FINALI - Ruch Chorzów-Bologna, la Coppa Intertoto 1998/99 si illumina di rossoblu bolognafc.it

FINALI - Ruch Chorzów-Bologna, la Coppa Intertoto 1998/99 si illumina di rossoblu

Scritto da  Mar 29, 2020

L'agosto del 1998 fu uno dei mesi più ardenti degli ultimi 30 anni, in Italia come in altre porzioni di Europa. In radio girava "I don't want to miss a thing" degli Aereosmith, mentre gli appassionati di musica latina si agitavano a ritmo di Ricky Martin. La maggior parte delle squadre aveva concluso la stagione a fine giugno, come da tradizione. Salvo piccoli casi. Il 25 di quel mese il termometro segnava a Bologna circa 32,5°C. Non solo per il grande caldo di quel tempo, soprattutto per ciò che una grande famiglia stava portando sotto le due Torri.

Una delle squadre impegnate ancora in campo, tra gioia e sudore, era il Bologna. Non per un'amichevole, nemmeno per un torneo estivo. In ballo c'era un trofeo internazionale che in casa rossoblu mancava da circa un trentennio. Era il 1970. La squadra allenata da Edmondo Fabbri, nella Coppa Italo-Inglese, si impose sul Manchester City di Joe Mercer. Il trofeo riguardava le vincitrici della Coppa Italia e della Coppa Inglese. Fu un grande trionfo, quello rossoblu.

Quasi trent'anni più tardi, tra i felsinei e la conquista della Coppa Intertoto era presente un ultimo ostacolo: il Ruch Chorzów. La stagione nazionale si era conclusa in maniera positiva per il Bologna, meno per i polacchi. I rossoblu, guidati dalla saggia esperienza di Carlo Sor Magara Mazzone, si erano resi protagonisti di uno splendido cammino in Coppa Uefa - terminato in semifinale - ed erano riusciti a strappare in extremis la qualificazione alla prossima edizione del medesimo torneo. Dall'altra parte, gli uomini di Orest Lenzyik avevano concluso la I Liga al decimo posto, non confermando quanto di buono fatto l'anno precedente.

Per entrambe le squadre un'ultima chance: sollevare al cielo la Coppa Intertoto. Il tragitto delle due compagini fu diverso: il Bologna iniziò dal terzo turno, il Ruch Chorzów dal secondo. Il secondo round della finale si sarebbe giocato in terra polacca. Già, perché due settimane prima, nella gara di andata, i rossoblu riuscirono a strappare una preziosa vittoria di misura grazie a una sfortunata rete di Bartlomiej Jamroz su iniziativa di Igor Kolyvanov

I felsinei, 14 giorni dopo, atterrarono in una Chorzow calda e deserta. Obiettivo: difendere un 1-0 che avrebbe portato in Emilia la Coppa Intertoto 1998/1999.

Il Bologna, rispetto alla gara d'andata, modificò qualcosa. Il modulo restava lo stesso, 3-5-2. In difesa Mangone, fuori causa all'andata, riprese il suo posto in difesa ai danni di Rinaldi, che aveva ben figurato. L'altra novità riguardava l'attacco, con Davide Fontolan che vinse il ballottaggio con Kennet Andersson per affiancare Igor Kolyvanov. Il resto della squadra non mutò: Antonioli tra i pali era protetto da Mangone, Paganin e Boselli.  A centrocampo meno qualità e più duttilità: da sinistra verso destra Paramatti, Cappioli, Magoni, Ingesson e Nervo. Tandem offensivo composto quindi da Fontolan e Kolyvanov. Dall'altro lato, Orest Lenczyk optò per una formazione più offensiva: Lech in porta, in difesa Nawrocki, Bartos e Wlecialowski. A centrocampo Pietruska, Kwiecinski, Molek, Mizia e Surma; in attacco spazio a Bizacki e Srutwa

L'inizio partita non fu entusiasmante, affatto. Era chiaro che il Ruch Chorzów avrebbe dovuto fare la partita, ma tecnicamente gli uomini di Lenczyk erano inferiori agli avversari. Urgevano soluzioni. I primi 20' furono noiosi. Fin troppo. Poche emozioni, tanta insofferenza. L'1-0 non era un risultato sicuro, Mazzone ne era consapevole. La palla vagabondava da una parte e dell'altra, senza né meta né destinazione. Come una scheggia impazzita. Ma senza colpire nessuno. Si avvertiva la tensione negli occhi dei polacchi e una sicurezza, negli sguardi rossoblu, che fino al 90esimo non sarebbe mai stata abbastanza. Il primo tempo fu nebuloso, al cospetto di un cielo sereno e di un'aria calda, come dev'essere di solito ad agosto inoltrato. L'estate volgeva al termine e, mentre il resto del mondo si preparava alla nuova stagione, allo Stadion Miejski w Chorzowie si sarebbe concluso - in un modo o nell'altro - un percorso indimenticabile. Per entrambe le squadre. 

Una finale così noiosa non si vedeva da tempo. Serviva una scossa. Il primo tempo si concluse con un brivido, una palla gol che gli attaccanti polacchi non seppero sfruttare. La paura passò, e il primo tempo si concluse sullo 0-0. La squadra di casa, sostenuta da circa 5000 spettatori, doveva fare di più. Non fu così. Dopo 15' dalla ripresa, la svolta. Sbagliò tutto la difesa di casa, un pasticcio imperdonabile. L'arbitro francese, il signor Colombo, si diresse senza esitazioni verso il dischetto. Calcio di rigore. Si presentò lo Zar, Igor Kolyvanov. Non poteva essere altrimenti. Fu freddo, come sempre. Dopo una rincorsa delle sue guardò fisso Lech, e lo spiazzò. Palla a destra, portiere a sinistra. Un rigore pulito, quel che bastava per portare in vantaggio gli uomini di Mazzone. Per Kalashnikov era la terza rete nel torneo. Il gol non fece però calmare Sor Magara. Pretendeva attenzione. Vujadin Boskov diceva che partita finisce quando arbitro fischia. Niente di più vero.

Palla al centro, si ripartiva da un pregiato 0-1 per i rossoblu. Da lì in poi la partita si incattivì. Niente di serio. Solo qualche richiamo, anche perché non c'era tempo da perdere. Una squadra doveva difendere, l'altra offendere. Il tempo stringeva. Ormai i pensieri dei tifosi bolognesi erano già rivolti al triplice fischio dell'arbitro, la voglia di urlare e festeggiare era immensa. Ma non si poteva. C'era un risultato da custodire gelosamente. Intanto fioccavano le sostituzioni. Al 72' arrivò l'ora di Beppe Signori, che prese il posto di un Fontolan bravo nel fare una partita sporca. Cambi anche lì dietro: Cappioli era stanco, e in una partita come quella la stanchezza non era ben vista. Out il 23, il 16 nella mischia. Dentro Rinaldi, chiamato a una partita di sacrificio. Dall'altra parte l'allenatore di casa non cambiò nulla, se la voleva giocare così. Servì a poco e, al minuto 83', ci fu un doppio cambio: fuori Bizacki e Srutwa, dentro Siemianowski e Gorawski. Anche Sor Carletto si giocò l'ultimo cambio, Luciano per Nervo.

Trepidanti, gli ultimi minuti. La paura da una parte, l'ansia dall'altra. Poli opposti che in quell'istante erano quasi a contatto. Ma il destino ormai aveva parlato e, poco dopo il 90', ci fu la conferma. Un altro pasticcio difensivo permise a Beppe Signori di arrivare a contendere la palla alla difesa polacca. Come un tiro alla fune, come gli ultimi 10 metri in una gara di atletica. Due rivali a digiuno, tentati dalla stessa preda. Vinse la fame. La fame di realizzare qualcosa di incredibile. Vinse la voglia di Signori che toccò con la punta quel tanto che bastava per far scattare in piedi tutta Bologna. Da attaccante di razza. E fu 2-0. Sipario chiuso.

Al triplice fischio di Colombo ci furono le grida liberatorie di calciatori, addetti ai lavori e tifosi. L'impresa era riuscita. Una squadra che era considerata di medio classifica riuscì a portare a casa un trofeo storico. Per la gioia di tutti. Era l'anno di Mazzone, ritornato a Bologna come nelle più romantiche delle storie d'amore. Era l'anno di quel gruppo. Nonostante tutto il resto. Fu una finale brutta, ma poco importava. Ciò che contava era il trofeo, portato all'ombra del Dall'Ara da una squadra con gli attributi. Ora ci si poteva rilassare, tra un bagno caldo al mare e risate con gli amici più cari. Aspettando un autunno sempre più vicino.

E liberando la mente. Senza tralasciare un pensiero stupendo. 

 

Ultima modifica il Domenica, 29 Marzo 2020 16:17
Federico Calabrese

Classe 2000, studia presso l'Università di Bologna. Prima di entrare in 1000cuorirossoblu ha scritto per Numero-Diez, Mondoprimavera e Jzsportnews. In passato ha lavorato anche con Gazzamercato e Vocegiallorossa. Ha partecipato al Workshop di Giornalismo Sportivo, che ha visto come docenti Xavier Jacobelli e Alessandro Iori. Appassionato di calcio in tutte le sue sfumature, cerca di raccontare il lato romantico dello sport.