Gianluca Vialli: l'umanità in un sorriso crediti immagine: FIGC

Gianluca Vialli: l'umanità in un sorriso

Scritto da  Gen 06, 2023

L’immagine più bella e significativa della cavalcata azzurra agli Europei 2021 è stata quella dell’abbraccio tra due amici di una vita, due fratelli come recentemente ha ribadito Mancini, che, pur avendo fatto percorsi professionali differenti, non hanno mai tagliato quel filo che li ha legati negli anni alla Sampdoria. Quel gesto di amore così puro tra le lacrime di gioia di entrambi rimarrà indelebile e, meglio di ogni immagine da calciatore, rappresenta chi è stato Gianluca Vialli: un uomo di raro garbo in grado di attrarre l’affetto e la passione di chiunque abbia avuto la fortuna di imbattersi in lui, indipendentemente dalla fede calcistica. La profonda umanità di Vialli, oltre a essere stata evidente nei suoi occhi e nel suo sorriso saggio e bonario, è riscontrabile in tutte le scelte compiute nel corso della sua carriera e nelle sue parole.

L’approccio con il calcio di Vialli è stato diverso da quello di molti altri giocatori. Figlio di un’agiata famiglia cremonese poco interessata allo sport, non è entrato in questo mondo grazie alla spinta genitoriale, come spesso accade, ma mosso da una passione istintiva e impossibile da non assecondare, quasi fosse una necessità. Nella stagione 1980-1981, appena sedicenne, esordì con la prima squadra della Cremonese in Serie C1, formazione in cui militerà per quattro stagioni culminate con la promozione in Serie A. Il calcio da passione era diventato un lavoro a cui dedicarsi anima e corpo e così, nell’anno del debutto, Vialli decise di lasciare la scuola, ma questa fu solo una sospensione: nel 1993, all’apice della propria carriera e considerato uno dei più grandi talenti della sua generazione, completò gli studi ottenendo il diploma da geometra. Decidere di riprendere il percorso scolastico in un momento della vita in cui le attenzioni erano focalizzate su altro e in cui, a livello utilitaristico, non ce ne sarebbe stata la necessità, fu una scelta dettata dalla consapevolezza dell’importanza dell’educazione.
Dopo gli anni nella sua Cremona per Vialli arrivò il momento del grande salto alla Sampdoria, squadra dove incontrò Mancini. I due formarono una delle coppie offensive più talentuose e divertenti del calcio italiano: uno, Mancini, più estroso e dedito all’assist, l’altro, Vialli, con il passare degli anni sempre più forte davanti alla porta. La loro amicizia, che meriterebbe un lungo approfondimento, era l’esempio più emblematico di un gruppo forte e unito oltre alle normali dinamiche del calcio. Celebre è l’aneddoto di Vialli che pregò la società per non essere ceduto, e gli interessamenti per il bomber cremonese furono molti, non ultimo quello del Milan, ma ancor più noto è il patto che i giocatori strinsero tra di loro: nessuno se ne andrà senza aver prima vinto lo scudetto insieme. Questo avvenne nella stagione 1990-1991 quando la Sampdoria guidata da Narcisio Pezzotti e Vujadin Boskov, dopo aver vinto l’anno precedente la Coppa delle Coppe, riuscì nella storica impresa di conquistare il campionato con Vialli capocannoniere della Serie A. Quello successivo fu l’ultimo anno in blucerchiato e culminò con la finale di Coppa dei Campioni persa contro il Barcellona e giocata con la consapevolezza di essere già stato ceduto alla Juventus. La sua carriera è continuata in maniera trionfale sia in bianconero, dove vinse tutto in Italia e in Europa sollevando prima la Coppa Uefa e poi, da capitano, la Champions League, sia al Chelsea dove trascorse tre stagioni, una delle quali da calciatore-allenatore, vincendo due coppe nazionali, la Coppa delle Coppe e la Supercoppa Uefa. Dopo il ritiro continuò per due anni la carriera da mister, prima con i Blues e poi con il Watford, ma a questa strada preferì quella di una riservata vita famigliare con Cathryn White-Cooper e le figlie a cui, raccontando la malattia in un’intervista, ha dedicato alcune bellissime parole: «mi sento molto più fragile di prima e ogni comportamento mi porta a fare questo ragionamento, cioè: “È la cosa giusta che sto mostrando alle mie figlie?». Vialli ha convissuto con la malattia, un tumore al pancreas, per cinque anni e proprio il racconto che ha fatto di questo periodo è stato uno dei più grandi lasciti dell’uomo Gianluca. Parlare del proprio e dell’altrui dolore non è facile, ancora più quando ci si interfaccia con la morte, ma saperlo fare può essere un enorme aiuto per sé e per gli altri. Vialli ha preferito abbandonare la retorica del guerriero e tutti i termini legati alla guerra che spesso vengono utilizzati a favore di un linguaggio più conciliante, sereno e positivo. A tal proposito una delle riflessioni più belle l’ha regalata nel docufilm Sogno azzurro: «Io con il cancro non sto facendo una battaglia perché non sarei in grado di vincerla, è un avversario sicuramente molto più forte di me. Per come la vedo io il cancro è un compagno di viaggio indesiderato, però non posso farci niente. È salito sul treno con me e io devo andare avanti, viaggiare a testa bassa, senza mollare mai, sperando che un giorno questo ospite indesiderato si stanchi e mi lasci vivere serenamente ancora per tanti anni, perché ho ancora tante cose che voglio fare». Gianluca ha sempre raccontato tutto con il sorriso e con serenità, con quel garbo che l’ha contraddistinto sul campo, nella carriera da opinionista televisivo e poi come dirigente della Nazionale, senza però nascondere il dolore e le lacrime: disse, infatti, di aver imparato a piangere senza vergogna. L’amore verso Gianluca in questi anni è stato enorme e ribadito a più riprese da chi ha condiviso parte della propria vita con lui e anche oggi i ricordi e la moltitudine di messaggi d’affetto sono stati un testimone del suo lascito. A Londra, davanti all’ospedale in cui era ricoverato, negli ultimi giorni è stato appeso uno striscione con scritto «Forza Luca», un gesto d’affetto come lo è stato la professionalità dei suoi amici e colleghi che hanno mantenuto in queste settimane difficili un comportamento ineccepibile, rispettando sempre quella privacy famigliare che Gianluca aveva costruito.
La chiusura di questo ricordo, come l’inizio, non può che coincidere con l'immagine di quell’abbraccio, quel pianto e tutta l’umanità di Gianluca Vialli.