Stampa questa pagina

Canta che ti passa: Alla fiera dell'est

Scritto da  Gen 10, 2019

C’è un certo giorno in cui sai che, dopo esserti alzato dal letto e diretto verso la piazza, imboccherai un lungo labirinto pieno di bancarelle, i cui proprietari cercheranno di venderti qualsiasi cosa.
“Non andare da Giuseppe, il mio formaggio è più buono!” e “Vieni da me, Luigi ti fa pagare il salame il doppio” sono due incipit della colonna sonora che ti accompagnerà fino a quando non uscirai da quel tunnel lungo e tortuoso.
Tuttavia, quel luogo non è solo di perdizione e “lasciate le chiappette fuori, o voi ch’entrate”. In fin dei conti, i greci (quelli antichi) sanno meglio di noi come funzionano queste occasioni: relazioni con le altre persone, ne conosci altra di nuova, assaggi uno stuzzichino che ti fa pensare “Quasi quasi volto le spalle a Mario…”. Tutto questo per un solo obiettivo finale: tornare a casa soddisfatto. Succede al mercato cittadino, succede al mercato pallonaro.

Diciamo subito una cosa: la FIGC aveva fatto una cosa molto intelligente, che era stata quella di limitare – come ad agosto – i trasferimenti fino al giorno prima del ritorno in campo, per poi (inspiegabilmente) rovinare tutto. Perché sulla porta girevole dell’Hotel Melià dovrebbero veramente incollare il cartello “Lasciate le chiappette, o voi ch’entrate”, sia per ciò che devono subire tutti gli addetti ai lavori, sia per quello che devono leggere (i giornalisti fanno il loro mestiere…) gli interessati.

Alla fiera dell'est, per due soldi, un topolino mio padre comprò.
E venne il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò.

Una filastrocca che si ripeterà ogni giorno. Nel senso: ciò che si spiffera in quell’albergo (vero o falso che sia) diventa inevitabilmente un motivo di discussione là fuori. “Sansone ottimo, ma ci vuole anche una punta!”, “Bisogna puntellare la difesa!”, “Ogbonna non viene? Bigon, vattene!” &Co. sono dicerie che sentiremo imperterrite per un mese.
Nell’agorà-Melià vige la legge di Darwin, come d’altronde nella canzone di Branduardi: vince sempre il più forte. A parte l’ottimo lavoro invernale che fino ad ora la dirigenza sta svolgendo (alzi la mano chi, un mese e mezzo fa, avrebbe scommesso su due colpi di tale caratura conclusi addirittura prima dell’inizio del supplizio), i nostri “addetti ai lavori” dovranno vestire i panni della vecchietta che – sapientemente – appena esce dalla porta di casa sa già da chi andare a comprare. Insomma, in poche parole, avere i piani chiari.
L’obiettivo è il momentaneo sfoltimento della rosa, siccome non ci possono essere in lista giocatori più di ventuno giocatori over 22. Non è vietato che tu possa prendere anche il salame che Luigi ti fa pagare il doppio e il formaggio che da Giuseppe fa schifo, ma è comunque uno spreco di soldi. Quindi, “listicamente” parlando andrebbe bene avere 50 giocatori in rosa; economicamente parlando, invece, mica tanto.

In tutto questo, ricordiamoci che (purtroppo) il mercato non dorme mai, ma ufficialmente è iniziato una settimana fa. Saranno altri ventuno giorni di sfracellamento di maroni, per tutte le ragioni elencate prima, ma – alla fine – questo è il momento più atteso da tutti i tifosi, a maggior ragione dopo un girone d’andata abbastanza incerto. La scorsa estate, Bigon e Di Vaio hanno lasciato le famose chiappette all’interno dell’albergo; quest’inverno, dovranno dimostrare le spalle larghe per ciò che hanno vissuto (e stanno vivendo) sulla propria pelle, per “vestire” la parte del Signore alla fine della canzone: incontestato, trionfatore, con le chiappette al sicuro, col salame a metà prezzo e il formaggio buono.

E infine il Signore, sull'angelo della morte, sul macellaio,
che uccise il toro, che bevve l'acqua, che spense il fuoco,
che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto,
che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò.

Sebastiano Moretto

Studente di Scienze della Comunicazione col pallino del pallone e del giornalismo. Quando la domenica vado a messa, mi dirigo verso lo stadio.