Forcing - Mancini: "Non mi aspettavo il Bologna in quella posizione, ma Inzaghi conosce il calcio" Getty Images

Forcing - Mancini: "Non mi aspettavo il Bologna in quella posizione, ma Inzaghi conosce il calcio"

Scritto da  Dic 26, 2018

Cinque anni a Bologna, sei anni alla Lazio e tanto amore. Roberto Mancini è stato un numero 10 indimenticato dalle due fazioni, visto che ha sempre dimostrato affidabilità e qualità.
A Bologna ha ancora un conto in sospeso, reo di essere andato via troppo presto, ma qui la colpa è solo sua, che ha sempre ammesso un debole per le Due Torri. Vorrà dire che, in futuro, potrà farsi perdonare tornandoci da allenatore…

“Non mi aspettavo il Bologna in quella posizione, a dicembre, perché credevo potesse fare un campionato un po’ più tranquillo. C’è da dire, però, che ci sono stati anche gli infortuni”.
Magari Mancio si riferisce a quello che ha tenuto fuori Palacio, l’uomo in più degli undici di Inzaghi. Il lato negativo? Che dà tutto e, come è capitato con Milan e Parma, verso il finire dei 90’ arriva nei pressi dell’area di rigore, cercando – invano – il tiro in porta o un fallo, prima di cadere a terra per la stanchezza.
Magari Mancio sa cosa vuol dire essere al posto del Trenza, visto che anche lui è stato un giocatore-cardine, capace di trascinare prima la Samp e poi la Lazio alla vittoria dello Scudetto. Oddio, per caratteristiche diverso dall’argentino: Roberto era più statico e più tecnico, ma il numero 10 – sia simbolicamente che concretamente – è (quasi) sempre stato stampato sulle sue spalle.
Magari Mancio avesse fatto come Palacio. No, non nel senso che arrivasse, ai tempi, in debito d’ossigeno in area di rigore avversaria, ma che vestisse per più di una stagione la casacca rossoblù. Anzi, no: “rubato” a 13 anni dalla sua Jesi, il giovane Roberto è approdato sotto le Due Torri in cerca di fortuna, trovandola grazie ad allenatori del calibro di Perani, Fogli, Soncini, Bonini, Zagatti e Mantovani. Poi c’è stata la convocazione con la prima squadra, grazie a Gigi Radice, e l’esordio in A, il 13 settembre agli ordini di Burgnich. Dopo di che, una stagione condita da 9 gol da appena diciasettenne, l’ha portato alla corte del presidente Mantovani, lasciando quel “sarebbe potuto diventare” come interrogativo nella testa dei bolognesi.
Magari Mancio fosse rimasto.

“Non so quale sia il modo migliore per affrontare la Lazio. Loro, forse, giocano meglio fuori casa perché hanno giocatori bravi nel contropiede, ma tutti e due gli allenatori saranno in grado di capire qual è la cosa migliore”.
Gli stessi bolognesi orfani del Mancio hanno sempre sperato, nei vari momenti in cui la panchina rossoblù era vacante, che fosse presa in possesso proprio da lui. Si può dire che “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”? Diciamo pure che la speranza è l’ultima a morire.
Lo jesino ha cominciato la sua avventura in panchina proprio nei biancocelesti, come spalla di Eriksson. Dopo una sbandata Viola – dove è riuscito a portare a casa la Coppa Italia, il suo trofeo prediletto – ha ripetuto il trionfo nella capitale, prima di insediarsi a San Siro, sotto la Nord.
Chissà come lui avrebbe affrontato la partita di oggi, contro Filippo. Si fida di entrambi gli allenatori, optando per la mela della discordia nel contropiede biancoceleste, visto che potrà essere una buona arma contro una difesa rossoblù che, nelle ultime due partite, ha concesso zero gol e tiri in porta praticamente nulli.

“Forse Simone ha un po’ più di esperienza, visto che ha iniziato prima, ed è sempre stato nella Lazio, avendo la possibilità di lavorare con tranquillità. Tuttavia, entrambi conoscono il calcio e possono diventare bravi”.
Diglielo tu, al Mancio, che cos’è l’esperienza, e lui ti manderà a quel paese. Contando gli anni delle giovanili, ha trascorso 23 anni in Italia, cambiando solamente tre squadre. Roba che, al giorno d’oggi, ci sarebbe da stropicciarsi gli occhi. Sa cosa vuol dire avere continuità, conoscere tutto di un certo ambiente per poter costruire un qualcosa di importante. E, forse, è per questo che in Nazionale c’è stata una girandola importante di giocatori, come per dire: “Io prima voglio conoscervi, farvi giocare, studiarvi e poi fare una scelta ben mirata”. Non scartare a priori i Grifo o i Piccini di turno perché “tanto chi li conosce”. Ogni giocatore, se messo a suo agio, può dare quel qualcosa in più. Higuain, per esempio, o – tornando in casa nostra – Quagliarella. Il Mancio era a Empoli la scorsa domenica, probabilmente anche a vedere quel ragazzino con la maglia numero 27 segnare per la settima giornata consecutiva. Anche in questo caso: vuoi dire a lui che un giocatore è vecchio? Proprio a lui che ha mollato la Sampdoria a 32 anni, rimettendosi in gioco con una squadra altamente competitiva come la Lazio?

Sebastiano Moretto

Studente di Scienze della Comunicazione col pallino del pallone e del giornalismo. Quando la domenica vado a messa, mi dirigo verso lo stadio.