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Wembley, Fernando Torres e i tortellini. Rowe si racconta: «Capire il vostro calcio non è stato immediato. E sul ritorno in Premier League…»

Dalle prime difficoltà in rossoblù alla sfida con i Villains: le dichiarazioni dell’esterno inglese al Corriere di Bologna

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Jonathan Rowe esulta in Bologna-Roma (© Damiano Fiorentini), Calciomercato Bologna
Jonathan Rowe (© Damiano Fiorentini)

«È il miglior momento dal mio arrivo a Bologna, il migliore in carriera resta il mio ultimo anno al Norwich in Championship. Giocavo molto spesso, ho segnato tanti gol (12, ndr), anche importanti». Così Jonathan Rowe esordisce nell’intervista rilasciata ad Alessandro Mossini del Corriere di Bologna. Da riserva a giocatore decisivo, in grado di incidere anche nelle gare più delicate – i quarti di EL contro la Roma, all’Olimpico, per esempio. Finora ha messo a referto 6 reti e 3 passaggi vincenti in tutte le competizioni. Oggi, per Vincenzo Italiano, è più di una semplice alternativa a Cambiaghi, spesso finito in panchina a beneficio dell’inglese. Che adesso non si pone limiti, come ha raccontato lui stesso.

Bologna, l’intervista di Rowe

All’inizio giocava poco, ora ha trovato continuità.
«Capire il vostro calcio non è stato immediato e l’allenatore ci ha messo un po’ più di tempo per integrarmi al meglio in squadra. Non sono sicuro del perché, forse ha visto qualcosa che io non avevo visto. Ma ho continuato a lavorare duro per cercare di conquistarmi spazio: spesso noi esterni veniamo sostituiti e dobbiamo cercare di essere decisivi il più velocemente possibile. Io e Italiano stiamo iniziando a capirci molto di più, il tempo favorisce la chimica e una buona relazione».

Lei è nato a Wembley. Il calcio era nel suo destino?
«Sapevo di voler essere un calciatore. Non so dire perché, era la mia sensazione. Ho capito presto di essere bravo a giocare: ero fisicamente pronto, veloce, atletico».

Vedeva lo stadio da casa?
«Nel giardino sul retro della casa dove sono cresciuto c’era un piccolo trampolino elastico e quando ci saltavo sopra arrivavo a vedere il mitico arco che lo sovrasta. Sentivo i cori del pubblico nei big match, ci sono entrato per la prima volta come mascotte in una partita dell’Inghilterra (febbraio 2013, 2-1 al Brasile, Rowe entra con David Luiz, ndr). E credo che tutto questo mi abbia ispirato per diventare il calciatore che sono ora».

Fin da piccolo si è preso cura della sua famiglia.
«La vita non è semplice, ma quando si presentano delle difficoltà devi provare a superarle. Fortunatamente sono riuscito a superare diversi ostacoli, in campo e fuori: questo ha forgiato il mio carattere e la mia personalità, cercando di migliorare ogni giorno per diventare un uomo e un calciatore migliore».

Da adolescente ha dovuto combattere la sindrome di Osgood-Schlatter. E anche al Norwich la sua ascesa fu frenata dagli infortuni.
«È normale, durante la crescita il tuo corpo cambia: affronti dolori a legamenti e articolazioni, l’Osgood-Schlatter colpisce il ginocchio ed è comune a molti giovani calciatori. Poi gli infortuni fanno parte del calcio, specie ora che si gioca tanto: ci sono tanti rischi, anche per il modo in cui gioco dato che subisco molti contrasti. Lavoro molto sul recupero e preparo al meglio il mio corpo per massimizzare il potenziale fisico ed essere pronto al 100% in ogni gara».

Da ragazzino chi era il suo riferimento?
«Guardavo le punte. Su tutte Fernando Torres, al Liverpool: un grande realizzatore».

Tanti suoi allenatori raccontano che già da bambino chiedeva consigli su come migliorare. E che nel gruppo era tutto fuorché timido.
«I piccoli dettagli alla fine fanno grande differenza. Chi riesce a migliorare i dettagli alza il livello. Non volevo essere quel tipo di giocatore che ha talento ma non riesce a svilupparlo: la paura di sprecare le mie qualità mi ha spinto a dare sempre il massimo ogni giorno, per non avere rimpianti nel momento in cui avrei guardato indietro alla mia carriera o alla mia vita. Credo che si veda, quando gioco. Quanto al rapporto con i compagni, ringrazio mia mamma e la mia famiglia: loro mi hanno reso la persona che sono, non ho mai avuto paura di dire la mia in partita o in spogliatoio. Ho sempre cercato di trovare un buon bilanciamento tra umiltà fuori dal campo e arroganza in campo».

È vero che dà il massimo sotto pressione?
«Alcuni gol segnati nella mia carriera lo dimostrano. Nelle grandi gare in cui serve il gol pesante o la giocata speciale cerco di essere quello che se ne incarica. Come a Roma».

Un giorno tornerà in Premier League?
«È il campionato migliore al mondo. Debuttare nel 2021 è stato un onore e mi ha fatto venire voglia di giocarci tante partite. Si aspira sempre al massimo livello. Non so quando, ma un giorno voglio tornare a giocarci».

Cosa le ha dato l’esperienza al Marsiglia?
«Non è stata facile, c’erano tante pressioni interne ed esterne. Ogni piccola cosa veniva ingigantita. Poi De Zerbi ha cambiato modulo e questo non mi ha aiutato. Lui era la ragione per cui avevo scelto Marsiglia: mi piace il suo calcio, ho imparato tanto e gli auguro il meglio al Tottenham».

Come andò con Rabiot?
«Non porto rancore. Siamo adulti, a volte si eccede trascinati dalle emozioni poi ci si stringe la mano e si va avanti. Magari è successo ad altri ma non è diventato pubblico. Nella vita tutto succede per una ragione: in fondo quell’episodio mi ha portato qua».

Che sfida vi attende con l’Aston Villa?
«Voglio vincere e aiutare la squadra a passare il turno. Ho giocato spesso contro i Villans , un club di livello. Hanno un buon allenatore e grandi giocatori, come Elliott che ha giocato con me in Under 21. Non sarà facile, ma non lo sarà nemmeno per loro».

A partire da giovedì qui al Dall’Ara.
«I tifosi ci spingeranno come sempre, in campo noi dovremo pareggiare la loro energia e dare a loro il risultato positivo che meritano per prenderci un vantaggio in vista del ritorno al Villa Park. Sono tra le favorite: se riusciremo a batterli, sarà benzina preziosa per la nostra fiducia».

In estate segnò il gol che diede all’Inghilterra l’Europeo Under 21. Ha ancora speranze per il Mondiale?

«Sì, mancano due mesi e cercherò di attirare l’attenzione del CT il più possibile».

Qual è il suo posto preferito in città?
«Lo stadio. In fondo è la ragione per cui sono qui. Quando ho tempo faccio un giro intorno alla città, come in Appennino e vado a rilassarmi. E poi il cibo: mesi fa dissi che adoravo la pasta al pesto ma inizio ad apprezzare anche tortellini e lasagne».

Sulla sua pagina Instagram c’è scritto «i sogni sono più importanti dei soldi». 
«È la frase di un brano rap, inquadra i miei valori: la felicità viene prima di tutto».

Il sogno ora è battere l’Aston Villa. Come? 

«Non c’è bisogno di complicarci la vita: il calcio è un gioco semplice, dobbiamo segnare più gol di loro. E possiamo farlo».

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