Sinisa e Mancini, amicizia vera. Ma su Soriano...

Scritto da  Apr 03, 2021

 

 

Le vicende personali di Mihajlovic le conosciamo. Un combattente nato, venuto da lontano, che ha attraversato anni tribolati per il suo paese in cui in famiglia, e anche nella sua, si combatteva una guerra parallela a quella della Jugoslavia in disgregazione. Per questo, e ce ne fossero, Sinisa non fa parte di quello stuolo di ciarlatani fatti con lo stampino, dove bisogna seguire il passo della rieducazione sportiva, dove occorre rispettare tutti, parlar bene di tutti e andare in conferenza stampa con il mazzo di fiori. No, Sinisa non è così, e la stampa ne giubila. Come non poter apprezzare chi ad ogni chiacchierata della vigilia ti fornisce un titolo per l'indomani? 

Tanto premesso, e chi scrive se ne prende la responsabilità, non si può gradire al 100% l'uscita all'indirizzo del CT della nazionale Roberto Mancini, reo di aver "dimenticato" in tribuna Soriano per le tre partite che hanno coinvolto la nazionale contro Irlanda del Nord, Bulgaria e Lituania. In primis, ricapitoliamo quanto detto da Mihajlovic nella conferenza che precede Bologna-Inter: "Se fosse stato molto attento alle vicende del Bologna, Mancini non avrebbe portato Soriano per fare tre tribune. Non mi attendevo zero minuti in tre gare: lui è il miglior centrocampista italiano e non mi è parso giusto. Averlo saputo, era meglio se fosse rimasto con noi: non mi è piaciuto, parlo da allenatore del Bologna e da amico di Mancini. Tre tribune contro... chi? E dagli soddisfazioni, ha fatto nove gol, tanti assist. Fallo giocare. Se io fossi stato Soriano l’avrei mandato a quel paese: con tutto il rispetto per la nazionale e Mancio”.

Facile intuire cosa possa pensare un tifoso, che i suoi beniamini li tiene sotto l'ala. Certo, i numeri di Soriano sono innegabili e scritti nero su bianco. Ed è normale che qualsiasi persona che abbia a cuore le sorti del Bologna, e veda un proprio giocatore convocato in azzurro, cosa che non capita tanto spesso, abbia il piacere di vederlo giocare. Ciò che non si condivide è la perentoria uscita nei confronti di un collega e di un amico, certamente: insieme nella Sampdoria post scudetto dal 1992 al 1997, e di nuovo compagni poco dopo alla Lazio e anche in panchina, da vice di Mancini all'Inter, Sinisa ha dato il via insieme a lui la sua carriera di coach. Pertanto, in queste parole di critica, vere e sincere, c'è forse della dietrologia: il collega e amico sarà stato certamente informato, o chissà che non ci sia stato un chiarimento in privato. Ma non si può crocifiggere Mancini per quanto accaduto.

Perchè? Innanzitutto si gioca in undici, i convocati sono tanti e alcune chiamate in nazionale servono anche a far respirare l'atmosfera del gruppo e il contesto completamente diverso di una nazionale rispetto a una squadra di club. In più, quel "dargli soddisfazione" crediamo non possa essere il metro corretto di una valutazione: Mancini, che ha eguagliato Lippi nei risultati utili consecutivi e ha risollevato una nazionale disastrata dopo le macerie del Mondiale mancato nel 2018, potrà avere un carattere spigoloso ma di certo sa come si allena e che scelte vanno prese. L'atteggiamento di Mihajlovic è compensibile nel momento in cui adotta la diligenza del buon padre di famiglia: difende un proprio giocatore pubblicamente, atteggiamento da lodare. Ma quel "io me la sarei presa", non contribuisce a quel clima di serenità o di rispetto che tanto vogliamo alimentare. Non c'è bisogno di alcun giocatore che se la prenda, non ha bisogno l'Italia, che viaggia verso Euro 2020, di far entrare tensione e diatribe fomentate da esterni. La cosa è scivolata via semplice, anche in virtù del rapporto che lega i due, e manco c'è bisogno di specificarlo. Ma quella diligenza del buon padre di famiglia resta valida nel momento in cui ci si ferma a rispettare le decisioni altrui. La nazionale non è roba di Mihajlovic, che non gradirebbe certamente interferenze all'indirizzo del suo club. Lasciamola a Mancini, che ben sta lavorando. Qualsiasi decisione possa prendere.

Ultima modifica il Sabato, 03 Aprile 2021 16:11
Stefano Ravaglia

Stefano Ravaglia nasce a Ravenna nel 1985. Giornalista pubblicista, appassionato di calcio e della sua storia,  ha seguito il Milan quasi dovunque in Italia e in Europa e collabora con la testata online "Europa Calcio". Appassionato in particolar modo di calcio inglese, tesserato al Liverpool Italian Branch, si occupa anche di Formula Uno, essendo direttore del sito www.F1world.it. Ha all'attivo quattro libri e alcuni racconti pubblicati in varie antologie. Conduce il programma tv "Cartellino Giallo" su Teleromagna ogni lunedì, e collabora con "1000 Cuori Rossoblù" dal gennaio 2020.