Roberto Beccantini: “Vi dico la mia su Verdi, sulla VAR e su Saputo. Bologna – Juventus? Non escludo sorprese – 17 dic

Scritto da  Davide Centonze e Giacomo Guizzardi Dic 17, 2017

 

 

Per descrivere Bologna – Juventus (ma non solo, visti gli innumerevoli spunti e argomenti toccati), non potevamo che rivolgerci ad una delle penne più autorevoli dell’intero panorama giornalistico italiano, Roberto Beccantini, nato a Bologna e poi trasferitosi a Torino, dove ha avuto modo di iniziare a scrivere per Tuttosport a soli 19 anni. L’obiettivo era quello di realizzare un’intervista a 4 mani e Davide Centonze e Giacomo Guizzardi ci sono riusciti, raggiungendo telefonicamente Beccantini che si è soffermato ovviamente sulla partita di oggi, ma non solo, in un racconto più che un’intervista, che mischia il passato fanciullesco del narratore con il futuro tecnologico nel quale tutti Noi, amanti del pallone, ci ritroviamo. Una chiacchierata con un mostro sacro del giornalismo italiano che speriamo vivamente possa coinvolgere i nostri lettori tanto quanto ha coinvolto chi ha realizzato la chiacchierata.

 

Come pensa siano cambiati i "rapporti di forza" tra le due squadre negli ultimi 10 anni, alla luce di tanti momenti significativi (doppietta di Di Vaio a Torino, lo 0-0 a Bologna di due stagioni fa che interruppe le 26 vittorie di fila, il "rigore" di Krasic)?

“Dopo Calciopoli la Juventus è tornata la Juventus mentre il Bologna, che pur ha vinto nella sua storia 7 scudetti, naviga ai piedi della vetta, del podio; incarna quel ceto medio-alto che fatica a farsi largo in un calcio che la distribuzione iniqua dei diritti televisivi, dei soldi dovuti alla Champions, ha fatto in modo che si arrivasse a una spaccatura sempre più evidente.”

Da quest'anno è stato introdotto il VAR ma, nonostante tanti riscontri positivi, ci si accorge di come l'arbitro tenda ad essere spesso troppo protagonista della partita, senza, alle volte, neanche appellarsi alla tecnologia, commettendo poi errori gravissimi (vedi Lazio – Torino). Lei è favorevole al VAR? Perché pensa che i giudici di gara, in certi frangenti, siano ancora restii ad abbracciare in toto l'aiuto tecnologico?

“Come risposta ci vorrebbe un’intera trasmissione, non un solo un intervento; il o la VAR, che dir si voglia, perché fra le cose più suggestive e tipiche di noi Italiani c’è il maschile/femminile, quindi forma e non sostanza, costituisce una Rivoluzione, e le rivoluzioni costano morti. Nel nostro caso, e nei nostri casini, per fortuna, le vittime, i morti, sono errori, sono svarioni,sono proteste. Non possiamo pensare di uscire da una Rivoluzione del genere sporcandoci solo il bavero dell’impermeabile. Ci sono stati e ci saranno degli errori. Al di là di una riduzione degli errori medesimi, dovuti alla revisione dell’episodio, in molti casi una revisione perfetta o quasi (tipo lo schiaffo di Daniele De Rossi in Genoa – Roma), ci sarà sempre una zona grigia dal regolamento alle interpretazioni che porterà al paradosso di nutrire ancora  la moviola della moviola; tipo il doppio caso di Giacomelli in Lazio – Torino di lunedì scorso da Lei citato. Anche perché, Lei accennava all’arbitro troppo protagonista, gli arbitri ora sono diventati due, si è tornati al doppio arbitro di una volta, esperimento che fallì, questa volta tenuti insieme dalla tecnologia. L’arbitro in campo/l’arbitro davanti alla televisione. Tanto è vero che si pensa, alle volte, in base a criteri di opportunità, di piazzare l’arbitro migliore l’Orsato di turno davanti al VAR, non in campo. Questa è una Rivoluzione, e oltre al tempo, bisogna essere coscienti del fatto che, appunto, le rivoluzioni costano morti, è questo il punto. Per fortuna, utilizzo ancora l’espressione nel nostro caso e nei nostri casini, visto che mi piace molto, i morti sono solo proteste, finora almeno. Se prendiamo ad esempio il braccio di Iago Falquè (sempre Lazio – Torino), quello era da rigore, ma ci troviamo nella famosa zona neutra, zona grigia citata prima (regolamento/interpretazioni). Lì l’arbitro dice braccio largo, ma distanza ravvicinata, non do’ il rigore; se avesse dato il rigore, come se ne sarebbe uscito? È vero, distanza ravvicinata, ma braccio largo! Si è arrivati, prima dell’introduzione della VAR e della goal line technology, alla infallibilità degli arbitri attraverso la somma di fallibilità. Tutto è possibile, in sintesi, o molto. Per cui, c’è tutta questa zona grigia sulla quale la VAR non sempre riesce a far luce fino in fondo come vorremmo, per tacere poi del fuorigioco, lì un altro paio di maniche dello stesso vestito, dove i centimetri sono decisivi. Durante Al Jazeera – Real Madrid hanno annullato due gol, uno per lato, entrambi grazie alla VAR, uno di centimetri, l’altro di millimetri. È chiaro che alla luce delle immagini, se come direbbe Fabio Caressa la parallassi è in linea è fuorigioco, anche se di un alluce, di una scapola. Dalla VAR il tifoso vuole risposte certe."

Prima dell'avvento di Saputo Il Bologna bussava spesso alla porta della Juventus per richiedere calciatori in prestito (Ekdal e Sorensen su tutti). Perchè pensa che tutto questo sia cambiato? Il Bologna ha acquisito più forza?

“Non lo so,dipende anche dalle opportunità: io non sono un grande mercatista, il mercato non è materia per i miei gusti, ammesso che ce ne sia una di materia. Credo che sia una questione di opportunità: mi ricordo che in passato anche Paramatti passò dal Bologna alla Juventus. Se Benrardeschi avesse giocato, per esempio, nel Bologna, e non a Firenze, magari per 40 milioni l’avrebbero preso comunque. Non ci vedo sotto un disegno, solo caso.

 Perchè, secondo Lei, Saputo ha scelto di abbracciare Bologna? La città delle Due Torri è "giusta" per portare avanti un progetto calcistico di un determinato livello?

Bologna è la Bologna dello sport, magari non è più quella officina dei miei tempi, della mia gioventù, però comunque 7 scudetti, tutta la tradizione di pallacanestro, non dimentichiamo Ondina Valla, prima medaglia d’oro femminile alle Olimpiadi del 1936, il baseball, il pugilato che ruotava attorno a Nino Benvenuti e alla colonia di Bruno Amaduzzi, e sicuramente sto dimenticando qualcosa. I tempi sono cambiati, ma la tradizione è a prova di bomba, quindi capisco perché uno come Joey Saputo abbia scelto Bologna come sede di un investimento che spero porti rilancio e della società e della città.”

 Donadoni è un allenatore che ha principi di gioco molto chiari e che si adatta sempre molto bene alle realtà in cui va ad allenare. Secondo Lei Bologna è la sua dimensione e lo vedrebbe bene anche su una panchina di una grande squadra? Pensa che l'esperienza in Nazionale lo abbia condizionato, ne abbia bloccato le ambizioni?

“Donadoni, con l’esperienza in Nazionale, ha già avuto una grandissima vetrina; sfortunato perché nel 2008, agli Europei, dopo il titolo mondiale di Marcello Lippi nel 2006 a Berlino, uscì ai quarti contro la Spagna, 0 a 0, ai rigori! La stessa Spagna che, con Luis Aragones in panchina proprio lì cominciò il suo grande trittico: Europeo 2008 e poi, passando a Vicente Del Bosque, Mondiale 2010 e Europeo 2012. Io credo che Donadoni sia poco televisivo, curi poco la sua immagine: per me questo è un grande pregio, sia chiaro, però in questo mondo temo di no. Il suo Bologna, per esempio, mi piace, l’ho visto in Tv quest’anno: gioca, soprattutto con quel trio davanti (Verdi, Palacio e Destro in mezzo); è un po’ timido, delle volte penso che pensi troppo a ce la faccio o non ce la faccio? In questa maniera va incontro a brutti scivoloni (come contro il Crotone in casa, dove pure fece due gol). Mi sembra che Donadoni possa tranquillamente ambire a una grande panchina, fermo restando che, nella mia concezione di calcio l’allenatore è importante, certo, ma non così importante, così deus ex machina, come si millanta in Italia, si veda il caso di Sarri all’Empoli prima (dove lottava per salvarsi) e al Napoli poi (dove concorre per il titolo).”

 Bologna è una piazza che culla i suoi giovani, e l'esempio di Verdi ne è una dimostrazione, visto che fino ad oggi non aveva mai dimostrato niente di importante. Insieme a lui c'è Di Francesco, che ha doti e qualità non indifferenti. Secondo lei potrebbero essere il futuro della Nazionale, considerando che ai prossimi mondiali in cui vedremo (si spera) l'Italia mancano 4 anni?

“Lo potrebbero essere, certo. Loro occupano una posizione, quella di esterni che poi si accentrano, molto importante nel calcio moderno. Quelli che una volta, quando ero ragazzo io, si chiamavano ali e terzini, ora non sono più due giocatori, ma uno solo. Verdi ad esempio, che utilizza il destro e il sinistro indifferentemente per punizioni, tiri, passaggi e assist, mi sembra più completo, anche perché più anziano di Di Francesco. Dipende da loro, bisogna sì tifare per i giovani, che però significa soprattutto togliere ai giovani alibi, bisogna che si arrangino loro. Certo che il Mondiale del 2022 in Qatar è a disposizione, però tocca a loro; bisogna pensare che non ci sia magari qualche disegno di allenatore scarso o altro. Ne abbiamo persi tanti di giocatori giovani che promettevano e poi, per un motivo o per un altro, non hanno mantenuto fede alle aspettative. Lo stesso Destro, per esempio, prometteva molto di più di quanto abbia dato o finalmente stia ridando.”

L'anno scorso Pulgar era uno dei giocatori più criticati, oggi è un punto fermo nello scacchiere tattico donadoniano, e ritenuto indispensabile anche dalla tifoseria rossoblù. Come valuta la crescita e le qualità del giocatore cileno?

“Ci vuole pazienza: purtroppo il tifoso, il giornalista, alle volte lo stesso dirigente, condizionato dagli stessi procuratori ha fretta. Ci vuole pazienza. Pulgar si sta esprimendo, ha trovato una sua dimensione nel gioco della squadra, più naso che NASA, piuttosto normale; in questo termine normale nel senso proprio della Rivoluzione. Per noi italiano “normale” è sinonimo di “banale”; no! Normale è sinonimo spesso di fondamentale. Anche a me pare che Pulgar sia cresciuto e con esso anche il centrocampo della squadra; la quale, ripeto, mi piace quando ha la palla tra i piedi, meno quando la palla ce l’hanno gli altri.”

 Un aspetto che ha sempre impressionato di Allegri è la capacità di gestione della rosa, e il coraggio in alcune scelte. Quando un giocatore non è in forma, o non è al 100% dal punto di vista mentale non gioca, chiunque esso sia. Un esempio è Bonucci la stagione scorsa, e Higuain e Dybala quest'anno. Come valuta la gestione del mister toscano, questo atteggiamento è positivo per la squadra?

“Finora è positivo, con questa teoria giustamente sottolineata Allegri, in tre stagioni, escluso naturalmente questo scorcio, è arrivato in fondo a tutti gli obiettivi, cioè Campionato e Coppa Italia due stagioni su tre. Poi ha perso, è vero, due finali di Champions (nel 2015 contro una squadra di marziani, a maggio contro una squadra che aveva un marziano). Allegri ha spaccato anche i tifosi juventini, nel senso che il suo modo di giocare non piace; la cosa buffa è che improvvisamente il tifoso juventino, cuorum erum, fa pagare il conto ad Allegri, dopo che la Juventus ha fondato la sua storia sul vincere non è importante, è l’unica cosa che conta. Allegri è un incartatore, non un incantatore come Sarri. I risultati però gli danno ragione, e quindi anche la gestione delle cosiddette prime donne. Fermo restando che con Dybala, secondo me, è stato sbagliato darlo in pasto da canali ufficiali del club tipo Pavel Nedved, dicendogli che deve stare attento alla vita privata e cose così. La Juventus di Boniperti avrebbe lavato quei panni in famiglia, ammesso che fossero sporchi.”

Per la prima volta dopo diverso tempo la Juve non è la miglior difesa, ma il miglior attacco. Nonostante i 41 gol segnati viene giudicata come squadra senza un gioco. A Lei piace la Juve di Allegri, e soprattutto, cos'è il bel gioco?

Il bel gioco è relativo, la grandezza è assoluta. Il bel gioco è un elemento relativo: per Lei può essere bel gioco quello di Sarri, per un altro quello del Real Madrid, mentre la grandezza, che è anche quantità, non solo qualità, è indiscutibile. Trapattoni: a qualcuno può non piacere il gioco che faceva applicare alle sue squadre ma se si dicesse che Trapattoni non era un grande allenatore del Calcio Italiano gli si direbbe che non capirebbe nulla di pallone. Allegri non mi ha mai entusiasmato, nemmeno quando era al Milan: le squadre di Allegri, Juventus compresa, mi danno sempre l’impressione di poter non tanto fare di più, quanto di poter fare meglio.”

La possibile chiave di lettura della partita di domenica e un pronostico a caldo.

 

“Penso sarà una partita bella, agonisticamente tirata. Dipende dagli episodi: se c’è un gol subito è chiaro che diventerà molto croccante, elettrizzante. Altrimenti sarà la classica “bella”partita all’italiana, un po’ come Juventus – Inter di sabato scorso, cioè molto celebrale, molto tattica, molto scacchistica e spero solcata dalle giocate dei singoli perché, come dicevo prima, in campo ci vanno i giocatori. Pronostico? Non escludo sorprese, dipende dalla Juventus, con tutto il rispetto per il Bologna. A Napoli, criticano Sarri per far giocare sempre i titolarissimi, a Torino criticano Allegri perché, con la rosa che si ritrova, cambia troppo. È il solito discorso: nel calcio si comincia sempre dalla fine per giudicare il merito, non dal fine".

 

Ultima modifica il Domenica, 17 Dicembre 2017 09:38