Tommaso e Giuseppe Gazzoni Frascara Tommaso e Giuseppe Gazzoni Frascara Tommaso Gazzoni

A TU per TU - Intervista esclusiva a Tommaso Gazzoni: "Mio padre era un signore, creò una famiglia. Era molto legato a..."

Scritto da  Ott 16, 2020

Quando si parla di Bologna ci sono dei nomi che toccano anima e cuore. Uno di questi è quello di Giuseppe Gazzoni Frascara, amatissimo presidente rossoblù scomparso lo scorso aprile. Abbiamo aperto il suo diario dei ricordi con Tommaso, suo figlio, che si è gentilmente concesso per un'intervista esclusiva.

Perché era la stella cometa del Bologna?

"Era un presidente come ne esistevano ancora a quell'epoca lì, prima la Serie A aveva i Moratti, i Cragnotti, i Gazzoni: erano un po' come dei papà, cosa che oggi non vediamo più. Era molto presente, vicino ai calciatori che reputava come figli: ha sempre vissuto tutto questo con grande sincerità e passione, come facevano i presidenti di quell'epoca".

Cioè?

"Come le piastrelle, prima venivano prodotte in Italia e ora all'estero: delocalizzazione. Circa quindici anni fa ho lavorato nel mondo delle scarpe da donna, alto rango: venivano fabbricate in altri Paesi, poi il tacco lo aggiungevano in Italia e spacciavano il prodotto per locale. Ma di italiano ormai non c'era più nulla: spersonalizzazione, il termine esatto. Oggi il calcio segue i grandi capitali, non c'è bolla speculativa che salti: tutti gli anni aumentano ingaggi e stipendi. L'Italia non è come 30 anni fa, adesso i grandi capitali si individuano all'estero: questa è la causa del distacco dei presidenti dalle proprie società".

Un breve ritratto di suo padre fuori dal calcio?

"Ci metto pochissimo: era una persona molto generosa. Lo ricorderemo tutti per questa sua immensa qualità, una nobiltà d'animo: non ha mai realizzato qualcosa pensando di essere ripagato. Si è comportato nello stesso modo con tutti, famiglia e cittadini; ha provato anche a fare il sindaco per la sua amata città, poi ha vissuto due volte il Basket e poi il Bologna. E' stato di incondizionata generosità".

Quando diventò presidente del Bologna quali erano le vostre aspettative?

"Mio padre acquisì il Bologna dopo un momento difficile perché la squadra rischiava di retrocedere in Serie C. Desiderava compiere un'operazione di marketing politico, anche per tutte le vicende che si erano create in quei tempi. Si creò un bellissimo matrimonio tra i due grandi motori dell'industria bolognese, imprenditori e cooperazione: a livello etico era il massimo. Dopo alcuni anni gli investimenti aumentarono, i cooperatori presero altre strade e restarono solo gli imprenditori".

Perché entrò subito nel cuore dei tifosi?

"Il primo anno non andò molto bene, poi le cose cambiarono. Mio padre prese Zaccheroni e altra gente di spicco, quindi i tifosi videro subito un dirigente che aveva voglia di avere un successo immediato. Un presidente così appassionato fa tanto. Non si dava arie, era affabile, sincero. Si impegnò per costruire una grande squadra e infatti, l'anno dopo, le cose andarono molto bene con Ulivieri". 

Era particolarmente orgoglioso di aver portato qualche calciatore in rossoblù?

"Baggio, era una stella che brillava. Non era così scontato portare a Bologna un pallone d'oro nel pieno della sua carriera: mio padre fu straordinario a cogliere l'attimo. Non dimentichiamo poi Signori, Pagliuca: tanti, grandi nomi".

Aveva qualche pupillo?

"Posso fare due nomi: aveva nel cuore Carlo Nervo e Michele Paramatti. Era molto legato a loro. Nervo è rimasto al Bologna tutti i 14 anni della presidenza di mio padre: è stato l'unico calciatore ad aver fatto tale percorso. Paramatti andò poi alla Juventus, e quello era un treno che non poteva perdere; lui giocava in categorie minori, averlo visto in una grande squadra come quella bianconera fu una grande emozione per mio padre".

Momenti positivi e negativi, come Calciopoli. Come affrontò quella vicenda?

"Tanti momenti positivi. Il gol di Bresciani che ci ha regalato la promozione in A, ancora adesso ho la pelle d'oca; lui era troppo legato alla cavalcata in Coppa Uefa con Ulivieri. Era orgoglioso di aver portato la sua città in Europa. Poi arrivò Calciopoli: ha sofferto tanto, alla fine è venuto fuori che era tutto organizzato ma comunque per lui è stata una botta pesante. Questo è uno dei ricordi più dolorosi: mio padre è sempre stato onesto, non ha mai fatto parte di questo associazionismo, tipico all'italiana. Non si è mai infilato un cappuccio in testa. Altra gente invece si, erano presenti regimi di potere che lui subì. Attenzione però, perché Calciopoli non è ancora finito: ci sarà l'ultima udienza da parte della Corte di Cassazione che lui voleva vivere in prima persona. Avremmo tutti voluto che riuscisse a resistere, purtroppo è andata così".

Torniamo a sorridere. Un aneddoto particolare su suo padre?

"Sembra una sciocchezza, ma ti dico questo. All'epoca, con la nostra azienda, mio padre affittava un elicottero per spostarsi durante le trasferte di lavoro. Un giorno andai anche io con lui e il mezzo decollò dal campo di calcio della Cotabo: lì erano presenti tutti i tassisti, chi lavorava e chi riposava, era tutta una grande festa. Cercava un posto comodo per far atterrare e decollare questo elicottero, è venuta fuori questa offerta da parte della Cotabo e lui accettò. Il bello era che, ogni volta che mio padre tornava, atterrava su questo campo da calcio ed era sempre una grande festa. Questa cosa mi faceva tenerezza, mio padre era molto toccato perché vedeva che questa gente gli era vicina in maniera spontanea. Facile parlare di una partita vinta, questo è un aneddoto un pò speciale. Oltretutto, questi tassisti gli dicevano come si comportavano questi calciatori: sapevano chi faceva tardi e chi no..."

Si è parlato dell'intitolazione della tribuna del Dall'Ara a suo padre.

"Quando mi fu chiesto, all'indomani della morte, cosa avrei preferito tra una via (Via dello Sport) e altro, io indicai la tribuna, anche conoscendo mio padre. Sarebbe bellissimo. Succederà? Non lo so, non decido io. Lo meriterebbe. Tempo fa dissi questo: hanno detto che mio padre, dopo Renato Dall'Ara, è stato il più grande presidente del Bologna. Lo stadio è intitolato a Dall'Ara, la tribuna dovrebbe essere dedicata a Gazzoni. Tribuna Gazzoni. Speriamo poi un giorno di intitolare qualcosa a Saputo: ma bisogna che faccia meglio di Dall'Ara e Gazzoni..."

 

Federico Calabrese

Classe 2000, studia presso l'Università di Bologna. Prima di entrare in 1000 Cuori Rossoblu ha scritto per Mondoprimavera e Jzsportnews.com. In passato ha lavorato anche con Gazzamercato, Vocegiallorossa e Numero-Diez. Ha partecipato l'anno scorso al Workshop di Giornalismo sportivo a Bologna, che ha visto docenti come Xavier Jacobelli e Alessandro Iori. Appassionato di calcio in tutte le sue sfumature, cerca il più possibile di raccontare il lato romantico dello sport, con storie che possano far emozionare.