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Chiacchiere da Bar…bieri – Luci e ombre rosse

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Il weekend della Ferrari è stata in chiaro scuro. La Casa del Cavallino Rampante era impegnata su più fronti: Mondiale Endurance, IMSA Sportscar Championship e Formula 1. Se da Sebring sono arrivate notizie buone in hypercar con il podio all’esordio della 499P e un po’ meno buone in campo GT, con la 296 GT3 in gara nella 12 Ore di Sebring che rappresenta un progetto nuovo e ancora acerbo, in Arabia Saudita è stata una debacle, con Ferrari che è uscita da Jeddah come quarta forza del campionato iridato.

Il SuperSebring Weekend americano ha mostrato una Ferrari pimpante e a suo agio nella sinergia con realtà private più piccole: infatti l’LMH è una creazione del reparto Competizioni GT, sviluppata e portata in pista insieme ad AF Corse, scuderia piacentina fondata da Amato Ferrari che da alcuni decenni rappresenta l’azienda di Maranello nelle più importanti competizioni GT. Il WEC, così come il campionato endurance IMSA, stanno andando verso di più verso il customer racing, con le case che mettono sul mercato i loro progetti e le scuderie private che le gestiscono, con la collaborazione della casa madre. E’ un modello di business che funziona, anche e soprattutto perché chi porta in gara le auto è soggetto a un certo rischio d’impresa.

Discorso diverso si ha nella Scuderia Ferrari, con la Gestione Sportiva che è un reparto completamente interno all’azienda modenese. Lì sono tutti dipendenti e nessuno, se non Ferrari stessa, si assume il rischio di investire nella Formula 1. Per Ferrari la massima formula è un modo per farsi pubblicità e non impatta molto nel suo bilancio. Certo, parliamo sempre di centinaia di milioni di euro, che però sono poca cosa di fronte ai 5 miliardi di fatturato messi nero su bianco nel 2022. 

Ed è qui forse il nodo cruciale della questione. Ferrari, in F1, va male perché nessuno rischia del proprio. L’esistenza dell’azienda non dipende dalla Scuderia e la Scuderia, sia che vinca sia che perda, non influisce pericolosamente sulla Casa. Un modello stile Mercedes, con il team che è una realtà a sé stante rispetto a Daimler, che ne possiede solo il 33,33%, potrebbe forse contribuire a dare una svegliata all’ambiente.

Lancio quindi la mia provocazione: se all’alta dirigenza Ferrari gliene fregasse davvero qualcosa dei successi in F1, tenterebbe la scossa con una mossa solo all’apparenza disperata: lo scorporo della Scuderia dalla Ferrari stessa, offrendo una partecipazione del 33% a un manager vincente che è anche un imprenditore con i fiocchi. Il suo nome? Torger Christian Wolff, per gli amici Toto. L’austriaco, manager e imprenditore proprietario di un terzo del team Mercedes di Formula 1, ha partecipazioni anche in Aston Martin e ha posseduto azioni della Williams. Sono certo che, ad una proposta del genere, farebbe fatica a dire di no. Sarebbe l’occasione anche per lui per riaccendere quel fuoco che pare essere sopito sotto una coltre di cenere grigio-nera, colori della sua attuale famiglia sportiva.

 

Qualcuno penserà: anche Frederic Vasseur è sia imprenditore che manager, questa figura la Ferrari ce l’ha già! Vero. Quando sei un dipendente ed economicamente non rischi nulla durante il lavoro, una vocina, se le cose si mettono male, potrebbe cominciare a dire: “Ma chi te lo fa fare? Molla il colpo, rallenta il ritmo. Tanto ti pagano uguale, respira”. Questo non succederebbe se un terzo di quella struttura fosse la tua e le vittorie (e le sconfitte) andassero a incidere sul tuo patrimonio personale. Sto parlando di fantascienza, sia chiaro. Non nego che mi piacerebbe però vedere uno scenario del genere. Sono convinto che, a Maranello, la musica cambierebbe, non poco. In meglio.

Toto Wolff mette la firma su una Ferrari a lui appartenuta (instagram Tom Hartley Jnr)

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