì, 07 Marzo 2017 17:02
Massimo Sampaolesi

Fa parte del Direttivo di 1000 Cuori Rossoblu. Si occupa di Comunicazione e ama il Bologna come se stesso. Passioni: la filosofia e la Virtus.