Hugo Rubio (a sinistra) e Ivàn Zamorano ai tempi del Bologna Hugo Rubio (a sinistra) e Ivàn Zamorano ai tempi del Bologna

Meteore Rossoblù - Hugo Rubio, il "passero" delle Ande che fu preferito a Zamorano

Scritto da  Mar 26, 2020

Sliding doors. Ci sono momenti nella vita che ci mettono davanti ad un bivio. Frammenti di esistenza che portano inevitabilmente ad operare una scelta dalla quale è impossibile fuggire. “Porte girevoli”, appunto: le stesse che capitarono al Bologna di fine anni ’80, ricordato tra le altre cose per una decisione destinata a rimanere negli almanacchi del calcio tricolore.

Estate 1988, il Bologna ha raggiunto la promozione in serie A dopo la storica cavalcata nel campionato cadetto. Una stagione che porta le firme di un allenatore dal gioco spumeggiante e ultra-offensivo, Luigi Maifredi, e soprattutto di Lorenzo Marronaro, centravanti delle meraviglie che chiude il torneo da capocannoniere con 21 reti segnate. L’entusiasmo in città è alle stelle per la nuova avventura nella massima serie, e insieme alle speranze dei tifosi crescono anche le aspettative della stampa attorno ai nuovi rinforzi rossoblù.

È tempo di mercato. In un calcio che può essere ormai goliardicamente definito “preistorico “, sono soltanto tre i posti disponibili per i giocatori stranieri, limite che costringe gli osservatori di tutte le compagini a ponderare al massimo le proprie valutazioni sui talenti non italiani. Il presidente Luigi Corioni si affida, così, al fiuto del direttore sportivo Nello Governato per scegliere il trio extra-comunitario dei felsinei. Durante un’estate riempita soprattutto da voci e illazioni sotto l’ombrellone, a Bologna sbarcano il roccioso difensore belga Demol e il centrocampista finlandese Aaltonen. Due su tre andati, con altrettanti ruoli coperti. All’appello dei rossoblù però manca ancora qualcosa. Il colpo di mercato, il nome altisonante, la punta di diamante offensiva che fa sognare i tifosi e preoccupa gli avversari. Il peso dell’attacco bolognese, infatti, non può gravare sul solo Marronaro, soprattutto in virtù del salto di categoria che ne avrebbe con ogni probabilità ridimensionato l’efficacia.

La caccia è aperta, con Governato che cambia aerei come fossero taxi per scovare il tassello mancante del puzzle rossoblù. Tra tutti i continenti perlustrati da ds, solo uno risponde alle necessità del club: l’America latina. Terra di funamboli e giocatori di strada, rappresenta il contesto perfetto in cui scovare giovani sconosciuti da far sbocciare nel calcio che conta, fino a trasformarli in campioni. Un esotico richiamo a cui Governato non sa resistere: destinazione Cile, dove gli sono stati segnalati due possibili crack.

Il primo è il protagonista della nostra puntata: Hugo Eduardo Rubio Montecinos, classe ’60, nativo della cittadina di Talca. Allora ventottenne, Rubio è all’apice della carriera, titolare della squadra più blasonata del paese (il Colo-Colo) e stabilmente nel giro della nazionale. La sua fama lo precede: rapace dell’area piccola, con classe talmente sopraffina da valergli l’appellativo di “Maradona delle Ande”. Il suo vero soprannome, tuttavia, è un altro: “il passero”, dovuto alla sua andatura saltellante mentre punta i difensori avversari, pronto a scartarli in un batter d’occhio.

Il secondo identikit sulla scrivania di Governato ha invece un altro nome, che presto tutti avrebbero conosciuto: Iván Luis Zamorano Zamora. Un 21enne dalla corporatura esile, di prospettiva ma con alle spalle la sola esperienza nell’anonima formazione del Cobresal: non proprio il migliore dei curriculum per il ragazzo di Santiago del Cile, soprattutto se paragonato a quello della “certezza” Hugo Rubio.

Rubio o Zamorano, Zamorano o Rubio: questo è il dilemma. Un giocatore con maggiore esperienza conosciuto in tutto il paese, o il diamante grezzo da coltivare per il futuro?

Governato opta per portare in Italia entrambi i giocatori, lasciando la patata bollente della decisione finale a Maifredi. Dopo alcuni allenamenti la decisione della società ricade su Rubio, ritenuto già rodato ad alti livelli, e quindi più affidabile per centrare l’obiettivo salvezza. Il trionfo dell’esperienza sull’incognita suggestiva: una decisione sensata e del tutto rispettabile da parte della dirigenza felsinea, che allora non poteva prevedere l’esplosione, nel giro di alcuni anni, del giovane Zamorano. C’è invece il San Gallo, squadra svizzera nell’orbita del presidente Corioni, nel destino del 21enne, che da quel momento comincia una straordinaria carriera che lo porterà a vestire le maglie di Siviglia, Real Madrid e Inter.

E Rubio? Accolto a braccia aperte dalla tifoseria, letteralmente innamorata di lui, si presenta con una roboante doppietta nell’amichevole estiva contro il Barletta. Un’ottima prestazione, destinata tuttavia a rimanere l’unica dell’avventura rossoblù del cileno. Pochi giorni dopo, infatti, Rubio si rompe il legamento crociato durante la partita di coppa Italia contro il Napoli: un infortunio che lo terrà fuori dal campo per diversi mesi, facendolo tornare a disposizione di Maifredi solo nel girone di ritorno. Una volta ricominciato a solcare l’erba del Dall’Ara, però, Rubio non si dimostra mai all’altezza della serie A, giocando (male) solo alcuni spezzoni di partita. Lento e impacciato, il “passero” non riesce ad adattarsi ai ritmi del calcio italiano, suscitando nel pubblico inizialmente qualche perplessità, per poi venire prontamente fischiato ad ogni sostituzione. Con 14 presenze e nessuna rete, la sua stagione di rivela un completo fallimento, così come il suo ingaggio da parte del Bologna.

L’anno successivo viene mandato anche lui al San Gallo, dove gioca per un paio di stagioni con Zamorano, fino al ritorno in Cile dove termina la propria carriera nel 1996. Oggi Rubio è un procuratore sportivo e gestisce una scuola calcio nella capitale del paese.

Porte girevoli. Quelle porte che, ironia del destino, hanno costretto le Due Torri a scegliere: “meteora” velocemente dimenticata o futuro campione da 77 reti con la camiseta blanca? Questa volta è andata male.

Ritenta Bologna, sarai più fortunato.

Ultima modifica il Giovedì, 26 Marzo 2020 14:44
Edoardo Draghetti

Ventiquattrenne aspirante giornalista cresciuto a tortellini e Bfc. Amante del calcio che osserva ma non pratica. 
Gioco a baseball da una vita: ho visto un sacco di diamanti, purtroppo solo di terra rossa