Bologna FC
Cristian Frabboni: «Io, punito ingiustamente»
Uno degli storici leader della curva Bulgarelli, Cristian Frabboni, fermato da un Daspo per due anni. Ci racconta perché e come intende battersi per far valere le proprie ragioni
di Marco Tarozzi
Non è facile spiegare il mondo ultras senza cadere nei luoghi comuni. Allora proviamo a raccontarlo attraverso chi ne è parte da più di trent’anni. Uno come Cristian Frabboni, che si è avvicinato passo dopo passo alla curva, («prima accomodandomi in alto, da solo, poi scendendo poco alla volta verso
il basso, incontrando, confrontandomi, all’inizio anche facendomi cacciare»), diventandone un punto di riferimento. Uno che quella realtà non la vive con rabbia, ma riversandoci tutta la passione per i colori rossoblù. Uno che oggi rigira tra le mani un foglio che gli comunica ufficialmente che dovrà stare
ontano dalle tribune degli stadi per due anni. E non solo da quella del Dall’Ara. «Non posso andare a vedere nemmeno il Medicina, l’Osteria Grande, il Mezzolara. Devo vivere ai margini del calcio, ma non lo trovo giusto».
Doccia fredda
Si chiama Daspo, quella comunicazione. Gliel’hanno recapitata prima di Natale, e lui sapeva che sarebbe arrivata. A lui come ad altri quattro ragazzi che gli stavano accanto la sera del 6 novembre scorso, quando in campo il Bologna se la vedeva con i norvegesi del Brann nella quarta giornata della
fase campionato di Europa League. La sera in cui la curva Bulgarelli dette spettacolo, con una coreografia fatta di luci, fumi colorati, torce accese e fuochi d’artificio che incantò tutti. Compresi gli avversari: sui social del Brann, le immagini di quello spettacolo servirono a colorare la cronaca della partita.
Forse la parte migliore di una sfida finita senza reti, in campo. Ma non è sempre vero che tutto è bene quel che finisce bene. Infatti c’è quel foglio tra le mani di Cristian, e le parole escono fluide perché lui ha una gran voglia di spiegare, chiarire, capire.
Proviamo a raccontarla dall’inizio, questa storia?
«Allora bisogna partire da lontano. Dalla finale di Coppa Italia dello scorso maggio. Dopo la coreografia dell’Olimpico, ci erano rimasti in cassa 1500 euro. Abbiamo pensato di utilizzarli per creare una bella atmosfera, scegliendo una vetrina continentale e organizzando un pyroshow per la
partita serale contro il Brann al Dall’Ara. Non era una cosa nuova: lo avevamo già fatto dieci mesi prima, il 21 gennaio 2025 in occasione della gara interna col Borussia Dortmund, e addirittura il 20 maggio 2024, prima del famoso Bologna-Juventus 3-3, per festeggiare la conquista della Champions.
Il Questore, in tutti e tre i casi, era il dottor Antonio Sbordone, che adesso è andato via».
Spettacolo
Cosa puoi dirci, oggi, di quella coreografia?
«Che avevamo organizzato qualcosa di assolutamente non pericoloso, facendo tutte le cose in massima sicurezza. I flash non sono infiammabili, le fiaccole erano posizionate in basso. E che è stato uno spettacolo celebrato da tutti, anche da quelli del Brann, come si diceva. Solo che la mattina dopo,
alle nove e mezza, mi hanno chiamato dalla Questura, dicendomi che dovevano parlarmi di quello che era successo al Dall’Ara».
Non avete soltanto parlato.
«Mi hanno notificato un avviso di garanzia. Così come ad altri quattro ragazzi della curva. I reati contestati sono di “posizionamento ed accensione” di materiale che aveva provocato pericolo anche per la ridotta visibilità che ne era scaturita: prima che la partita iniziasse, ci tengo a precisarlo. A me, in
particolare, si contesta solo di aver “posizionato” le fiaccole, e poi di essere rimasto “ad assistere”. Posso dire che quando sono entrato ho visto le fiaccole a terra e ho indicato ad alcuni dei ragazzi come andavano fissate, proprio per evitare che potessero creare problemi. Poi, non è che io possa
avere il controllo di tutta la curva Bulgarelli, non mi si può chiedere di essereresponsabile di più di cento fiaccole».
Incomprensioni
Perché, secondo te, quello che era passato senza preoccupazioni
contro Juve e Borussia è diventato un problema nella sera di Bologna-
Brann?
«Devo dire che sono cambiate anche le persone. Da febbraio del 2025 il Capo della Digos è il dottor Andrea Canaparo, che è arrivato da una piazza difficile come Milano, passando poi per qualche mese a Trieste. Il primo contatto con lui c’è stato prima della finale di Coppa Italia, quando gli ho fatto subito presente la realtà della curva rossoblù, mai coinvolta in situazioni torbide, mai alla ricerca di fonti di guadagno illegali. Un incontro civile, equilibrato. Lui ha portato con sé il retaggio di un lavoro svolto in ambienti più caldi, particolarmente delicato. Fatto sta che da quel momento alcune decisioni hanno creato situazioni di disagio. Penso, per esempio, ai cinque Daspo recapitati a ragazzi della curva proprio alla vigilia della finale di Roma. Pensare che all’Olimpico, uscendo dopo la conquista della Coppa Italia, noi tifosi abbiamo ricevuto i complimenti di tutti, anche degli uomini del commissariato Prati, che hanno apprezzato il fatto che avessimo dato ai nostri indicazioni precise di rispettare gli ambienti».
Regalo di Natale
Torniamo alla notifica del 7 novembre. Reazioni?
«Mi sono mosso subito. Il giorno dopo anche il Bologna ha fatto presente che non era successo nulla di grave, proponendo un incontro con il dottor Canaparo. Si è fatto e c’era la società rappresentata dallo Slo, Mirco Sandoni, e dal responsabile della sicurezza al Dall’Ara, c’eravamo noi Ultras, ma anche il presidente del Centro Bologna Clubs, Andrea Coppari. Ognuno ha detto la sua, e da quell’incontro pareva emergere la volontà del Questore di sospendere l’emissione dei Daspo».
Invece…
«A me è stato notificato il 17 dicembre. Ad oggi, quattro dei cinque avvisi si sono tramutati in Daspo. Io ho avuto uno stop di due anni. Affibbiati di colpo a uno che frequenta la curva rossoblù da circa trentacinque stagioni e finora non aveva rimediato nemmeno un richiamo. E che, ci tengo a dirlo, ha 54 anni e fa di mestiere il veterinario, dunque è iscritto a un Ordine professionale, da incensurato. Io ho lo spirito ultras, ma ho sempre cercato di mantenere un equilibrio e di infonderlo in quelli che per un motivo o per l’altro si fidano di me».
La passione vince
Bologna FC (©Bologna FC 1909)
Parliamone, di questo “spirito ultras”. Cosa significa per te?
«Dentro ci sono la mia storia, i miei legami familiari e il mio amore per il Bologna. Ho iniziato a frequentare il Dall’Ara quando ancora si chiamava soltanto Comunale, nel 1977. Fino al 1983 ci sono andato con papà, nei Distinti. Ma guardavo sempre verso la curva Andrea Costa, mi sembrava che
lì ci fosse il cuore del tifo. Quando siamo tornati in Serie A, nell’era Maifredi, ho iniziato a frequentarla, da solo. Come ho detto, stavo lassù e ogni anno scendevo un po’. Ho iniziato a vivere attivamente il mondo ultras dal 1992. Ci ho portato la mia passione, e credo che sia quella la chiave del mio modo di interpretare il ruolo».
Cristian prova a spiegarla in poche frasi.
«C’è chi ci nasce, ultras, e allora quello spirito viene prima della passione. Io ho iniziato ad amare il Bologna a sette anni, e quell’amore me l’ha trasmesso mio padre. Alla curva sono approdato con quel bagaglio già addosso».
Da quando è al timone Joey Saputo, la tua posizione è sempre stata, diciamo così, “aziendalista”, anche nei momenti più difficili.
«Vero, sono sempre stato dalla parte della società. Ma mai per interesse. Semplicemente perché ho capito che gli interpreti, i protagonisti di un cambiamento che oggi ha riportato il Bologna ai vertici, erano appassionati, trasparenti. Persone oneste e per bene».
Come Giuseppe Gazzoni, ai quali alla fine avete chiesto scusa.
«Su quello striscione allo stadio c’era la mia calligrafia. L’ho scritto personalmente e ne sono orgoglioso. Ero tra quelli che l’avevano contestato, gliele dovevo quelle scuse».
Le ragioni del cuore di Cristian Frabboni
Nel carrozzone del calcio di oggi, i tifosi sono spinti sempre più ai margini. Come si fa a trasmettere quella voglia e quella passione ai giovani, in condizioni sempre più complicate?
«Il mondo ultras fatica ad abituarsi a questi continui cambiamenti. Cerca di difendere i propri princìpi, e lo fa anche a costo di stare lontano dallo spettacolo, consapevole che non si allontanerà mai da ciò che ama. Per noi diventa complicato intersecare i nostri valori con le regole che tante società stanno mettendo, spesso veri e propri paletti. Per fortuna, il Bologna non è così. Qui si continua ad ascoltare la voce dei tifosi, si rispettano le loro necessità. E a Casteldebole cercano continuamente il dialogo con le altre società, anche su questo fronte».
Torniamo a quei due anni di interdizione. Ora che cosa conti di fare Cristian?
«Per esperienza, di Daspo ne ho visti togliere pochi, quindi non mi faccio illusioni. Ma percorrerò tutte le strade possibili, insieme all’avvocato Gabriele Bordoni che mi segue. Per un semplice motivo: ritengo di avere subìto un’ingiustizia».
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