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Una gara da Mito – Long Beach 1998, il manifesto di Zanardi

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Ogni grande artista ha un suo manifesto, una sua opera prima. Per Alessandro Zanardi da Castel Maggiore sono tante le imprese che hanno contribuito a consegnarlo all’Olimpo dello sport. Qualcuno potrebbe dire che il sorpasso di Zanardi su Brian Herta al cavatappi sia stato il suo più grande capolavoro su quattro ruote motorizzate. Io la penso diversamente e vi spiego il perché.

 

Alla ricerca della riconferma

Nel 1998 il campionato CART era il più importante campionato per monoposto a ruote scoperte negli Stati Uniti. Vero, veniva dalla scissione di Tony George, proprietario dell’Indianapolis Motor Speedway che aveva lasciato la cosiddetta “Formula Cart”, così era colloquialmente conosciuta in Italia, orfana della celebre 500 Miglia. La nascente Indy Racing League non era ancora ciò che è ai giorni nostri e un italiano era andato oltreoceano a spiegarla a tutti.

Nel 1997 infatti, al secondo anno in America, Alessandro Zanardi aveva trionfato nella CART, succedendo nell’albo d’oro a Jimmy Vasser. Il classe ‘66 all’epoca non stava vivendo un momento facile prima di approdare nel “Nuovo Mondo”: nel 1994 aveva perso il posto nella poco competitiva Lotus, rimanendo a piedi per tutto il 1995 (fatta salva una gara nella Porsche Supercup a Imola). Quell’anno lo dedicò a fare l’istruttore di guida sicura nella scuola di pilotaggio di Siegfried Stohr, in attesa di una chiamata valida. Questa arrivò da Chip Ganassi, che lo ingaggiò per il ‘96, anno in cui il bolognese si laureò Rookie of the Year, miglior debuttante, anche grazie alla vittoria di Laguna Seca su Herta, proprio quella del “The Pass”. L’anno seguente fu quello della consacrazione, grazie al trionfo in campionato, ma si sa, confermarsi è sempre più difficile che affermarsi, soprattutto se si è dall’altra parte del mondo.

L’anno iniziò con un buon terzo posto nell’ovale di Homestead, Florida, nei dintorni di Miami, seguito da una giornata stortissima nella trasferta giapponese di Motegi, finita con un triste ‘zero’ alla voce ‘punti’.

Alex Zanardi con il trofeo di campione CART 1997 (source: thesanelunatic.com, copyright: unknown)

 

La ripida salita

Long Beach doveva essere un’occasione di riscatto, l’opportunità per fare vedere a tutti che il titolo del ‘97 non fu un caso. Zanardi è un pilota forte, tutti lo sanno. Forse non lo sapeva Bernie Ecclestone, presente a Long Beach in quella domenica 5 aprile del 1998, o forse sì, lungimirante com’è sempre stato.

Il weekend cominciò con grandi difficoltà: la vettura di riserva era K.O. dopo un’incidente nella gara precedente e i problemi nelle libere del venerdì furono molteplici. Il cittadino californiano non è il tracciato più semplice del mondo, con un rettilineo principale che non è dritto, diverse curve a novanta gradi e un insidiosissimo tratto finale, con un tornante stretto e foriero di trabocchetti. Zanardi partì dalla sesta fila, al fianco di Christian Fittipaldi. Nei primi giri il portacolori della Motor Valley sembrò non riuscire a tenere il passo di Tracy e del già citato brasiliano che lo precedevano. “Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere!” Infatti… al trentesimo dei centocinque giri previsti, Zanardi si trovò intruppato nell’ingorgo dell’ultima curva causato dall’incidente tra Gualter Salles e Hiro Matsushita. In mezzo ad un traffico degno di New York, Alex venne toccato da Scott Pruett, riportando un notevole danno alla sospensione anteriore sinistra che sembrava dover mettere fine alla sua gara. 

Zanardi impegnato nel famigerato tornantino di Long Beach (source: auto123.com, copyright: unknown)

 

Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa

Questa sarebbe stata la frase che avrebbe detto Zanardi anni dopo, parlando del suo risveglio dopo il terribile incidente del Lausitzring. Certe caratteristiche una persona ce le ha da sempre, sono innate. Ed è per questo che considero la vittoria di Long Beach come il manifesto di chi è Alex Zanardi.

Come avrebbe fatto tre anni dopo, non osservò la sospensione danneggiata, messa più o meno a posto a mano dai meccanici ai box, ma ciò che funzionava della sua auto. Poco, a dire il vero, ma quel tanto che bastava per salvare capra e cavoli. Alessandro non si diede per vinto e continuò la sua gara, cominciando a sfruttare tutte le neutralizzazioni dovute ad incidenti per fermarsi ai box per cambi gomme e rifornimenti.

Nel frattempo i suoi avversari cadevano vittime delle loro stesse strategie. A metà gara Michael Andretti finì fuori quando, nonostante un treno di gomme a fine vita, continuò imperterrito a macinare giri su giri. Lui e il team confidarono troppo sulla tenuta degli pneumatici, dal momento che i tempi sul giro rimasero buoni. Al giro 55, il patatrac: esplosione di uno pneumatico e l’alfiere del team Newman-Haas finì rovinosamente a muro. A poco più di dieci giri dalla fine Gil de Ferran, dopo essere stato in testa per cinquantuno tornate, rimase senza benzina mentre guidava il gruppo, guadagnando lentamente la via dei box prima di venir messo fuori gioco da un guasto al cambio occorsogli al giro 94.

Nel frattempo, come una carpa koi, Zanardi risaliva la corrente, imperterrito. Nonostante una sosta in più degli altri, il bolognese si trovò incollato al grande rivale Herta e al giovane Dario Franchitti. Durante la gara Alex venne doppiato, fu a due giri dalla testa della corsa, eppure, a cinque giri dalla bandiera a scacchi, era lì, come uno squalo, pronto a sbranare la sua preda. Herta non credette ai suoi specchietti, fu come se il suo incubo peggiore fosse tornato a tormentarlo. Il suo ritmo scese di schianto e al giro centoquattro lasciò il passo al campione emiliano, che trionfò sotto gli occhi di un pubblico festante e osservato dalla vecchia volpe Ecclestone, che forse capì che c’era bisogno di un pilota così nel suo Circus.

Come andò a finire in Formula 1 nel 1999 purtroppo lo sappiamo. Quello che nessuno poteva sapere è che quel giorno, quel cinque aprile 1998, Alex Zanardi fece capire al mondo che era capace di risorgere. Che è quello che tutti noi ci aspettiamo faccia, ancora una volta.

 

La gara integrale di Long Beach 1998 (copyright: Indycar Series)

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