Chiedo scusa se parlo di Bigon...

Scritto da  Ago 20, 2018

C’è una cosa, in questo clima da lutto sportivo che avvolge Bologna, che mi fa sorridere e incazzare: è agosto, si boccheggia per il caldo e nonostante questo ciascuno ha già in tasca la verità. Salumieri, idraulici, infermieri ed edicolanti hanno già individuato gli errori commessi da Riccardo Bigon in sede di calciomercato. Antennisti, fruttivendoli e formaggiai, invece, sanno che Inzaghi è destinato al massacro, mentre lungimiranti elettricisti sostengono che forse Donadoni andava trattato meglio (potevate svegliarvi prima, cazzoni!). Infine, baristi in servizio continuato effettivo sono pronti a giurare che il Bologna non merita un presidente “plumone” (come si traduce in siculo-inglese?) come Saputo. Ecco, sorrido e m’incazzo per lo stesso motivo: a voi, la storia non ha insegnato niente. Non avete ancora capito che dovete fare i vostri mestieri con passione e dedizione, senza indossare i panni di altri. Di più: non avete ancora capito che i campionati non si vincono e non si perdono in agosto, che se l’ultimo trofeo alzato al cielo dal Bologna è una Coppa Italia rubata al Palermo una quarantina d’anni fa un motivo deve pure esserci…

E allora, dal momento che è più divertente sorridere che incazzarsi, approfitto di questo spazio per ribadire qualche concetto. Riccardo Bigon è un ottimo direttore sportivo; non perché l’ho stabilito io, ma semplicemente perché lo dimostra il suo curriculum. Non possiede il dono dell’infallibilità – a differenza dei salumieri, idraulici, infermieri ed edicolanti citati prima – e questo è l’unico… difetto che gli riconosco. Per il resto, è serio, preparato, ONESTO (lo scrivo in maiuscolo perché di questi tempi è merce rarissima) e ha creato un’ottima squadra di scouting. Dopodiché, a salumieri, idraulici, infermieri ed edicolanti provo a spiegare com’è cambiato il mestiere di Bigon partendo dall’esperienza di mio padre (visto che loro due, secondo me, hanno tanto in comune).

C’è stato un tempo in cui il direttore sportivo era il tramite fra presidente, allenatore e squadra, e questa era la routine quotidiana. Poi, quando iniziava il mercato, il diesse chiedeva al tecnico di cosa avesse bisogno e al presidente quanto poteva spendere. Per fare un esempio concreto: mio padre è l’uomo che cedette Savoldi al Napoli. Chi pensa che il babbo fosse talmente rincoglionito da credere che un Clerici ormai consunto potesse essere utile come Beppe-gol può interrompere qui la lettura e tornare a tagliare il prosciutto. Agli altri, invece, spiego come andarono le cose. Il presidente era Luciano Conti, bolognesissimo, imprenditore illuminato (trasformava in oro quello che toccava), che aveva rilevato il Bologna perché il calcio gli piaciucchiava, il rosso e il blu gli stavano a cuore e infine con il calcio aveva intravisto il modo di ampliare il suo raggio d’azione imprenditoriale. Era ricco, Conti, ma non era uno dei “ricchi scemi” citati da Giulio Onesti (presidente del Coni) negli anni Cinquanta. Firmava gli assegni necessari a garantire la Serie A al suo Bologna, ma non una lira di più. E non s’intascava niente, tant’è vero che se a fine stagione c’era la necessità di ungere qualche ruota, mandava mio padre in giro con il… lubrificante e il Bologna – fateci caso – fino alla sua presidenza non è mai retrocesso in B. Ma torniamo a Savoldi. Conti chiama mio padre e gli dice che deve fare il mercato con i soldi che incassa. “Ma presidente”, la risposta del babbo, “l’unico che ha mercato è Savoldi...”. “E allora lo venda, Montanari!”. Mio padre, come farebbe oggi Bigon, si mise in cerca del miglior acquirente, però il presidente gli pose un altro vincolo: “Mi raccomando, non lo venda a Inter o Milan. Giampiero (nel senso di Boniperti, n.d.r.) mi ha chiesto di non rinforzare le milanesi...”. Scarti i club che hanno maggiore disponibilità finanziaria e maggior bisogno di rinforzi e passi oltre, tanto Savoldi lo devi vendere… Così salta fuori il Napoli: Ferlaino vuole fare le cose in grande, mette mano al portafogli e tira fuori un miliardo e quattrocento milioni di spicciola, più un paio di calciatori e l’affare va in porto. Capito?

Fosse dipeso da mio padre, Savoldi non si sarebbe mai mosso da Bologna, ma mio padre faceva il direttore sportivo, non il tifoso. E lui, venendo ai giorni nostri, a differenza di Bigon aveva un vantaggio, anzi due: non doveva leggere le cazzate che scrivete sui social improvvisandovi opinonisti (per quelle, per le cazzate, ai suoi tempi bastavano i giornali…) e soprattutto non doveva avere a che fare con i procuratori, che nel corso degli anni sono diventati gli autentici padroni del calcio e condizionano la vita di quasi tutti i club (la Juventus, se la cosa vi può fare piacere, secondo me è l’unica società esente dalla piaga…).

Capito perché m’incazzo sorridendo? Perché voi, stando dietro la vostra affettatrice o impugnando la vostra brugola, sparate giudizi definitivi su bravi professionisti che fanno con passione e dedizione il loro lavoro. Oggi Santander è un bidone e Masina un rimpianto: ieri, il primo era un potenziale idolo e l’altro uno dei calciatori più criticati. Ma dopo l’incazzo, il sorriso: se domenica prossima il Bologna batte il Frosinone, cos’è, vi rimangiate tutto? Fatemi sapere come si sta, sul carro dei vincitori: io continuo ad aspettare alla fermata, non mi piacciono i luoghi troppo affollati...

Ultima modifica il Lunedì, 20 Agosto 2018 16:41
Marco Montanari

Nel suo curriculum, alla rinfusa, Guerin Sportivo, Treccani, Gruppo Poligrafici Editoriale, La Gazzetta dello Sport, Panini, SportMediaset, Corriere della Sera e alcuni house organ di società calcistiche.
Oggi vorrebbe essere il… Palacio del fantastico gruppo dei 1000 Cuori Rossoblu.