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Una gara da Mito – Imola 2006, il bis iridato di Bayliss

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In quella domenica di inizio autunno del 2006 il sole splendeva alto sull’Autodromo Enzo e Dino Ferrari. Era un sole che sapeva di tramonto, di fine di un’era. Era l’ultima gara mondiale nel circuito sul Santerno come lo si conosceva all’epoca. Era alle porte un grande cambiamento, quello targato Hermann Tilke, l’arci-archistar prediletta da Bernie Ecclestone che avrebbe dovuto traghettare l’impianto romagnolo verso il futuro della Formula 1. Non sarebbe stato così ma, in quel momento, non lo si sapeva ancora. Si prospettava un periodo di inattività dell’autodromo, non prima di aver ospitato la penultima tappa della World Superbike. Il campionato delle derivate di serie, all’epoca gestito dal Flammini Group, insidiava in popolarità il motomondiale organizzato dalla spagnola Dorna. Nel cuore della Motor Valley accorse il pubblico delle grandi occasioni con un’unica speranza, quella di vedere il ducatista Troy Bayliss laurearsi campione del mondo per la seconda volta.

L’epoca d’oro della Superbike

Il WSBK era all’epoca un campionato eccitante, divertente, che appassionava senza far fatica. I tifosi vedevano i propri beniamini vincere alla domenica in sella a quelle moto che, il lunedì, potevano vedere dal concessionario di fiducia. Era un campionato più accessibile di oggi, a misura d’uomo, lontano dagli sfarzi e dagli sbrilluccichii della Formula 1, ad esempio. I piloti scendevano in pista per vincere, divertirsi e, soprattutto, divertire. Tutti erano felici, così come le case, che potevano godere di una pubblicità incredibile. Maurizio Flammini riuscì a creare, nel corso degli anni, un giocattolo perfetto. Il format era unico, imperniato sulla celebre Superpole: un giro secco in cui il pilota, solo in pista, doveva dare tutto. All in, per la conquista della pole position. Alla domenica si disputavano due manche, una all’orario di pranzo, l’altra a pomeriggio inoltrato. Il tutto scandito, per chi guardava dalla TV, dalle incredibili voci di Giovanni Di Pillo, dal 1998 al 2002, e di Luigi Vignando, in cabina dal 2003. Chi era in pista ad affollare ogni ordine di posto disponibile ad Imola, veniva allietato e gasato dalla voce intramontabile dell’Avv. Carlo Costa, figlio di quel Francesco “Checco” Costa che quel tracciato portò alla fama mondiale.

La vigilia

Ad Imola era in programma il penultimo round del mondiale. Dopo la delusione del 2002 e la parentesi opaca dal 2003 al 2005 in MotoGP, Troy Bayliss si apprestava a far suo il secondo iride tra le derivate dalla serie, in sella alla collaudatissima 999 F06 rossa fiammante, sponsorizzata Xerox. L’australiano arrivava nel circuito di casa, per l’azienda di Borgo Panigale, con 87 punti di vantaggio sul giapponese Noriyuki Haga, portacolori del team Yamaha Motor Italia, e con 93 lunghezze su James Toseland, vincitore nel 2004 del mondiale con Ducati, passato alla scuderia Ten Kate, equipaggiata con motociclette Honda CBR 1000 RR. In un weekend di gare ogni pilota, vincendo entrambe le manche, poteva conquistare 50 punti. Con 100 punti a disposizione, il titolo era saldamente nelle mani di Bayliss, vincitore fin lì di ben dieci gare.

La Superpole

Al sabato il numero ‘21’ Ducati mise subito le cose in chiaro stampando uno stellare 1’48”804. Secondo si classificò Toseland, terzo Andrew Pitt sulla seconda Yamaha. Quarta fu la prima Suzuki guidata dall’altro Troy, Corser, affiancato dal compagno di squadra Yukio Kagayama. Sesto il ventitreenne tedesco Max Neukirchner. Settimo Haga, ottavo Barros sulla Honda del team Klaffi, nono Ruben Xaus sulla Ducati Sterilgarda dell’anno precedente, decimo Lorenzo Lanzi sulla seconda rossa ufficiale. La griglia era nutrita, con l’inserimento di tante wild card. Trentesimo e ultimo fu Valter Bartolini, fiero figlio di Imola, felice di correre in sella ad una Ducati 999 ultra privata davanti agli occhi di amici e parenti, sul suo circuito di casa .

Gara 1

Al via Bayliss si confermò alla testa della corsa dopo la staccata del Tamburello, impostando quella che poteva sembrare una cavalcata trionfale verso il successo. Nel corso dei giri le sue prestazioni ebbero una flessione, anche complice la battaglia con Andrew Pitt. Dall’ottava posizione risalì inesorabilmente Alexander Barros, che ad uno ad uno scavalcò gli avversari fino a conquistare la vittoria, la sua prima dal passaggio in SBK. Secondo arrivò Toseland, che rosicchiò punti preziosi a Bayliss, terzo Pitt, quarto Haga e solo quinto Bayliss. I punti rosicchiati dal “castoro” Toseland non furono però abbastanza. Troy Bayliss potè riscattare la delusione di quattro anni prima, festeggiando insieme al suo pubblico la vittoria del secondo titolo mondiale.

Gara 2

Con il mondiale in tasca, Bayliss pensò solo a divertirsi e divertire. Ai suoi tifosi disse in conferenza stampa, in italiano, di “stare all’occhio”. I suoi fan osservarono per 21 giri quella sagoma rossa con il numero 21 danzare tra le pieghe dell’Autodromo di Imola, sempre accompagnato da festanti boati. L’australiano si presentò al via vestito dall’iride, presente sia sul casco che nella sua tuta, totalmente bianca fatta salva l’effige del campione del mondo. Sembrava un ciclista e riportava alla memoria la maglia indossata sul podio di Salisburgo da Paolo Bettini solamente sette giorni prima il suo fantastico successo al mondiale su strada austriaco.

Una frazione di Gara 2, con Bayliss in controllo totale (Source: YouTube – baylisstick, copyright to the owners)

Troy Bayliss impostò fin da subito un ritmo incontrastabile. Partì primo, arrivò primo, nel tripudio di quel rosso Ducati che affollava la città, scaldata da un sole estivo. Secondo arrivò Barros, autore di un fine settimana formidabile, terzo si classificò Kagayama.

Il post gara

Quel trionfo fu la riconciliazione di Troy Bayliss con il suo pubblico, quello ducatista e imolese, che tanto gli aveva voluto bene durante la sua prima parte di carriera in Superbike. Queste le sue parole dopo la vittoria: “Abbiamo lavorato bene per tutto l’anno, la seconda metà è stata un po’ altalenante ma ho solo dovuto guidare più concentrato. Ho fatto una buona partenza in Gara 1, volevo davvero cercare di vincere, ma credo che abbiamo scelto la gomma posteriore sbagliata e stavo faticando un po’. Alla fine sono stato felice di lasciare che Pitt mi passasse e poi ho lasciato che anche Nori mi superasse. È stato molto impegnativo oggi con tutta la fabbrica Ducati qui, ma sono anche felice per tutti coloro che hanno reso possibile questa vittoria, Xerox e Shell Advance soprattutto, ma farlo a Imola oggi è stato molto speciale. Ho una grande squadra, e una bella moto, e volevo vincere la seconda gara per mettere la ciliegina sulla torta!”.

Un raggiante Troy Bayliss portato in trionfo dagli uomini di Ducati Corse (copyright: mediahouse.ducati.com)

Questi erano i pensieri di chi, fino a quasi trent’anni di età, era ‘solo’ un carrozziere di Taree, in Australia, che approdò in Gran Bretagna per inseguire il suo sogno di diventare un pilota da mondiale. Quando arrivò in Italia nel 2000, alla ‘veneranda’ età di trentuno anni, doveva semplicemente sostituire l’immortale Carl Fogarty sulla sella di una Ducati. Finì invece per sostituirlo contro ogni pronostico anche nel cuore di ogni ducatista.

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