Coppa d'Africa 1982 - Il calcio sotto dittatura

Scritto da  Feb 03, 2024

Con la rosa delle migliori quattro quasi completata, continua il nostro viaggio nella storia della Coppa d’Africa. Questa volta torniamo nell’incredibile 1982. Per scoprire cosa è accaduto prima dell'incredibile Mundial.

I risultati degli ottavi di finale e dei primi quarti:

Angola - Namibia 3-0

Nigeria - Camerun 2-0

Guinea Equatoriale - Guinea 0-1

Egitto - RD Congo 1 (6) - 1 (7)

Capo Verde - Mauritania 1-0

Senegal - Costa d’Avorio 1 (4) - 1 (5)

Mali - Burkina Faso 2-1

Marocco - Sudafrica 0-2

Nigeria-Angola 1-0

RD Congo - Guinea 3-1

Mali - Costa d’Avorio 1-2

Il 1982 è un anno che, calcisticamente, ci riporta subito a quella calda estate spagnola in cui la nazionale italiana era riuscita nella straordinaria impresa di portare a casa il terzo mondiale della sua storia. Ma il 1982 è anche l’anno di una delle più controverse competizioni della storia del gioco più bello del mondo. Ma questa incredibile, a tratti cruda, kermesse comincia, però, un anno prima. Precisamente il 6 ottobre del 1981 a Il Cairo. Durante una parata di commemorazione, da un camion militare salta fuori un uomo, accompagnato da tre complici. Quell’uomo è Khalid al-Islambuli, membro della jihad islamica egiziana. Il gruppo corre nella direzione del palco presidenziale lanciando granate, per aprire un varco a Khalid al-Islambuli che, una volta arrivato, salta sul palco e svuota il caricatore del suo fucile sul corpo del presidente Anwar al-Sadat. L’attentato, causato dall’accordo di pace stipulato con Israele, sconvolge il mondo ed in particolare il Medio Oriente andando ad influire anche sul calcio. Perché l’Egitto si ritira dalla Coppa d’Africa del successivo marzo per lasciare il posto alla ripescata Tunisia. Ma il trofeo non può essere un torneo come gli altri. Perché la Coppa d’Africa 1982 si gioca in Libia.

Che non fosse un torneo abituale lo si capisce già dalla cerimonia di apertura. Gheddafi non ha la minima remora nell'utilizzare il trofeo continentale come propaganda per la sua Giamahiria e durante la cerimonia infervora il pubblico con un discorso di grande impatto contro la monarchia saudita, la politica francese in Ciad e soprattutto contro l’imperialismo americano in Africa. In quegli anni la Libia era stata messa all’angolo delle relazioni internazionali, definita come Stato-canaglia, e quella competizione poteva fungere da tenue, ma neanche troppo, tentativo per rimettere il paese sulla mappa. 

La Libia padrona di casa è inserita nel Girone A insieme, oltre alla Tunisia, ad altre due potenze del calcio africano. 

Nella gara inaugurale a Tripoli arriva il Ghana, allenato dal profeta massimo del calcio del paese: Charles Kumi Gyanfi. Già campione d’Africa nel 1963 e nel 1965, il commissario tecnico torna sulla panchina delle Black Stars per ripetere l’impresa nel 1982. E il suo è un grande Ghana. Vanno in vantaggio gli ospiti con il gol di Alhassan al 28’ del primo tempo, prima di subire la rimonta libica con le reti con Ferjani e Issawi. Sembra tutto fatto per la prima grande vittoria dei Cavalieri del Mediterraneo al trofeo continentale, ma a un minuto dal novantesimo Opoku N’ti impatta il pari e chiude la gara inaugurale sul 2-2. 

Nell’altra gara del gruppo il Camerun inciampa sulla Tunisia e finisce 1-1. Già, il Camerun. Tre mesi dopo, al mondiale spagnolo, il mondo si accorgerà dei Leoni Indomabili. Una formazione di gran talento, quella allenata da Branko Zutic. I fuoriclasse della squadra sono due: il funambolico Roger Milla che, però, in quell’edizione non brillerà particolarmente e l’altro. Leggenda del calcio africano. Idolo di un bambino della provincia di Carrara di nome Gianluigi che resterà talmente legato a quello straordinario portiere da imporre ad uno dei suoi figli lo stesso nome di battesimo. Signore e signori, Thomas N’Kono. Verrà eletto calciatore africano dell’anno proprio in quel 1982, estremo difensore dal coraggio fisico prorompente, capace di uscite di pugno anche a quindici metri dalla linea di porta. Elettrico nei movimenti ed esplosivo nelle parate. Non è facile segnare quando c’è in porta in lui. Al mondiale faremo una fatica incredibile a sfondare il muro, riusciremo soltanto perché scivolerà al momento del colpo di testa di Ciccio Graziani che si infilerà beffardamente alle sue spalle. 

E infatti contro il Ghana abbassa la saracinesca e finisce 0-0. Nell’altra gara del girone la Libia non ha problemi e si sbarazza della Tunisia con un pragmatico 2-0, un gol nel primo tempo e uno nella ripresa.

Nell’ultima decisiva giornata alle Black Stars basta il gol di Essien per estromettere la Cenerentola tunisina dalla competizione; mentre la Libia sbatte sul muro di N’Kono che blocca i padroni di casa sullo 0-0. Risultato curioso perché, come succederà al mondiale spagnolo, i Leoni indomabili pareggiano tutte e tre le gare subendo un solo gol, ma abbandonano anzitempo la competizione.

Il Girone B, giocato tutto a Bengasi, invece, vede la partecipazione di quattro realtà veramente affascinanti. 

Nella prima partita la Nigeria annienta l’Etiopia con un 3-0 senza storia. Le Super Aquile negli anni 80 vivono una fase altalenante della propria storia: vincono l’edizione precedente nel 1980, ma falliscono la qualificazione al mondiale e in questa fase finale deludono le attese. Dopo la vittoria alla prima giornata, infatti, la squadra allenata da Manfred Hӧner si ferma, perdendo consecutivamente contro Algeria e Zambia, rispettivamente 2-1 e 3-0.

Ma quell’Algeria era una compagine davvero temibile. Guidate in panchina da un efficacissimo duo formato da Mahieddine Khalef e Rachid Mekloufi, le Volpi del Deserto giocavano un calcio molto moderno con la leadership tecnica della squadra affidata al Pallone d’Oro africano 1981, Lakhdar Belloumi, e ad uno dei giocatori africani più forti della storia: Rabah Madjer. L’attaccante ha legato i migliori anni della sua carriera ai colori del Porto e, con i quali, ha scattato la fotografia più indelebile della sua carriera e non solo. La cornice è il Prater di Vienna, l’occasione è nientepopodimeno che la finale della Coppa dei Campioni 1987 e il colpo è tanto entrato nell’epica da meritarsi un nome proprio: il tacco di Allah. Il Porto è sotto 1-0 contro il Bayern Monaco. La gara è per lunghi tratti dominata dai bavaresi, ma al 77’ arriva la giocata che entra nella leggenda. Juary, ex giocatore di Avellino e Inter, arriva a tu per tu con Pfaff, ma ha la lucidità di servire Madjer che, vedendo la palla troppo avanti, attua il genio e col tacco trova il pari. Pochi minuti dopo i due si scambiano i ruoli, pennellata dell’algerino e Juary trova il colpo di testa che vale la prima storica Coppa dei Campioni della squadra portoghese.

Ma Madjer e Belloumi, insieme, hanno scritto un’altra pagina fondamentale per il calcio del continente nero. Il 16 giugno 1982, a Gijon, l’esordiente Algeria affronta il colosso mondiale della Germania Ovest. Succede tutto nella ripresa. Al 54’ Madjer porta in vantaggio i nordafricani avventandosi sulla respinta di Schumacher, ma al 67’ i teutonici trovano il pari con un gol da centravanti vecchia scuola di Rummenigge che attacca benissimo il primo palo e impatta di destro. Ma pronti via e neanche un giro di lancette dopo Belloumi, tutto solo sul secondo palo, insacca la palla della vittoria. Un trionfo senza appello che accende le speranze di qualificazione algerine che, però, si infrangeranno inesorabilmente di fronte al famigerato Patto di non belligeranza di Gijon; quando all’ultima giornata del Gruppo 2, Germania Ovest e Austria si accordano per l’1-0 tedesco che qualifica entrambe le formazioni.   

L’Algeria che affronta la Coppa d’Africa è molto simile alla formazione che darà spettacolo in Spagna tre mesi dopo. Nella prima giornata fatica e non poco contro lo Zambia, ma la spunta di misura grazie alla rete nel finale siglata da Merzekane. Medesimo risultato nella seconda gara contro l’Etiopia con il gol nella ripresa firmato da Munshya. Gli Stambecchi del Semien arrivavano alla kermesse continentale con grandi aspettative, riposte soprattutto nel commissario tecnico di quella squadra: Mengistu Worku considerato unanimemente come uno dei due calciatori etiopi,  insieme a Luciano Vassallo, più forti di tutti i tempi, e campione d’Africa nel 1962. Ma l’avventura si rivela un fallimento notevole visto che l’Etiopia chiude il girone all’ultimo posto senza nessuna rete segnata.

Insieme all’Algeria, nel Girone B, supera il turno lo Zambia che batte 3-0 la Nigeria nell’ultima e decisiva gara, completando così il quadro delle quattro semifinaliste.

Nella semifinale di Bengasi, Ghana e Algeria danno vita ad uno scontro pirotecnico. Vanno avanti 2-0 le Volpi del Deserto che segnano con Zidane al 29’ e con Assad al 62’. Accorciano le distanze le Black Stars con Alhassan, eroe della vittoria casalinga nell’edizione di quattro anni prima, due minuti dopo, ma la gara sembra destinata al 2-1. Appunto, sembra, perché in zona Cesarini Opoku N’Ti insacca la palla dei supplementari. E a pochi istanti dal termine del primo extra-time ancora Alhassan trova la rete che vale la finale.

A Tripoli la gara segue un copione simile. Avanti lo Zambia con la rete di Kaumba nel primo tempo. Ma nella ripresa i Cavalieri del Mediterraneo la ribaltano grazie alla doppietta di un insperato eroe: Ali Al-Beshari. Di professione difensore, diventerà il miglior marcatore della sua squadra nella competizione, ma il suo personale pallottoliere smetterà di segnare punti, fatta eccezione per un gol al Sudan un anno dopo, in quella straordinaria competizione che rimarrà il punto più alto della storia del calcio libico.

Il 19 marzo 1982, allo Stadio 11 giugno di Tripoli va in scena la finale della Coppa d’Africa. Ad affrontarsi sono i padroni di casa della Libia e la superpotenza ghanese in uno straordinario rematch della gara inaugurale.

Formazioni. La Libia allenata dall’ungherese Bela Gotl si schiera con un 4-3-3 a forte trazione anteriore. Il portiere è Al-Kouafi; in difesa, da sinistra a destra, Sola, Zeiyu, Al-Beshari e Al-Ajeli; a centrocampo la coppia è Al-Farjani e Al-Issawi alle spalle del più offensivo Ghonaïm; il tridente d’attacco è Majdoub-Jaranah-Al-Farjani.

Le Black Stars rispondono con un più coperto 4-4-2. 

In porta Owusu Mensah; la difesa è formata dai terzini Lamptey e Yusif e dalla coppia di centrali Paha-Sampson; la linea mediana, da destra a sinistra, è Abbrey, Asaase, Badu ed Essien; la coppia offensiva è formata da capitan Quarshie e da Alhassan. 

La gara è chiusa, a tratti spigolosa, ed è il Ghana a portarsi in vantaggio. Ancora una volta è Alhassai a ribadire in rete un’incerta respinta di Al-Kouafi. Ma nella ripresa i padroni di casa reagiscono e trovano il pari ancora con Al-Beshari che segna grazie a un fortunoso rimpallo con il portiere ghanese per il flipper che vale l’1-1. Nota da segnalare, l’ingresso di Abedì Pelè non ancora maggiorenne che ha fatto in tempo ad assaporare l’aroma dell’ultima grande vittoria della storia calcistica del suo paese. Sì, perché alla fine è il Ghana a trionfare. Dopo che non bastano centoventi minuti per stabilire un vincitore, per la prima volta nella storia della Coppa d’Africa, il trofeo si decide ai calci di rigore. E la serie non è una semplice sequenza perché ne servono ben quattordici prima di giungere a un verdetto.

I primi cinque rigoristi di entrambe le squadre sono infallibili e si va ad oltranza. A sorpresa sul dischetto si presenta Mensah, il portiere ghanese, che sbaglia. Match-point, quindi, per Ghonaïm che però fallisce. Allora si prosegue. 

Il capitano Quarshie segna. Jaranah, pure, fa centro. Dal dischetto si presenta, poi, Afriyie che non sbaglia. A quel punto è il turno di Zeiyu che più che altro i palloni è abituato a spazzarli fuori dall’area. E il risultato si vede. Zeiyu sbaglia e mette fine al sogno libico.

Ma qui occorre chiudere i meri affari sportivi e rinunciare a celebrare il successo di una grande squadra, quella ghanese, per raccontare quello che è accaduto negli istanti immediatamente successivi a quella sconfitta. Il pubblico invade violentemente il campo in una scena che assume i contorni di una rappresaglia. 

La frustrazione di vivere sotto quella feroce dittatura esplode con un pretesto calcistico che costringe calciatori, giornalisti e funzionari alla fuga.

 

Una sliding door che ci riporta a quel giorno in Egitto di un anno prima, quando l’estremismo e l’oppressione avevano soffocato anche quel piccolo brandello di libertà che dovrebbe essere il gioco del calcio. Ma, come ci sta insegnando questo viaggio, il calcio sa essere più forte. Sa essere un ponte per unire. E mai per dividere.