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Franco VázquezÉder, chiamati dal CT Conte per l'imminente doppio impegno della Nazionale (qualificazione agli Europei contro la Bulgaria e amichevole con l'Inghilterra) sono le novità di cui più si parla in questi giorni. Dovrebbe sorprendere di più il terzo nome nuovo espresso dal mister, Mirko Valdifiori, regista dell'Empoli rivelazione che tutta Italia ha scoperto adesso che va per i trent'anni. Invece i nomi d'attualità sono Vázquez e Éder, ed il perché è presto detto: argentino il primo, brasiliano il secondo, riaccendono le vecchie polemiche sull'utilizzo o meno in Nazionale di atleti non nati sul nostro suolo. E anche se chiaramente a parole tutti fanno intendere che si tratta di una questione morale, viene logico pensare che certe prese di posizione etiche arrivino quando non si parla di campioni conclamati, bensì di giocatori di cui effettivamente, per qualcuno, si potrebbe fare a meno. Opinioni, nient'altro che opinioni, che chiaramente non coincidono con le idee di un CT che grazie all'esterofilia dei nostri club ha sempre meno materiale umano a cui attingere. Eppure, se guardiamo la storia della nostra Nazionale di calcio, la presenza degli "oriundi" ha sempre caratterizzato la maglia azzurra, risultando decisiva peraltro in ognuno dei nostri quattro successi al Mondiale di calcio.

Il primo "straniero" a vestire la maglia azzurra fu l'argentino di Mendoza Eugenio Mosso, passato alle cronache come "Mosso III" per distinguerlo dagli altri tre fratelli, tutti calciatori. I fratelli Mosso vestirono la maglia del Torino, e per Eugenio - attaccante - la stagione di grazia fu quella del 1913-1914: i suoi 23 gol in 14 gare non valsero al Torino la fase finale per lo Scudetto, ma gli permisero di vestire la maglia azzurra in un'amichevole contro la Svizzera datata 5 aprile 1914 e conclusa in parità per 1 a 1. 
Per trovare un altro oriundo bisogna andare al 1920: in quegli anni imperversava nel nostro campionato l'italo-svizzero Ermanno Aebi, primo campione vero dell'Internazionale e che era cresciuto proprio tra Neuchâtel dov'era nato il padre e Milano, dove invece era nata la madre e dove viveva la famiglia. Eccellente goleador e uomo squadra, vinse due Scudetti con i nerazzurri e giocò due gare con l'Italia nel 1920, segnando 3 reti nel rotondo successo per 9 a 4 contro la Francia. Il suo posto, l'anno successivo, fu preso da Giovanni "Johnny" Moscardini, centravanti rivelazione della Lucchese cui le ferite riportate a Caporetto durante la guerra non avevano impedito di diventare un bomber temibile e rispettato: benché il suo nome non sia tra i più noti alle cronache, le 7 reti segnate in 9 gare tra il 1921 e il 1925 la dicono lunga sulla sua efficacia sotto porta, e solo il livello dilettantistico del calcio dell'epoca gli impedì di vestire la maglia di una "grande". Il primo grande nome però è quello dell'argentino Julio Libonatti, campione assoluto del Torino dove era noto sia per gli assist che recapitava a profusione ai compagni (fatto insolito per un centravanti dell'epoca) sia per la letale precisione sotto porta: le sue 150 reti gli permettono ancora oggi di essere il secondo miglior marcatore granata di sempre. Anche in Nazionale fu a dir poco fenomenale, segnando 15 reti in 17 partite dopo che con l'Argentina, non ancora ventenne, aveva vinto anche una Copa Amèrica. 

Quando la Coppa Rimet divenne una realtà, l'Italia non partecipò alla prima edizione in Uruguay, ma ottenne di organizzare la seconda nel 1934: in vista di quel torneo, nonostante Mussolini non amasse né il football né gli stranieri, si ebbe la maggior affluenza di giocatori sudamericani con avi italiani, giunti a rinforzare una Nazionale che doveva vincere anche per volere di Regime. Si può ben dire che gli ideali fascisti nel calcio si piegarono all'esigenza di vincere, e furono molti i giocatori che Vittorio Pozzo provò. Attila Sallustro, nato in Paraguay ma cresciuto a Napoli, fu dei campani il primo grande campione ed il primo a raggiungere la Nazionale, dove giocò 2 gare e segnò una rete prima di essere soppiantato dal celebre Meazza. A Napoli rimase comunque un idolo, tanto che una volta che investì una persona per sbaglio questa, ancora dolorante, si affrettò a chiedergli scusa. Un altro che si mise in mostra fu lo straordinariamente elegante interno juventino Renato Cesarini: in azzurro solo 3 reti, ma una di queste, all'ultimo minuto, fece nascere il modo di dire "zona Cesarini", che si utilizza ancora oggi e che esula persino dal calcio. Uno che avrebbe potuto far parte dell'Italia ai Mondiali era il tosto centrocampista brasiliano Nininho, noto da noi come Octavio Fantoni: si disimpegnava nella Lazio, giocò una gara qualche mese prima del torneo ma poi fu escluso dalla lista definitiva. Morì l'anno dopo, a 28 anni, per una setticemia giunta per un infortunio al naso. Pozzo provò anche i due interni del fenomenale Bologna capace di vincere titoli su titoli negli anni '30: erano gli uruguaiani Raffaele Sansone e Francisco Fedullo, ma per un motivo o per l'altro furono solo delle comparse in maglia azzurra nonostante uno spessore tecnico-tattico innegabile.
La Nazionale che si laureò Campione del Mondo nel 1934, comunque, aveva i suoi bei "oriundi": Luis Monti, argentino e già finalista con la maglia albi-celeste nel 1930, era il centromediano, mentre Raimundo "Mumo" Orsi, ala sublime della Juventus e tra le prime a concludere in porta oltre che tentare il cross, decise la finale con un gol. Orsi non segnava raramente, anzi: le sue 13 reti azzurre lo rendono l'oriundo capace di fare più gol con la maglia dell'Italia. Alla vittoria contribuì anche Enrique Guaita, eccezionale attaccante esterno che in semifinale segnò il gol-vittoria contro l'Austria e in finale servì a Schiavio il gol del trionfo. Idolo della Roma, fuggì in una notte dall'Italia per timore della leva militare e morì in povertà nella terra dalla quale era venuto. Completavano la rosa campione anche Anfilogino Guarisi, detto "Filò", brasiliano, e l'argentino Atilio Demarìa, mezzala dell'Ambrosiana-Inter.

Nel bis Mondiale del 1938 l'Italia presentò un solo "oriundo", il fantastico interno del Bologna Michele Andreolo, a riprova di un calcio che era cresciuto e che negli anni aveva scartato dall'azzurro dopo averli provati giocatori come Roberto Porta (nipote di Abdòn Porte e futuro bomber in patria), Ernesto Mascheroni (Campione del Mondo nel 1930 con l'Uruguay), l'uruguaiano dell'Inter Ricardo Faccio ed il fantastico argentino della Roma Alejandro Scopelli, fuggito nella notte insieme a Guaita nel 1935. In azzurro ci fu spazio anche per Hèctor Puricelli (1939, una gara e un gol) mentre dall'immediato dopoguerra al 1962 furono ancora una volta numerosi gli stranieri tornati nel Paese degli avi per soldi e per vestire la maglia azzurra: i più noti furono ancora uruguaiani, i campioni del mondo del 1950 Schiaffino e Ghiggia ("l'uomo che zittì il Maracanà") ma vi fu spazio anche per l'argentino dell'Inter Angelillo (33 reti in 33 gare in un campionato), il sudafricano Eddie Firmani (3 gare, 2 reti, poi allenatore di Pelé in America) e i "fiorentini" Lojacono e Montuori, quest'ultimo unico oriundo-cileno della storia e scoperto da un prete tifoso viola di stanza a Santiago. La fallimentare esperienza dei Mondiali di Cile nel 1962, dove l'Italia si presentò con ben quattro "stranieri", sancì la fine degli oriundi in azzurro: grossolanamente infatti la stampa addossò la colpa della precoce eliminazione per mano del Cile ai quattro, ritenendoli "incapaci di avere lo stesso amore per l'azzurro che può avere chi è nato in Italia". Fu così che Josè Altafini (raffinata mezzala del Milan), Omar Sivori (addirittura Pallone d'Oro l'anno precedente), Humbèrto Maschio e Angelo Sormani furono gli ultimi oriundi per un decennio.

Si deve attendere infatti il 1972 per rivedere un "parzialmente italiano" in maglia azzurra: l'onore tocca a Giuseppe "Pino" Wilson, figlio di una napoletana e di un soldato inglese di stanza in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale e nato a Darlington. Nella Lazio è il capitano dello Scudetto, suo compagno è Giorgio Chinaglia: cresciuto in Galles, "Long John" è però nato in Italia da genitori italiani, per cui non risulta essere un oriundo.
Piuttosto l'anno dopo in cui Wilson esce dal giro azzurro ecco che fa il suo esordio il focoso terzino Claudio Gentile: sarà a lungo bandiera della Juventus e anche dell'Italia, con cui vince il Mondiale del 1982 in cui è celebre la sua marcatura ai limiti del regolamento ma efficacissima su Diego Armando Maradona. Con le sue 71 presenze spalmate nell'arco di nove anni è l'oriundo più presente di sempre in maglia azzurra: oriundo, si, perché nonostante il nome italianissimo Gentile è nato a Tripoli, in Libia, ed è per questo che i compagni lo chiamano "Gheddafi". Negli anni '80 e '90 il fenomeno degli oriundi si dirada: ai tempi di Sacchi s'intravede il metronomo del Parma Daniele Zoratto, nato in Lussemburgo, mentre nell'Italia di Lippi che vince a sorpresa i Mondiali del 2006 ci sono Mauro Camoranesi e Simone Perrotta: il primo, argentino, è giunto giovanissimo in Italia nel Verona per poi esplodere nella Juventus; il secondo è nato in Inghilterra, a Ashton-under-Lyne, città che ha dato i natali anche ai campioni inglesi del 1966 Jimmy Armfield e Geoff Hurst. Ad ognuno dei suoi cittadini campioni del mondo la piccola località inglese ha dedicato una statua, Perrotta compreso quindi.

Ed eccoci ai giorni nostri: la globalizzazione ha portato a vestire l'azzurro diversi giocatori non nati in Italia. In pochi a dire la verità hanno lasciato il segno: Cristian Ledesma e Ezequiel Schelotto hanno messo insieme appena una presenza, così come il brasiliano Amauri, al centro all'epoca di un vero caso mediatico. Pablo Osvaldo si è eclissato per via di un carattere non facile pur se in possesso di qualità tecniche indiscutibili, Thiago Motta ha messo insieme le sue partite, ma raramente ha inciso, mentre Gabriel Paletta ha deluso (un po' come tutta la squadra però) all'ultimo Mondiale in Brasile. L'ultimo "straniero d'Italia" prima di Vázquez e Éder? Roberto Soriano, nato in Germania e cresciuto nel Bayern Monaco ma poi esploso nella Sampdoria.

Quella tra l'Italia e i suoi "figli di ritorno", dunque, è una storia lunga e che spesso ha portato fortuna: c'erano oriundi in ognuna delle spedizioni mondiali vincitrici, e anche se in altre occasioni certi campioni hanno deluso la sensazione è che come sempre sia il campo, più delle dietrologie, a dare le migliori risposte. Quello in cui viviamo è un mondo ormai globalizzato, dove non è strano vedere ragazzi nati in Ghana (Balotelli) o da genitori nigeriani (Ogbonna) vestire la maglia dell'Italia: del resto anche la Germania vincitrice dei Mondiali scorsi ha schierato il tunisino Khedira, il turco Özil e il polacco Klose, mentre l'algerino Zidane è addirittura, per molti, il miglior calciatore francese di sempre. I confini, del resto, sono soltanto linee immaginarie tracciate dagli uomini su vecchi fogli di carta. Linee che il gioco del calcio rende sempre più facili da superare.

Se da ormai qualche giornata il campionato ha smesso di regalarci emozioni per il discorso scudetto, non si può dire lo stesso per la lotta ad un posto in Europa. A dieci giornate dal termine è ancora tutto in discussione e la conferma arriva proprio dalla classifica che recita così: Juventus 67 Roma 53 Lazio 52 Sampdoria 48 Napoli 47 Fiorentina 46 . Dal secondo posto al sesto ci sono cinque squadre raccolte in sette punti, tutte alla caccia di un posto in Champions League, perché arrivati a quel punto non ci si può accontentare dell'Europa League. La Juventus ormai fa un campionato a parte e sta correndo dritta verso lo scudetto. Contro il Genoa sono arrivati altri tre punti conquistati con il minimo sforzo: un 1-0 firmato dal solito Tevez, che nella ripresa si concede pure il “lusso” di sbagliare un rigore (bravo Lamanna, subentrato a Perin, ad neutralizzare il tiro dell'argentino). Per la certezza del tricolore manca solo la matematica, ancora cinque vittorie e i bianconeri potranno festeggiare il primo scudetto targato Allegri, il quarto consecutivo per la squadra. Torna alla vittoria anche la Roma, che grazie all'1-0 contro il Cesena respinge l'assalto al secondo posto della Lazio. La squadra di Rudi Garcia, seppur con qualche fatica, riesce ad espugnare l'Orogel Stadium con un goal di Daniele De Rossi. Proprio “Capitan futuro”dà un calcio alla crisi dei giallorossi e prova a far tornare un po' di serenità intorno alla Roma. Vincere ieri era fondamentale per non scivolare alle spalle di una Lazio che non vuole smettere di stupire. I biancocelesti, infatti, trascinati ancora una volta da uno strepitoso Felipe Anderson, si sbarazzano del Verona con secco 2-0. La squadra di Pioli dimostra di giocare forse il più bel calcio della Serie A, caratterizzato non solo da una grande fantasia in attacco con Candreva, Mauri e Felipe Anderson, ma anche da un'efficace solidità difensiva. Contro il Verona è arrivata la sesta vittoria consecutiva, i tifosi sognano un posto in Champions e il sorpasso sui cugini della Roma.

Brutta frenata per il Napoli. Gli uomini di Benitez non riescono ad andare oltre l'1-1 in casa contro l'Atalanta, rimasta in dieci dalla metà del secondo tempo. Grandi proteste a fine partita da parte dei partenopei che, con un tweet apparso sul profilo ufficiale della società, parlano di “campionato falsato”. Oggetto della discordia l'arbitraggio condotto da Calvarese, reo di non aver visto un netto fallo su Henrique in occasione del goal del vantaggio di Pinilla. Momento delicato, dunque, in casa Napoli, confermato anche dalla prima espulsione in carriera per Rafa Benitez, dopo circa 600 partite. La Champions ora è a rischio. E dopo la sosta c'è Roma-Napoli. Se i partenopei ora si trovano al quinto posto in classifica e anche merito della Sampdoria del presidente Massimo Ferrero. I blucerchiati hanno steso l'Inter con un super goal su punizione di Eder, che ha permesso alla squadra di Mihajlovic di conquistare tre punti fondamentali e compiere il sorpasso sul Napoli. Bella prova comunque dei neroazzurri di Roberto Mancini, che per lunghi tratti del match hanno dato la sensazione di poter andare in vantaggio. “Questo è il calcio” ha commentato il tecnico di Iesi. Ora però l'Europa è davvero lontana. Frena anche la Fiorentina che, nonostante la doppietta di Mario Gomez a inizio ripresa, non è andata oltre il 2-2 al Friuli contro l'Udinese. Ha salvato la sua panchina, invece, Filippo Inzaghi grazie al successo per 3-1 del Milan sul Cagliari. A trascinare i rossoneri ci ha pensato il solito Menez con una doppietta. 3 punti che alimentano una piccola speranza di raggiungere un posto in Europa League, ad oggi 8 punti.

 

In zona salvezza situazione sostanzialmente invariata. Tra le ultime quattro solo l'Atalanta col pareggio al San Paolo ha fatto un piccolo passo avanti visto che sia il Cesena che il Cagliari hanno perso. Empoli e Chievo Verona, rispettivamente vittoriosi contro Palermo e Sassuolo, possono ormai dirsi fuori da una corsa salvezza che col Parma già retrocesso vivrà delle gesta di sole tre squadre.  

Oggi Sabato 14 Marzo torna AL RITMO DEL GOAL , 16.30 circa, sempre sui 105 in FM di Punto Radio, insieme alla Redazione di 1000Cuorirossoblu; andremo dalla trasferta di Trapani del Bologna al salotto del Paladozza dove la Fortitudo giocherà sotto l'occhio vigile di Sky per un sabato "all Sports". Per coloro che sono fuori regione e fuori provincia ci potrete seguire in streaming su www.1000cuorirossoblu.it e sul canale 196 del Digitale Terrestre di PuntoRadioTv.  SMS come se piovessero al 342 13 01 989.

Riproponiamo un articolo di ottobre 2013, quella dove raccontavamo la storia di Enéas de Camargo e tentavamo di spiegare perché per quanto il calcio italiano lo ricordi come uno dei primi "bidoni" a Bologna fu tanto amato. Enéas, che in patria fu un vero campione, avrebbe compiuto oggi 61 anni.

Quel 27 Dicembre del 1988 si dice che ogni tifoso del Bologna versò una lacrimuccia. In seguito ai postumi di un incidente stradale, dopo quattro mesi di battaglia, si spegneva – a 35 anni ancora da compiere – la giovane vita di Enéas de Camargo, per il mondo del calcio semplicemente Enéas.

Aveva giocato a Bologna solo una stagione, 7 anni prima. Una stagione balorda per molti, anche se col senno di poi molti tifosi rossoblù finiranno per rimpiangere quel campionato 1980-81, l’ultimo giocato consecutivamente in A e precedente alla prima retrocessione della storia dei felsinei. Anzi, molti tifosi diranno, con l’avvicinarsi dell’estate dell’1982 e la Serie B dietro l’angolo, che allora non era colpa di Enéas, e che avevano fatto bene a rimanerci male quando la società aveva deciso di cederlo.
Enéas era arrivato a Bologna nell’estate del 1980, scatenando la fantasia della gente: bravo era bravo, anche di più. Rifinitore tecnicamente dotato, amante dei numeri e dei giochi di prestigio, era cresciuto in patria nella Portuguesa, dove si era piano piano imposto e con la quale aveva vinto, non ancora ventenne, il campionato Paulista.
Bologna e l’Italia rappresentavano per quel giovane talento, autore di ben 179 reti in 376 gare disputate in una posizione che stava tra il centrocampo e la linea d’attacco, una novità assoluta: mai era stato fuori dal suo Brasile, mai lontano dal caldo e dalle spiaggie pauliste.
Come detto, nella Portuguesa si era imposto piano piano: aveva addirittura abbandonato il calcio in giovane età, per poi essere convinto a tornare sui suoi passi dall’allenatore, lanciato dal tecnico Cilinho, che dichiarò di avervi visto subito il potenziale per diventare un trequartista con i fiocchi. E così accade, Enéas sbalordisce tutti tanto che dopo una sensazionale partita con il Corinthians, a cui mette in croce la difesa con il suo estro e la sua genialità, appena ventenne viene convocato in Nazionale: sarà un periodo che durerà poco, appena 3 presenze con 1 gol, ma si parla sempre della nazionale brasiliana, dove difficilmente si arriva se non si possiede talento. E poi arriva l’Italia, arriva Bologna.

Enea, sfuggito al massacro della Guerra di Troia, aveva raggiunto l’Italia e lì aveva gettato le basi del nostro popolo. Enéas, millenni dopo, raggiunge anche lui l’Italia destinazione Bologna, per essere “lo straniero” dei rossoblù: da quella stagione, infatti, le società italiane possono nuovamente comprare stranieri dopo un embargo decennale. La Juventus ha Liam Brady, la Roma Falcao, il Napoli Krol e l’Inter Prohaska. Il Bologna ha lui, quel brasiliano funambolo che fa sognare in grande. E l’inizio è promettente, è estate e Enéas si diverte: gioca bene, considerato che si parla sempre di un giocatore non abituato ai duri carichi di lavoro nostrani ne alle marcature decise e al limite della correttezza dei nostri difensori. Viene schierato in attacco, con libertà di svariare al fianco di Garritano, un altra bella meteora del calcio nostrano che quell’anno è il centravanti del Bologna. Piano piano le ambizioni dei rossoblù vengono ridimensionate, arriva l’autunno, poi l’inverno, e Enéas è stravolto da tutto quel freddo: scende in campo con guanti e calzamaglia, ma ovviamente non è la stessa cosa. Vede la neve per la prima volta nella sua vita, e ne rimane talmente affascinato da presentarsi, in una partita di Coppa Italia, vestito da Babbo Natale. 
Tuttavia la neve che tanto lo affascina ne riduce drasticamente il potenziale, finisce per infortunarsi e quando ritorna non è più lo stesso: si scoprirà in seguito che non è stato curato bene, ma intanto le sue prestazioni in campo sono deludenti, considerato il talento che lasciava intravedere.

Eppure il problema non era Enéas, sosterranno i tifosi bolognesi: certo, a volte faceva delle cose impensabili, errori madornali, come quando sradicò il pallone dai piedi di un compagno lanciato a rete per poi inciampare e far sfumare l’azione. Ma ogni tanto, come un lampo nel buio, il suo talento, la sua abilità di palleggio, esplodeva, “ed allora avevi l’impressione che fosse il resto della squadra a non riuscire a stargli dietro”, mi raccontò un tifoso del Bologna di una certa età. Insomma, Enéas non era un fenomeno, ma nemmeno il bidone che per anni è stato dipinto da chi ne aveva una conoscenza superficiale.Certamente poco adatto al calcio italiano, certamente infreddolito e malinconico, ma i tifosi del Bologna lo amarono e lui ricambiò, mostrando alcuni sprazzi di grande calcio.

Quella stagione i rossoblù la concluderanno al settimo posto, che sarebbe stato un quinto senza i cinque punti di penalizzazione figli delle vicenda del primo calcioscommesse.
Il merito è di Luigi Radice, che a fine stagione lascia per andare al più blasonato Milan: al suo posto arriva la gloria nazionale Burgnich, che non vede come un talento discontinuo e poco abile nel pressing come Enéas possa essere utile alla causa. Così il brasiliano viene scambiato con l’Udinese, arriva Neumann e con il tedesco in attacco e Burgnich in panchina il Bologna retrocede per la prima volta nella sua storia. Enéas, dal canto suo, Udine la vede solo in cartolina, venendo ceduto immediatamente dai friulani al Palmeiras.

Il ritorno in Brasile non rilancia la carriera di Enéas, anzi l’affossa definitivamente. Mai guarito da quell’infortunio al ginocchio rimediato in Italia, l’allenatore Carlos Alberto Silva non lo vede ne lo aspetta. Gioca pochissimo, e da allora è una discesa verso il basso, verso squadre minori che lo allontanano dai riflettori: eppure Enéas sembra felice, ama il Brasile e vede contenta la moglie, che soffriva in modo indicibile disaudade nella loro esperienza in Emilia. Conclude la carriera nel 1987, ad appena 33 anni, e si reinventa nel settore di marketing e pubbliche relazioni. Purtroppo dura poco, l’agosto del 1988 sulla sua strada c’è un camion, non riesce ad evitarlo – qualcuno dirà per via dell’alcool, un vizio di sempre – si schianta con l’auto e come detto a inizio articolo dopo quattro mesi di coma muore. Se ne va così un talento incompreso ma soprattutto una persona buona, allegra e goliardica, capace di grandi errori come di grandi gesti tecnici e che con tutta la sua carica di umanità e simpatia seppe conquistare, in una sola stagione, tutta Bologna.
Che quel giorno d’inverno del 1988 lo pianse come un figlio.

Uno dei siti di riferimento per ogni appassionato di calcio - e delle storie che racconta questo sport - che si rispetti è senz'altro Calciobidoni.it, che racconta (come recita lo stesso sito) "Tutto il peggio del calcio italiano tra equivoci, errori clamorosi e “papere” storiche. Dal 1980 ad oggi." Dalla riapertura delle frontiere, dunque, da quando le società italiane ebbero il graduale permesso di ingaggiare calciatori stranieri finendo poi per farsi prendere la mano e ritrovandosi a ingaggiare veri e propri scarponi, ognuno dei quali con la sua improbabile storia sportiva e umana. Le racconta con grande bravura e dovizia di particolari il blogger e scrittore Cristian Vitali, vero e proprio "esperto di bidoni d'importazione", svelando chi erano questi calciatori, quali erano le aspettative che li circondavano e come è stata la loro carriera in Italia e successivamente.

Calciobidoni è una vera e propria perla per ogni appassionato di calcio. Per chi ha passato la trentina è un ottimo modo per restare al passo con le miriadi di bidoni che ogni anno arrivano nel nostro campionato e respirare ancora il calcio degli anni '80 e '90, in cui certe pippe indecorose hanno fatto storia; per chi è più anziano è un modo per rivivere le imprese di improbabili calciatori a cui ha assistito anche dal vivo; per i più giovani, infine, un modo per scoprire un calcio che comunque adesso non c'è più, visto che seppure i bidoni continuino ad arrivare a getto continuo nel nostro campionato difficilmente potranno ripetersi storie come quelle di Van Utrecht del Padova e di Luis Silvio della Pistoiese.
Il primo, olandese, venne ingaggiato dal Padova per via di una sorella piacente, il secondo dopo aver fallito alla Pistoiese fu oggetto di vere e proprie leggende metropolitane che lo vedevano prima nei panni di un gelataio e poi addirittura di un attore porno. Tutto questo io l'ho scoperto grazie al sito di Cristian, che è servito da ispirazione per me e moltissimi altri che si dilettano a scrivere di calcio.

Non si pensi a un sito demenziale, però. Per quanto ovviamente l'ironia trapeli spesso nelle pagine di Calciobidoni.it, chi lo segue dai primi tempi può senz'altro aver percepito la crescita di contenuti e la serietà con cui comunque vengono trattati anche argomenti importanti: Vitali si dimostra un vero esperto e appassionato di calcio a 360°, trattando anche argomenti come recensioni di libri a tema calcistico e importanti avvenimenti del calcio attuale. Le storie dei bidoni, poi, sono ottimamente documentate: anni, presenze, gol, cosa hanno fatto prima e dopo l'esperienza italiana. Non manca niente.
Degna di nota poi è l'assegnazione del "Calciobidone", una sorta di risposta al Pallone d'Oro della FIFA. Un sito divertente, davvero imperdibile e così ricco di contenuti da perdercisi.

Ho contattato Cristian, che è stato così gentile da concedermi un'intervista. Per me, suo fan della prima ora, è ovviamente un enorme piacere ospitarlo qui su 1000cuorirossoblu. 

Ciao Cristian, per cominciare raccontami qualcosa di te. Chi è la mente dietro Calciobidoni.it?

Mi auguro di aver dato un’immagine seria e positiva, nonostante l’innegabile maschera canzonatoria: perché proprio come dicevi tu d’accordo l’ironia, ma la satira è una cosa seria! (passami la contraddizione, che poi è vera). Mi spiego meglio: anche gli argomenti “leggeri” vanno trattati in maniera precisa. Non voglio prendere in giro nessuno, bensì tramandare ai posteri quello che c’è stato, quello che è successo o che non è successo, con quel pizzico di ironia, neanche tanto velato, che fa parte del gioco, per sdrammatizzare e a raccontare a 360° la storia di un giocatore. E per questo, sono molto importanti anche le leggende metropolitane: seppur bufale, però girano, se ne parla, e contribuiscono in maniera determinante a creare il mito del campione al contrario. E per questo invito i tifosi a raccontarmi le dicerie che si raccontano e tramandano in curva, relativi ai bidoni che hanno vestito la maglia della propria squadra del cuore. Per me è come manna dal cielo, non potendo frequentare tutti gli Stadi d’Italia.

Perdonami la lunga premessa, ma era doverosa. Non amo molto parlare di me, vado per i 35, ho una famiglia e un lavoro. Mi diletto come Blogger e scrivo anche su Fantagazzetta, un sito fatto bene da giovani competenti, ma ho sempre poco tempo. Sarebbe bellissimo farlo per lavoro. Ma oggi il mondo del giornalismo è allo sfacelo. Dietro il mio Sito ci sono io, al 100%. Ho provato tramite i Social Network ad invitare qualcuno a scrivere su Calciobidoni, ovviamente gratis. Ma finora non mi ha risposto nessuno. Sarei ben felice di pubblicare storie interessanti scritte da qualche appassionato, anche perché il sito lo aggiorno poco e mi piacerebbe invece riuscire a fornire notizie con maggiore frequenza.

Come è nato il sito? 

Questo l’ho raccontato molte volte. Nel 2005 imparai il linguaggio del web e nacque questo Sito come “tester” per un esame. Alla fine piacque a molti che mi esortarono a completare l’opera mettendolo online. E così feci, quindi decisi di impegnarmici in pianta stabile visti i tanti attestati di stima e le citazioni in vari giornali e riviste. Alcuni giornalisti mi hanno confidato che praticamente Calciobidoni tra di loro si è ricavato una nicchia importante. È in pratica un database importante cui ricavare notizie per realizzare articoli.
Pensa che un Libro dedicato ai novanta anni di storia del Pisa, scritto da giornalisti del luogo (che io reperii dato l’interesse per l’argomento: si intitola “Campioni e Bidoni”), riportava una scheda dell’ex Caraballo presa integralmente dal mio sito. Ma non citarono la fonte, e me ne dispiacqui. Me ne accorsi per caso e mi scrissero del “disguido” scusandosi per l’inconveniente. Ci ho messo una pietra sopra.

Ma ci rimasi male pure quando uscì “Da Andrade a Zagorakis”, scritto da 30 autori diversi, ognuno dei quali raccontava una storia il cui protagonista era il proprio “bidone” preferito. Ci rimasi male perché avrei collaborato volentieri e anche gratis, perché comunque con i libri non si guadagna, a meno che non ti chiami Bruno Vespa o Ken Follett. Molti mi hanno definito uno dei più grandi esperti di “bidoni”, io non mi ritengo tale però in fondo qualcosa l’ho fatto, in questo argomento o settore, come vuoi definirlo. Non credo di essere presuntuoso, anche perché quel libro l’ho recensito nel mio sito. Sono sempre stato uno che fa e incita a fare. Ma spesso non ho trovato corrispondenza. E poi una ragazza sempre in quel libro parlò di 
Roberto Luis Trotta asserendo che fosse un attaccante, mentre in realtà era un difensore, e non arrivò certo per sostituire un giovanissimo Totti, lasciato in panchina, ma per comandare la difesa. Errori abbastanza macroscopici, eppure lei ha avuto questa occasione. Mi sono sentito quasi come Tomas Milian quando girarono “Il Ritorno del Monnezza” con Claudio Amendola senza fargli fare neppure un cameo. Io, in fondo, ho aperto una strada. Non dico di averne il copyright, ci mancherebbe, ma partecipare a delle iniziative si, e molto volentieri. Anche perché credo di averne un minimo di competenza. Credo di aver colpito nel segno con un neologismo: da qualche tempo sento chiamare i cosiddetti “bidoni” appunto come “calciobidoni”, termine che, forse, rende meglio l’idea. Segno che il mio lavoro, negli anni, ha trovato un diretto riscontro.

 

Qual'è la prima storia che hai raccontato? E quella, secondo te, che nessuno deve perdersi?

Diciamo che sono più di una, perché per iniziare ho pensato prima di creare un po’ di materiale, altrimenti sarebbe stato piuttosto scarno. I primi che pubblicai furono i profili di Aaltonen, John Aloisi, Anastopoulos, Andrade, Andreas Andersson, Bartelt, Beloufa, Calderon, Luis Silvio… Quelli che mi ricordavo meglio e che mi attirarono di più. Proprio quest’ultima è la storia più succosa, quella del brasiliano della Pistoiese, squadra che mi è sempre stata simpatica: una storia unica nel suo genere, densa di leggende e dicerie, cui si avvicina solo quella di Caraballo del Pisa, che allevava conigli in casa.


Secondo te perché le squadre italiane continuano imperterrite a collezionare bidoni?

Ti rispondo con un’altra domanda: perché il calcio italiano permette a un club indebitato fino al midollo, il Parma, di far passare la mano a un industriale albanese il quale, a sua volta, lo cede dopo neanche quindici giorni a una persona sconosciuta (Manenti) che non sembra davvero avere le capacità finanziare per poter sostenere un club del genere? Le cose succedono perché in Italia finisce sempre tutto a “tarallucci e vino”. Siamo un popolo dedito al fancazzismo e che non prende (e non fa) le cose seriamente. Nel 2002 la Fiorentina fu ammessa straordinariamente in C2 e si ritrovò poi direttamente in B, la Lazio avrebbe dovuto fallire e non successe, lo stesso Parma nel 2004 fallì e fu l’unica società ad usufruire della Legge Marzano, che riguarda misure per la ristrutturazione industriale di grandi imprese in stato di insolvenza. E mantenne la categoria, come nulla fosse successo. Cambiò solo l’A.C. in F.C. nella denominazione e nel marchio. Ma nel 2005 fallì il Toro e poté usufruire del Lodo Petrucci, panacea nel frattempo concepita dati i precedenti, ripartendo però solo dalla Serie B dopo aver vinto la finale per la promozione. Poi fu sospeso. E adesso club come Triestina e Treviso ripartono dall’Eccellenza o addirittura dalla Promozione. Un gran casotto insomma. Regole poco chiare e male applicate.


Hai scritto un bel libro a riguardo: "Calciobidoni - Non comprate quello straniero". Che esperienza è stata? Dobbiamo aspettarci altre uscite "aggiornate"?

Ti ringrazio, è stata una bella esperienza perché un libro era uno dei miei sogni. Ringrazio la Piano B che ha scommesso su di me, del tutto esordiente. Ho una gran voglia di pubblicare altro, mi misi subito a scrivere il seguito, vado a rilento per gli impegni lavorativi e per la vita di tutti i giorni, ma il problema è trovare un Editore disposto a pubblicarti. Oltre al seguito di Calciobidoni, ho altri progetti su cui cerco di dedicarmi nel tempo libero: un libro sui presidenti padri-padroni del calcio di provincia, uno proprio sui fallimenti delle società, uno su episodi “sbagliati” del calcio, che si ricollegano all’essenza di Calciobidoni: il peggio, il marcio, lo sbagliato, l’errore. Il lato più umano e più vero del calcio. E vorrei intervistare Luca Giovannone, l’imprenditore ciociaro che tentò di prendere il Torino ma poi fu assediato dai tifosi che avevano già acclamato Cairo. Un giorno ci riuscirò. Ed ora ho quasi finito “Tutti i bidoni dell’Inter di Moratti”. Qualcuno è interessato???

 (Link per acquistare il bel libro di Cristian)

Com'è cambiata la fenomenologia di bidoni dagli anni '80 ad oggi?

Si è completamente stravolta. Il bidone negli anni ottanta e novanta, fino all’Era Bosman, era molto più affascinante. Ce n’erano pochi, c’erano maggiori aspettative su ognuno e quindi la delusione si pativa di più. Fallire in Italia, poi, era un vero marchio d’infamia. Avevano maggiori responsabilità e i riflettori erano puntati tutti su di loro. Adesso ci sono più stranieri che italiani, molti io non li ho nemmeno mai sentiti. Ce ne sono alcuni che se ne sono andati nel giro di un mese, hanno giocato un’amichevole, una gara e via. Uno dei tanti, e avanti un altro.
Poi magari succede come Pinilla, giovanissimo al Chievo, una manciata di partite e bidone. Poi ti ritorna 10 anni dopo ed è quasi fenomeno. E giocatori che nel calcio minore hanno transitato in una miriade di squadre giocando sempre poco. No, non riesco più a seguire tutto. E a raccontarne le storie, perché sono quasi tutte uguali. Prima erano più succose.

 

Qual'è la squadra più famosa per la sua collezione di bidoni? E quella che ne ha avuti di più tutti insieme?

Perché secondo te ho intenzione di dedicare un libro ai bidoni dell’Inter di Moratti? Nel ventennio in cui è stato Presidente è si riuscito a vincere, ma ce n’è voluto! Bastava che qualcuno gli suggerisse un nome qualsiasi e l’ingaggio era assicurato! Per non parlare del suo pupillo, Recoba, che di talento ne aveva ma che non era adatto a una grande squadra, troppo discontinuo. E ha praticamente campato di rendita, visto l’ingaggio che percepiva, sproporzionato rispetto al suo reale valore. Mecenati come Moratti non ce ne sono molti.

 

Il Bologna e i bidoni: che storia è?

Una storia di grande affetto, nonostante tutto. Nel senso che i bidoni che sono passati di lì, bene o male hanno fatto emergere la parte romantica dei rossoblu. Molti nonostante tutto, vengono ricordati non con imprecazioni, ma con un sorriso ironico. Penso soprattutto a Eneas, che alla fine divenne quasi una mascotte e poi quando morì molti se ne rattristarono a Bologna. O ad Aaltonen, da pippone a cervellone. Alcuni dicono addirittura che dietro i successi della Nokia c’era lui. Oppure Rubio, Waas, Meghni. Gente che viene ricordata più come “sfortunata” che come pippe vere e proprie. Bologna è la Dotta, e l’intelligenza del tifo la si è sempre vista. Nonostante tutto, grandi disordini, violenze od offese non me ne ricordo. E’ da lodare la civiltà, che dovrebbe comunque esserci in ogni frangente sportivo.

 

Qual'è stato per te il bidone più bidone di tutti nella storia del calcio italiano?

Ne cito sempre tre, di epoche diverse. Per la prima parte Luis Silvio e Caraballo, frutto del pressapochismo e delle scarse informazioni che si potevano reperire all’epoca. Nel dopo Bosman, invece, il cinese Ma Ming Yu è unico. Unico perché è stato proprio il primo e l’unico cinese del calcio italiano. E poi perché solo Gaucci avrebbe potuto comprare un vecchietto che sembrava alla frutta solo per “aprire” il mercato alla Cina e vendere maglie e sciarpe pure lì. E’ del 2000, eppure sembra molto più indietro nel tempo. Le Leggende metropolitane su di lui si sprecano. Ma, consentimi, se con Luis Silvio furono equivoci ed incomprensioni, in questo caso i dubbi e le prese in giro furono del tutto legittime.

Saluto Cristian con emozione. Per me, che cerco le storie dentro le carriere più sfortunate, lui e il suo sito sono stati un punto di riferimento, e un po' è senz'altro merito suo se oggi scrivo e conosco anche diversi aneddoti. Persona semplice e grande appassionato, mi ha davvero fatto un'ottima impressione. Il suo sito è imperdibile, veramente, correte a visitarlo. E se vi va dategli un feedback, raccontategli una storia. Ne sarà contento. 
Saluto Cristian ma lo ritroverò domenica sempre su 1000cuorirossoblu. Insieme a lui, infatti, ho stilato la "Flop 11" degli stranieri più improbabili che hanno vestito la maglia del Bologna. Ne sentirete delle belle. Giovedì dunque non perdete l'appuntamento con me e con Cristian Vitali! 

Doveva essere la gara del ritorno alla vittoria, invece per la Roma, il match contro la Sampdoria, ha complicato ulteriormente le cose. Dopo gli otto pareggi in 10 gare (record in Europa), è arrivata una sconfitta, la prima in casa in questo campionato. Detta così, non rende l'idea, forse, della crisi che stanno attraversando i giallorossi che all'Olimpico non vincono dal 30 novembre scorso: un'eternità. Inutile ancora parlare del distacco con la Juventus, che si allunga di domenica in domenica. Più quattordici ora per i bianconeri, che sabato al Barbera, contro il Palermo, hanno ottenuto il massimo risultato con il minimo sforzo. E' bastato un goal di Morata per avvicinare la Juventus al quarto scudetto consecutivo, che ora dovrà concentrarsi sulla Champions League e sul Borussia Dortmund. Archiviato il discorso scudetto, la banda di Garcia ora deve guardarsi alle spalle per cercare di non perdere anche il secondo posto. La classifica infatti recita così: Roma 50, Lazio 49, Napoli 46, Sampdoria 45, Fiorentina 45. Cinque squadre in cinque punti, ma soprattutto una Lazio distante ora solo un punto dai cugini della Roma. I biancocelesti stanno vivendo un ottimo momento di forma e contro il Torino sono arrivati altri 3 punti, grazie ad una doppietta di uno strepitoso Felipe Anderson. Sognare il secondo posto ora non è più un'utopia.

 

Oltre alla Roma, anche in Napoli è chiamato a non sbagliare più se vuole arrivare in Champions League. Contro il Verona, domenica, è arrivata una brutta sconfitta, che ha confermato i limiti di questa squadra. Benitez ha operato un massiccio turnover in vista della gara di ritorno in Europa League, ma è stata la mentalità con cui è scesa in campo la squadra ad essere sbagliata. Poca cattiveria e troppa superficialità, al contrario di un Verona che invece è sceso in campo determinato e voglioso di fare risultato. La formazione di Mandorlini, con una doppietta di un superlativo Toni, ha conquistato tre punti fondamentali e si è allontanata un pochino dalla zona retrocessione, ma la strada è ancora lunga. A lottare per un posto nell'Europa che conta, come abbiamo visto, ci sono anche Sampdoria e Fiorentina. I blucerchiati, grazie alla vittoria sulla Roma, la terza consecutiva, si sono portati ad un solo punto dal Napoli e fino alla fine proveranno a dire la loro per un posto in Champions League. A pari punti con la squadra del presidente Ferrero, c'è anche la Fiorentina di Vincenzo Montella. Sotto di un gol contro il Milan, la squadra viola negli ultimi dieci minuti ha avuto una veemente reazione e ha ribaltato il risultato grazie a Joaquin, autore dell'assist per Rodriguez e del gol del definitivo 2-1. Ormai definitivamente fuori dai giochi per l'Europa le due milanesi e il Genoa. La squadra di Gasperini ha perso in casa col Chievo Verona e messo fine a una striscia positiva che alimentava ancora qualche speranza. Leggermente meglio, ma solo sul piano del risultato, ha fatto l'Inter che a San Siro contro il Cesena non è andata oltre l'1-1 in rimonta. Sconfitta, come già detto in precedenza, anche per Torino e Palermo in una domenica che ha sancito il distacco del quintetto alle spalle della Juventus dalle altre inseguitrici.

 

In zona salvezza, oltre ai passi in avanti delle due veronesi, c'è da registrare la vittoria del Sassuolo per 4-1 su un Parma ormai fuori dai giochi. Cagliari, Atalanta e Cesena, saranno le tre squadre che lotteranno per non retrocedere insieme ai ducali, coi bergamaschi che nell'ultimo turno hanno conservato i quattro punti di vantaggio sulla terzultima posizione. I nerazzurri di Reja hanno dato vita a un noioso pareggio casalingo contro l'Udinese, mentre il Cagliari è stato agguantato allo scadere da Vecino e non è riuscito a staccare un Cesena che a San Siro ha dimostrato di essere vivo e pronto per dare battaglia fino all'ultimo.

Lo dico da subito: per natura, per istinto, sono più un pompiere che un incendiario. Seguendo il calcio da quando sono bimbo, ho capito negli anni che le decisioni di pancia, gli estremismi, nel calcio sono belli ma difficilmente pagano. Così come quando vuoi fare gol non necessariamente mandare tutti disordinatamente all'attacco è la giusta soluzione, allo stesso tempo anche quando vuoi raddrizzare una situazione tecnica forse la cosa migliore da fare, più che cambiare, è mantenere lo status quo. Nello specifico, naturalmente, mi riferisco alla guida tecnica rossoblù, quel Diego López messo in discussione del resto sin da quando è arrivato a luglio e a cui neanche i risultati hanno giovato. C'è un vecchio adagio coniato da Vujadin Boskov, del resto, che dice che "quando si vince il merito è dei giocatori, quando si perde è colpa dell'allenatore". E lasciatemelo dire, in questi mesi di B ho visto tante volte attacchi a López che avrebbero mandato in bestia chiunque, gratuiti, fatti solo in nome di un amore cieco verso il Bologna da parte di tifosi obbiettivamente poco obbiettivi nel giudicare una squadra che comunque il tecnico uruguaiano è stato bravo a mettere insieme. 

Il Bologna di fine agosto, quello della prima metà di questo campionato, quello di Fusco e Guaraldi per intenderci, non era assolutamente squadra da promozione. Lo sanno anche i muri. Certo indossava l'amata e prestigiosa maglia rossoblù, ma non era una squadra da secondo posto. E invece López è stato bravo, pur potendo contare su un Cacia non così ispirato, pur con l'infortunio di capitan Morleo, pur con Garics e Acquafresca e con molti di quelli che ora sono uomini-chiave (Zuculini, Laribi, Masina) che fino alla scorsa estate erano nomi a malapena sentiti nominare nel calcio che conta. Quelli che dicono che López "ha fatto il suo", quindi, parlano di uno sport che io non conosco e che certo non è il calcio. Dove - è sempre bene ricordarlo - giocano anche gli avversari. E che avversari.

Già, perché questa Serie B non sarà di gran livello tecnico, ma è estremamente competitiva. Non sono poche le squadre più che discrete, capaci di ottime prestazioni così come di improvvise debacle. Un campionato difficile ed equilibrato, e non lo dico io ma la stessa classifica, che vede un gruppone in continua evoluzione. Anche il Modena che si è presentato ieri al Dall'Ara, per dire, tutto è tranne che una squadra da due soldi: due ali di spessore e promettenti come Garritano e Fedato, un vecchio e sempre pericoloso bomber come Granoche, un centrocampo tosto e di corsa, una difesa di buon livello nonostante due assenze importanti. Non era una partita facile, e chi lo ha pensato dovrebbe rivedere le sue conoscenze calcistiche.

Tuttavia, e in questo il tifoso rossoblù va capito, il Bologna è sempre il Bologna. E non vincere in casa da due mesi è grave, non segnare dallo stesso periodo di tempo è gravissimo, ed il secondo posto attuale non può essere considerato - come fanno in tanti in società, giocatori, allenatore e dirigenti - come un buon risultato. Il Bologna è secondo perché tutti gli altri continuano a frenare, a impantanarsi, ma avrebbe potuto benissimo essere superato da un tripudio di squadre. Quello che voglio dire è che non è il caso di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma piuttosto quello mezzo vuoto che racconta di tante occasioni perse per sfuggire, per rinforzare quella idea, quella speranza, che per ogni tifoso rossoblù è già una certezza: il Bologna il prossimo anno giocherà in Serie A, non ci sono se e non ci sono ma.

E del resto sarebbe squadra da A, con i rinforzi di gennaio. Che non sono scarsi come già ora in tanti dicono, ma certo non sono i campioni assoluti che ti fanno vincere un torneo in carrozza. Servirà un duro lavoro. Non penso tuttavia che si debba cambiare tecnico. Ma il tecnico deve cambiare. Deve capire Bologna, i bolognesi e le loro legittime aspirazioni. Non rispondere piccato come se tutti ce l'avessero con lui, anche se di base ha ovviamente ragione e molte critiche gli sono state mosse in tempi anche migliori per il puro gusto di criticare. Ma questo, anche questo, è il lavoro di un tecnico, soprattutto in Italia: essere un parafulmine, essere spesso e volentieri il capro espiatorio, vivere di risultati accettando che spesso la gloria tocchi ad altri. Certo è che a livello tattico, se non si riesce a segnare più, qualcosa tocca inventare, qualche esperimento va fatto.

López deve cambiare qualcosa, dunque. I tifosi anche, visto che ieri su Facebook leggevo addirittura di chi sognava un gol del Modena "così López se ne va". "López mi ha stancato", dicevano altri, come se si parlasse di un giocattolo. No, López non ha più colpe di tanti che si sono sentiti già in A e solo perché "il Bologna è il Bologna." In Serie B non ti regala niente nessuno. Chi altro può cambiare? I giocatori, certo. Perché intendiamoci, alla fine sono loro che vanno in campo: e se non hanno idee quando hanno il pallone tra i piedi, se non corrono né si smarcano e se sbagliano passaggi elementari non può essere colpa di López.

 

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