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Polvere di stelle: Zico Arthur Antunes Coimbra - 28 APR

Scritto da  Carlo Felice Chiesa Apr 26, 2017

 

 

O GALINHO

La pantera Zico si aggirava per il campo con passetti felpati, non correva, caracollava come certi eroi del western in attesa della sfida. E lei, la sfida, invariabilmente attendeva in area di rigore, dove il genio esplodeva le sue pistolettate di fantasia con la porta a fare da bersaglio e un portiere come vittima predestinata. Arthur Antunes Coimbra nasce il 3 marzo 1953 a Quintino Bocaiuva, quartiere di Rio, sesto figlio di José, ex portiere del Vasco da Gama. Due fratelli più grandi, Antunes e Edu, sono calciatori di grido nel Fluminense e nell’America, Arthur ne segue le tracce. Comincia nel River di Quintino e nel 1967 arriva il primo cartellino per il Flamengo. Il ragazzino incanta, il pallone gli rimbalza addosso come riconoscente per il suo esistere, poi parte sempre in una direzione: il gol. Peccato che il fisico sia filiforme, con lo sgorbio di una incipiente scoliosi e scapole sporgenti come lamenti a un funerale. Lo prendono in cura il preparatore Francalacci e il medico De Paula, che a suon di bistecche e estenuanti ore ai pesi gli buttano addosso muscoli potenti e flessibili. La pantera è pronta per graffiare. Debutta al Maracanã contro il Vasco ed è vittoria, grazie anche alle invenzioni del nuovo numero 10. È ribattezzato Zico, “furetto”, ma anche finale del suo diminutivo (Arthurzico, Arturino). Sa disegnare calcio per i compagni, sa affondare direttamente lo stiletto con maligne punizioni, tiri improvvisi, invenzioni paradossali. Nel 1976 debutta in Nazionale, segnando all’Uruguay e conquistando la camiseta verdeoro numero 10, mentre tramonta l’astro di Rivelino. Si parla di “Pelé bianco”, i tifosi lo chiamano “O galinho”, il galletto, per la civetteria della sua eleganza di gioco.

I gol fioccano. Solo in Nazionale la fortuna gli gira le spalle: nel 1978 il suo Mondiale è avariato da un malanno alla coscia sinistra, nell’82 segna e incanta, ma cozza contro l’Italia di Bearzot; nell’86, ripescato dopo tanti infortuni, schizza lampi di sublime, ma inforca un rigore decisivo contro la Francia ed esce a capo chino. Nel Flamengo vince 7 campionati carioca, 4 titoli nazionali, una Coppa Libertadores e un’Intercontinentale, 5 titoli di capocannoniere carioca e 2 di capocannoniere nazionale. Al culmine della gloria, nel 1983, una complicata operazione finanziaria lo porta all’Udinese, con l’ostacolo di una opposizione della Federcalcio, superata grazie alla mobilitazione di un’intera regione («Zico o Austria!») e addirittura del presidente della Repubblica, Sandro Pertini. In Friuli, una stagione favolosa (19 gol in 23 partite di campionato), poi una serie di infortuni muscolari dovuti al clima e la chiusura dopo appena 3 reti in 16 presenze: con una pesante squalifica per insulti a un arbitro e una condanna della giustizia italiana per reati societari che poi verrà cancellata. Torna al Flamengo e ricomincia a incantare, pur dovendo fare i conti con continui infortuni, dovuti all’artificiosa costruzione del suo impianto muscolare. Dà l’addio al Flamengo nel febbraio 1990. Chiude con 78 partite e 53 gol in Nazionale, più 16 non ufficiali con 14 reti. Col Flamengo, 730 presenze e 508 gol. In totale, in carriera gli vengono accreditate 1047 gare con 727 reti. Riprende l’attività agonistica in Giappone, nel Kashima Antlers, dove a 40 anni segna il gol più bello della sua vita: proiettatosi con eccessivo slancio su un cross, supera il pallone, ma recupera con una capriola all’indietro, spedendo faccia a terra in rete al volo il pallone di tacco. Diventa allenatore, vincendo il titolo col Kashima. Nel 1998 è aiutante del selezionatore Zagallo al Mondiale di Francia.

 Carlo Felice Chiesa

(Calcio 2000 n°26)

 

Foto di apertura: Zico ritratto mentre batte una punizione, la sua specialità, contro il Verona.

Foto a lato: Zico con la maglia della Nazionale del Brasile in azione.

 

 

Ultima modifica il Giovedì, 27 Aprile 2017 17:04