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Io sto con Pippo

Scritto da  Dic 12, 2018

È inutile che facciate gli offesi, ce l’hanno insegnato a scuola: la terza legge della dinamica, o principio di azione e reazione, stabilisce che a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Uno incassa, poi cambia una consonante e s’incazza: non è elegante (non lo è neanche dare dell’inadeguato a un professionista, però), ma succede. Così non mi sono scandalizzato quando Donadoni si offrì di pagare il biglietto aereo ai tifosi dal palato fine per andare a vedere altrove del buon calcio, o quando – più recentemente – Mourinho ha salutato lo Juventus Stadium chiedendo il bis degli insulti che lo avevano colpito per tutta la sua permanenza in campo, quindi figuratevi se mi scandalizzo per le parole scritte da Inzaghi su Instagram: “Però di una cosa mi son rotto, basta negatività. Ne ho piena l’anima di last chances, di in or out, squadra-società-allenatore scarsi. Voglio aria nuova, sole, affetto bolognese e via dalle palle chi gufa”. Non sono scandalizzato, anzi mi scappa da ridere pensando ai “post impossibili”. Che cosa avrebbe scritto Luciano Conti, predecessore di Saputo sulla gogna rossoblù, a chi gli gridava “Vendi tua moglie!”? Non esistevano social networks, all’epoca, ma secondo me avrebbe postato, più o meno, questo: “A m’aviv rot al bal (preferiva di gran lunga il dialetto all’italiano, n.d.r.). Con me il Bologna era una delle poche società mai retrocesse in B. Vi siete trovati meglio con Fabbretti, Brizzi, Gnudi e Gruppioni? Andì a fer di grogn, va là…”. E mio padre, al posto di Bigon? Lui no che non avrebbe avuto un profilo Instagram, Twitter o Facebook (anche se prima di morire aveva imparato a “googolare”…). A che gli dava del delinquente perché aveva venduto Savoldi al Napoli, lui in effetti non avrebbe proprio risposto: gli bastava sapere di avere fatto il suo dovere. Perché, a differenza dei tifosi, presidenti, direttori sportivi, allenatori e dirigenti in genere hanno soprattutto dei doveri e ragionano in base a quelli, non al tifo. Ma torniamo a Pippo: lui, ex rapinatore d’area, ha spiazzato tutti con un commento per niente maleducato, addirittura soft. Dice: con lo stipendio che incassa, deve stare zitto. Mica vero, perché l’unico che ha diritto di licenziarlo è chi glielo paga, lo stipendio, non chi paga il biglietto o la sciarpa rossoblù. Ma questo, col tempo e con la compiacenza – bisogna ammetterlo – di noi giornalisti, è un concetto che si è andato perdendo: Ercolino, l’ex bidello del Righi e tutti gli umarells che il buon Dio ha mandato in terra si sentono in dovere di pontificare su tutto, hanno in tasca la risposta a ogni domanda. Un paio di giorni fa, sul profilo Facebook di questo portale, sono stato brutalmente apostrofato da un “leone da tastiera” (e poi abbiamo subito chiarito, comunque): “Stai zitto, Montanari, che non sei neanche tifoso!”. Gli ho risposto che era vero, che sono solo un umile cronista e quindi – per mantenere l’equilibrio necessario – cerco di non farmi influenzare da simpatie e antipatie, avendo in tasca un’unica tessera, quella dell’Ordine dei Giornalisti elenco Professionisti, e solo perché è necessaria per esercitare questa professione ormai in via d’estinzione. Dice ancora: allora, al posto dei tifosi che cosa avresti fatto? A questa domanda faccio rispondere Fabrizio De Andrè: “Se fossi stato/al vostro posto,/ma al vostro posto non ci so stare”. Perdonatemi: sono solo un giornalista, non un tifoso…

Marco Montanari

Nel suo curriculum, alla rinfusa, Guerin Sportivo, Treccani, Gruppo Poligrafici Editoriale, La Gazzetta dello Sport, Panini, SportMediaset, Corriere della Sera e alcuni house organ di società calcistiche.
Oggi vorrebbe essere il… Palacio del fantastico gruppo dei 1000 Cuori Rossoblu.