A tu per tu con Stefano Tavoletti - 6 giu

Scritto da  Valentina Cristiani Giu 06, 2014

Stefano Tavoletti, autore dei libri “Motivare per vincere”, “L’allenamento mentale del calciatore” e “L’allenatore carismatico” (scritto in collaborazione con Walter Zenga), editi dalla casa editrice www.allenatore.net, ha avuto esperienze come mental coach in ambito dilettantistico e  professionistico, sia con i singoli (giocatori e allenatori) che nel contesto di squadra. Ha inoltre tenuto vari stages e seminari sia in Italia che all’estero sulla comunicazione giocatore/allenatore e sull’allenamento mentale del calciatore. 

 

Stefano, facciamo un passo indietro.  A tuo avviso quali sono state le cause maggiori che hanno portato alla retrocessione rossoblú? 

“La retrocessione, dopo sei anni consecutivi di A del Bologna, è stata sicuramente una grossa perdita per il calcio italiano, per di più avvenuta proprio nella stagione del cinquantennale dell’ultimo scudetto. Per me, che seguo prevalentemente gli aspetti motivazionali piuttosto che quelli tecnico gestionali, non è facile individuare le cause principali di questa triste retrocessione. Per quanto ho potuto vedere dall’esterno sicuramente hanno influito una serie di fattori: il livello tecnico e qualitativo della squadra, che mi è sembrato da subito inferiore agli altri organici della serie A; la latitanza di un efficace sistema di gioco; il cambio allenatore (forse troppo affrettato) di Ballardini per Pioli, e aggiungerei anche un’inaspettata involuzione dei suoi attaccanti più prolifici (Bianchi e Acquafresca) che hanno contribuito a farne il peggior attacco del campionato. Senza dimenticare la cessione affrettata di un leader carismatico come Alessandro Diamanti, intorno al quale la società aveva deciso di costruire la squadra affidandogli anche la fascia di capitano: un episodio che ho interpreto quasi come un segnale di resa anticipato, una decisione che tra l’altro ha di fatto esasperato ancora di più gli animi accesi di una tifoseria già adirata per come era stata condotta la campagna acquisti e che ha contestato la proprietà per tutta la stagione”.

 

Essendo uno dei più apprezzati mental coach d'Italia, ci sveli come si sarebbe potuto evitare ciò? 

“E’ difficile darti a prescindere giudizi assennati e pieni di logica, soprattutto per chi come me non ha vissuto da vicino la realtà rossoblù. Per rispondere a questa domanda avrei bisogno di più elementi. Solitamente quando accadono certe situazioni, la causa è spesso da ricercarsi in una carenza di programmazione iniziale degli obiettivi e nel conseguente calo di motivazione all’interno della squadra. Fin da subito si devono aver ben chiari e definiti gli obiettivi societari da perseguire altrimenti si rischia concretamente di cadere in balìa degli eventi, un po’ quello che è accaduto al Bologna, una squadra che più volte mi ha dato l’impressione di essere fragile soprattutto sotto il profilo psicologico. Basti pensare alle molte volte che, andata in svantaggio, non è mai riuscita a recuperare, spesso crollando definitivamente. Nelle ultime giornate decisive, si è cercato di correre ai ripari con l’ingaggio di un mental coach (tra l’altro esperto e molto quotato) ma a quel punto era troppo tardi:  gli aspetti motivazionali e psicologici vanno curati e allenati con costanza fin dall’inizio. Nessuno ha la bacchetta magica per poter cambiare una mentalità in poche sedute lavorative”.

 

Rispetto agli altri tuoi colleghi segui in primis gli allenatori e non i calciatori. Che consigli ti senti di dare a mister Prandelli alla vigilia del Mondiale? Se fosse un tuo assistito come lavoreresti con lui?

“Ritengo che Cesare Prandelli sugli aspetti psicologici e motivazionali abbia ben poco da imparare. Lo ritengo da sempre un allenatore particolarmente sensibile all’argomento, e i risultati da lui conseguiti in tal senso parlano chiaro.  Un consiglio generale che invece mi sento di dare a tutti gli allenatori è quello di cercare di essere sempre il più possibile coerenti tra ciò che dicono e ciò che fanno: è un elemento che ritengo fondamentale per instaurare rapporti solidi e duraturi con i propri giocatori. Ma spesso non basta: si dovrebbe imparare a conoscerli profondamente e non soltanto sugli aspetti prettamente tecnico-tattico e fisici. Un allenatore deve avere l’abilità di tirar fuori da ogni giocatore il meglio di sé. Ritengo che figure come la mia debbano servire per implementare, con competenze specifiche e professionalità, la qualità e il valore di uno staff. Il coach deve muoversi in sinergia con quanto deciso e concordato dalla parte tecnica, quindi lavorare al fianco dell’allenatore con cui vanno definiti e pianificati gli obiettivi del team”.

             

Perché la preparazione mentale è fondamentale nel calcio?

“Ti rispondo con una metafora. Un tavolo ha quattro gambe. Cosa succede se provi a tagliarne una? Non sta in piedi, traballa… Una performance sportiva va interpretata allo stesso modo, è sorretta da quattro gambe, una di queste gambe è la tecnica, c’è la tattica, la fisica e poi c’è quella mentale. Se non si curano tutti e quattro gli aspetti, si fa poco o niente per cui la performance rischia di essere sabotata. In altre parole, qualora un calciatore sia preparato tecnicamente, tatticamente, fisicamente ma non mentalmente ci si troverebbe di fronte ad un calciatore dalla preparazione incompleta. Prendiamo l’esempio del riscaldamento pre-partita. Sappiamo benissimo che ogni giocatore si riscalda con un duplice obiettivo: evitare infortuni e preparare il corpo alla massima resa. Ma così come il fisico, anche la mente per rispondere bene in partita ha bisogno di essere riscaldata e preparata. Prima della partita è estremamente importante che il giocatore entri nella sua personale “palestra mentale” per sistemare la testa e impedire a eventuali pensieri disfunzionali di condizionarlo negativamente. Spesso si è portati a pensare che il riscaldamento mentale sia un qualcosa che viene spontaneo o comunque subordinato al riscaldamento fisico, il quale una volta raggiunto porterebbe con se anche quello mentale, ma non è così: riscaldamento mentale e riscaldamento fisico sono due processi complementari che usati assieme possono migliorare notevolmente il livello qualitativo di una performance, ma uno non può prescindere dall’altro. Il giocatore, prima di scendere in campo, genera dentro di sé (spesso inconsciamente) pensieri, emozioni, immagini mentali, dialoghi interni da cui possono derivare sensazioni positive o negative. Tutto ciò che avviene nella testa del calciatore durante la partita ha un’efficienza direttamente proporzionale alla qualità del riscaldamento mentale che ha svolto, a quello che fa accadere nella sua testa prima di scendere in campo. Perciò è di vitale importanza essere concentrati e pronti a dare il meglio fin dall'inizio, eliminare le interferenze emozionali negative e soprattutto essere consapevoli dell’obiettivo che si vuol raggiungere. Ritengo che l’allenamento mentale sia la parte più importante della preparazione sportiva. Purtroppo si fa ancora troppo poco”.

 

Hai collaborato e scritto un libro insieme all'ex uomo ragno Walter Zenga. Cosa ti ha trasmesso questa esperienza? Che scambio vi è stato tra mister e mental coach? 

“E’ stata un’esperienza meravigliosa, che tutt’ora ricordo ancora con molto piacere. Walter è una persona straordinaria che crede e ha sempre creduto negli aspetti psicologici motivazionali, per cui non è stato difficile entrare in sintonia con lui. Condivide con me le stesse passioni per l’argomento coaching e motivazione, e poi lo sai, Walter è sempre stato il mio mito. Ti dirò di più, ho imparato di più a stare con lui sul campo in quei 20 giorni di ritiro a Montecatini (dove si trovava l’ Al Nasr Dubai) che a leggere libri specifici su comunicazione, leadership e carisma”.

 

I tuoi prossimi impegni? 

Per quanto concerne i miei prossimi impegni, sto lavorando con alcuni calciatori e allenatori professionisti (di cui per ragioni di privacy non posso farti il nome) e sto pianificando la mia prossima stagione valutando alcune proposte che ho avuto come mental coach all’interno di una squadra professionistica. Non ti nascondo che mi piacerebbe fare da “apripista” per altri mental coach, anche perché sono convinto che presto saranno diverse le squadre ad avere figure come la mia all’interno dello staff, così come esistono le varie figure giustamente riconosciute dei preparatori atletici, preparatori portieri, fisioterapisti ecc… Purtroppo ancora non esiste la figura del “preparatore mentale”, ma ci arriveremo di sicuro. Recentemente ho avuto modo di fare un viaggio studio sul calcio tedesco, nello specifico allo Shalke 04. Grazie a quell’esperienza ho potuto constatare personalmente che in altri Paesi hanno già figure riconosciute che si occupano di preparare la mente alla performance, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti”.

Ultima modifica il Sabato, 27 Agosto 2016 21:42