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Chiacchiere da Bar…bieri – The show must go on?

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Tutti gli appassionati di motorsport sanno che le corse sono pericolose. “Motorsport is dangerous” è la frase scritta su ogni titolo di accesso per le gare in Gran Bretagna. La stessa frase campeggia in molti cartelli affissi sulle recinzioni che separano il pubblico dalla pista. Lo si sa da decenni, è sempre stato così ed è inutile che ci nascondiamo dietro ad un dito. Le cose sono cambiate nel corso degli anni, le gare sono sempre più sicure. Un margine di rischio è sempre presente, soprattutto in qualche categoria, dove si sta scherzando sul fuoco. C’è però, e ci sarà sempre, un grande ‘ma’, un enorme interrogativo tuttora irrisolto che divide sempre gli appassionati, quando succede che la nera signora fa visita ad un autodromo e sceglie chi portarsi con sé.

 

Continuare a correre o annullare il weekend?

Questa è la domanda principale, quella che spesso è una delle prime dopo la diramazione della nefasta notizia. “E ora, cosa si fa?”. Brutta domanda questa, molto scomoda. Qualsiasi sia la risposta, si scontenta qualcuno. Come è successo in occasione della scomparsa di Dean Berta Viñales, cugino di Maverick e vittima di un fatale incidente a Jerez de la Frontera, durante Gara 1 della categoria Supersport 300, che fa da contorno al Mondiale Superbike. In quel caso è stata annullata tutta la giornata di sabato, per poi concentrare il resto del programma sulla domenica. Alla domenica minuto di silenzio e via, di nuovo a fiondarsi a tutta velocità nella stessa pista, senza che nulla fosse fatto per diminuire il rischio che si ripetesse quanto occorso meno di ventiquattro ore prima. Per molti è giusto, “perché i piloti sanno che è rischioso, se non vogliono morire cambino sport”. Per altri, invece, è un controsenso, è ipocrisia. Andiamo con ordine, perché l’argomento è delicato e gli aspetti da tenere in considerazione sono molti.

Si sa che il motorsport è pericoloso. Ho raccolto motociclette cadute in Variante Bassa e detriti in pieno rettilineo ad Imola saltando giù e su dal muretto come un grillo. Può rientrare tra gli sport estremi. Dico questo tanto per circostanziare il mio parere, facendo capire a voi lettori che ho una vaga idea di cosa sto parlando. Le gare non le seguo solo da davanti a un monitor in poltrona o seduto in tribuna. Io, come tanti altri colleghi che dividono con me le piste di tutto il mondo, conosco a menadito il rischio che c’è in una competizione motoristica. Lo viviamo sulla nostra pelle, insieme ai piloti. Loro son lì per divertirsi e per divertirci, noi siamo lì per aiutarli quando hanno osato troppo o per segnalargli che qualcuno di loro è in difficoltà. Siamo i primi ad accorgerci quando la situazione è grave.

Fortunatamente non mi è mai capitato di assistere ad un incidente mortale, so di certo però che essere lì presenti cambia la vita. Non mi è nemmeno mai capitato di essere all’interno dell’autodromo in occasione di un avvenimento fatale. Vi dico che mi bastano i racconti dei colleghi ai quali è successo. Quelli di chi è corso verso Shoya Tomizawa a Misano o chi ha sentito le sirene spiegate delle ambulanze che andavano verso l’Eau Rouge, nel 2019, per soccorrere Anthoine Hubert e Juan Manuel Correa. L’atmosfera diventa tutto d’un tratto surreale. Di colpo si congela tutto. Di colpo capisci che la cosa che ti piace più di tutte al mondo è anche la stessa che può togliere tutto a te o a chi ha la tua stessa viscerale passione. Di colpo arrivi a pensare: “ma io, cosa ci faccio qui?”.

L’atmosfera particolare c’era anche a Imola, in pista, il giorno dopo la scomparsa di Hubert. Ci sarebbero state le gare del Campionato Italiano Formula 4. Mi sono chiesto, in griglia di partenza durante il minuto di silenzio, con quale spirito quei giovani piloti si stessero per calare dentro l’abitacolo, si fossero indossati il casco e sarebbero partiti per andare, nella peggiore delle ipotesi, incontro allo stesso destino di Anthoine. Capite perché non è semplice rispondere, se ci si mette nei panni dell’altro? Non c’è una risposta giusta. Ognuna a modo suo, tutte le risposte sono sbagliate. Se ti fermi pensi, se corri sembri mancar di rispetto a chi non c’è più. Se ti fermi hai paura, se corri sei un servo degli sponsor e delle televisioni.

E’ una questione personale, in questo caso non c’è una soluzione standard per chiunque. Anche qualche professore di filosofia ha affrontato questo tema, ognuno con le proprie verità. C’è chi dice che fermandosi si rispetta la vita che non c’è più. C’è chi dice che correndo si rispetta la vita che non c’è più. Chi ha ragione? Tutti. E nessuno. Come si fa a dirlo?La mia opinione parte dal presupposto che un conto è far parte dell’evento e assistere in prima persona, un altro è essere spettatori da casa. Se fossi stato a Spa-Francorschamps nel 2019, forse avrei preferito essere spedito a casa. A Imola, contemporaneamente, avrei voluto una pausa, una giornata libera. Sette giorni dopo ero a Monza, anche se da spettatore, a celebrare Charles Leclerc, insieme all’amico e commissario che una settimana prima era in Belgio.

 

Il minuto di silenzio a Imola, per la Formula 4, dopo la morte di Anthoine Hubert. Credetemi, avrei voluto essere a casa (copyright: ACI Sport)

 

E’ tutto un controsenso?

Sì, è un controsenso, lo so. Non ha una logica. Basta una settimana per lavare via tutto e non pensarci più? Quando la passione è viscerale, per molti sì. Per alcuni, come i familiari, sette giorni non bastano. Chiedere a Maverick Viñales, per esempio. Per altri, dopo qualche anno si è pronti a far vivere ad altri giovani pilotini lo stesso sogno che ha portato via per sempre il proprio figlio, come ha fatto Paolo Simoncelli. Il controsenso è una parte integrante del motorsport. La passione spesso passa sopra alla fatalità, oltre ogni barlume di ragionevolezza. Ed è difficile da spiegare. Sembriamo tutti matti, ma non lo siamo.

Per dirimere la questione una volta per tutte, suggerisco ai vari organizzatori di campionati di regolamentare il proprio comportamento nel caso di una fatalità. Si corre o non si corre. Mi sembra un atto di correttezza e chiarezza verso tutti, in primis i piloti e squadre. Poi gli spettatori, gli sponsor e le TV. È questo un modo cinico e freddo di affrontare la tematica? Probabilmente sì. Ma cosa c’è di meglio che essere chiari fin da subito?

 

Lo spettacolo può continuare, ma…

Che sia il giorno dopo o la settimana seguente, il campionato, dopo un avvenimento tragico, riprenderà. I modi con i quali lo fa sono però fondamentali.

Il comportamento delle ultime settimane tenuto da Dorna sulle proprie categorie più leggere è incredibile nella sua assurdità. Gli incidenti di quest’anno hanno mostrato un chiaro problema nelle SSP 300 e nella Moto3: le prestazioni delle motociclette sono troppo simili tra loro e il livello di preparazione dei piloti è quasi equivalente. Ciò si traduce in una ventina di piloti racchiusi nell’arco di due-tre secondi. Cosa comporta questo? Un elevato rischio di investimento. I piloti che seguono, nel caso di una caduta che non porta chi cade fuori dalla traiettoria, non hanno il tempo di reazione per evitare il pilota o la moto stesi. Nella gara di Moto 3 ad Austin solo un miracolo (o una botta di fortuna) ci ha evitato di piangere per il secondo fine settimana di fila.

Questi piloti sono stati mandati al massacro, così come quelli della Supersport 300 a Portimao, senza che il loro tasso di rischio fosse diminuito. Un po’ come dire: la situazione è questa, affari vostri se vi ammazzate. In Texas poi, nota a margine, la pista era al limite dell’impraticabilità a causa delle molteplici buche che caratterizzano il manto stradale. Facciamo nostre le parole di Andrea Migno: “Bisogna fare qualcosa ora! Non l’anno prossimo, non tra due anni. Che cosa stanno aspettando ancora?”. E’ giusto ciò che dice Migno, che ha rischiato la pelle per davvero.

Non ha senso continuare così. Uno sport del genere non credo piaccia ai piloti, i quali non sanno se tornano a casa la sera molto di più di quanto non lo sapessero quando le corse non erano un’ammucchiata informe. Non piacerà di certo alle case motociclistiche e ai team, che non credo abbiano interesse nel partecipare a questa corrida. Così come agli sponsor, che non penso vogliano investire in uno sport suicida. Non può far contente le TV, che non avranno di certo  intenzione di trasmettere a ripetizione dei cruenti incidenti mortali.

L’ipocrisia di Dorna si è rivelata unica. Il giovedì tutti in piedi in silenzio, mandando dal giorno dopo al fronte i propri piloti, su un circuito nel quale gli stessi sembravano protagonisti di un rodeo, in barba ad ogni banale principio di sicurezza. Non si può piangere e riempirsi la bocca di parole di cordoglio, se poi, finito tutto, l’unica cosa che si fa è quella di prendere i pop corn e sedersi ad aspettare la prossima occasione per alzare quel maledetto cartello “1 min. silence”. È inaccettabile.

È il momento di darsi una regolata e di impedire ai piloti di essere in pericolo, anche per colpa dell’insensatezza di certe manovre degli stessi. Non sono io a dover proporre delle soluzioni, anche se qualcuna l’avrei. La responsabilità di far finire questa situazione è dei professionisti del settore, promoter del campionato e Federazione Internazionale su tutti. “The show must go on”, ma non così. I buoi sono già scappati, la stalla è ancora aperta. È arrivato il momento di chiuderla, prima che finiscano sia “i buoi” che le nostre lacrime.

 

L’incidente di Austin in Moto3. Per fortuna è andato tutto bene, ma… (source: Great Shoot, credits to the owners)

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