La lettera scarlatta - Oddone, ti sei ricordato le lasagne?

Scritto da  Mag 09, 2018

Caro Oddone, stamattina – immagino tu non te ne sia accorto – non c’ero, ad accompagnarti nell’ultima trasferta. Ho dovuto riportare mia figlia a Monghidoro: te lo dico per giustificarmi anche se tu non mi serbi rancore, lo so. Per ricordarti, mi tengo il nostro ultimo incontro. Una domenica di qualche tempo fa. Pioveva (ricordi?) e io, uscito da San Pietro al termine della Messa, ti beccai davanti a Nello, in Via Montegrappa. Avevi un sacchetto in mano. “Cazzo ci fai qui, Oddone, sotto la pioggia?”. E tu: “Sono venuto a prendere le lasagne”. Vegetariane per tua moglie (ricordo bene?) e “normali” per te. Stavi avviandoti a una imprecisata fermata dell’autobus, perché in occasione dei T-Days prendere il bus è come comprare un gratta-e-vinci… “Ti accompagno io”, dissi, e non mi passò inosservato il tuo sguardo perplesso. “Stai tranquillo, ho parcheggiato davanti al Medica: è uno dei privilegi riservati a noi sciancati…”. Parlammo di tutto: di mio padre, di Gianfranco, di Sabrina, degli antenati del presidente Saputo, di Marione Rampa e degli scoppiettanti martedì sera da Rodrigo, quando – io appena quattordicenne – uscivo dal cinema in compagnia del babbo e venivamo a mangiare un boccone in Via della Zecca, godendo di tavolate che a raccontarle oggi sembra fantascienza (che risate ripensare a Dan Peterson, allenatore Campione d’Italia, che a mezzanotte si faceva dare 10.000 lire da Lallo, andava in edicola a comprare Stadio e il Carlino, quando c’era, per tutti e si teneva il resto come mancia…). Arrivati in Via Paolo Fabbri, ci salutammo e mi dicesti di salutare la mamma: non potevamo sapere che quello sarebbe stato il nostro ultimo incontro. E adesso che i tuoi resti mortali riposano in un posto troppo stretto per contenere una vita ricca come la tua, col tuo permesso – che do per scontato, evidentemente – mi permetto di fare un discorso da vecchio. Viviamo in un mondo impazzito, dove tutti credono di saper fare tutto, ma noi abbiamo avuto il privilegio di vivere anche il mondo di prima, “quando ci voleva, per fare il mestiere, anche un po’ di vocazione” (Fabrizio De Andrè). E allora, Oddone, ai nostri tempi (vent’anni di differenza sono ben poca cosa) la professione si divideva fra chi faceva e chi scriveva il giornale. Io, cresciuto alla scuola di un Grande come Patrizio Zenobi (se non credete a me, chiedete a Giuliano Riva, Giorgio Comaschi, Andrea Malaguti e altri che adesso mi sfuggono), mi schierai sul fronte “interno”, nel senso che per me niente valeva come veder crescere la “creatura” in redazione; tu, che come ha ricordato Beppe Tassi sei “nato” raccontando la tragedia del Vajont, eri decisamente un inviato. Dopodiché, sempre ai nostri tempi, il nostro mestiere aveva altre due linee imprescindibili: o davi notizie o fornivi opinioni. Poi, è vero, c’erano già i furbetti, quelli che giocavano a fare i direttori sportivi o gli allenatori, ma rappresentavano una minoranza ben individuata e destituita di ogni fondamento. Perché proprio questo fu un tema che toccasti quel giorno. Qualche collega (non ricordo chi, ma se lo ricordassi cercherei di dimenticarlo), stanco di non essere “cacato” – dicesti quasi così, senza virgolette e con la “g” a volgarizzare il termine – da Bigon, aveva sparato sul giornale che Saputo stava per ingaggiare Sabatini, il quale era stato visto spesso in città. Ti mettesti a ridere amaramente, Oddone, perché era vero che l’ex diesse romanista veniva spesso a Bologna, ma lo faceva per motivi più seri di un ingaggio a Casteldebole (era in cura al Sant’Orsola, di fronte a casa tua, e te lo aveva confidato lui stesso, tuo buon amico da anni). Chiuso il capitolo, dicesti che Bigon in qualche modo ti ricordava mio padre, e magari è proprio per questo che lo stimo: serio, schivo, onesto, preparato. Quali altre doti dovrebbe avere, per piacere? Mi ricordasti di tutte le volte in cui avevi cercato di strappare una notizia (o anche solo una conferma) a mio padre, riuscendoci mai. Eppure siete sempre stati in ottimi rapporti, anche quando lui tornò al Milan ma al sabato mattina vi incontravate al bar per studiare una schedina del Totocalcio che non vi ha mai portato alla cassa. E ancora altri ricordi, tutti piacevoli, tanto che – poco prima del tuo arrivo a casa – ti chiesi per quale motivo quel mondo, il “nostro” mondo, non fosse più disponibile. Tu, aprendo lo sportello della Panda e facendo attenzione a non rovesciare il ragù, sorridesti: “Ti rendi conto, Marco, che oggi noi giornalisti andiamo a caccia di like? E dove vuoi andare, se pensiamo ai like e non alla qualità?”. La pensavamo allo stesso modo, e non solo a proposito di lasagne. Piuttosto, Oddone, ti sei ricordato di prenderle? Occhio che il babbo s’incazza, se non gliele porti…

Marco Montanari

Nel suo curriculum, alla rinfusa, Guerin Sportivo, Treccani, Gruppo Poligrafici Editoriale, La Gazzetta dello Sport, Panini, SportMediaset, Corriere della Sera e alcuni house organ di società calcistiche.
Oggi vorrebbe essere il… Palacio del fantastico gruppo dei 1000 Cuori Rossoblu.