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Radiabo: Gil De Ponti e il calcio che non c’è più: Bologna, passione e sacrificio

Intervistato su Radiabo da Marco Tarozzi, Gil De Ponti ha parlato di un calcio che non c’è più, quello degli anni ’70 di cui è stato protagonista anche a Bologna

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Figurina celebrativa autografata di Gil De Ponti al Bologna

Gil De Ponti è stato ospite del programma di Marco Tarozzi “Tutta mia è la città”, in onda su Radiabo, e la chiacchierata tra i due è stata l’occasione di parlare di un calcio che non c’è più, fatto più di passione che di ragionamenti, di fantasia più che di schemi da seguire rigidamente.

Il calcio degli anni Settanta, infatti, non era solo tattica o risultati: era sacrificio sudore e chilometri su campi non sempre perfetti. Gil De Ponti, protagonista di quel periodo tra Serie A e B soprattutto con Bologna, Avellino e Cesena, in carna perfettamente un calcio ormai lontano, con una carriera costruita senza scorciatoie, partendo dalla provincia e arrivando ai massimi livelli quasi in punta di piedi. Una carriera nata dall’autentico amore per il pallone.

Una passione mai perduta: «Anche se giocavo in Serie A, mi sembrava di giocare sempre nei dilettanti. Davo tutto».

De Ponti è arrivato tardi nel calcio che conta, e anche questo è stato decisivo nel mantenere una certa mentalità. Non si è mai sentito un predestinato e addirittura non pensava di poter arrivare alla Serie A. Poi la svolta durante un derby in Serie C: «Giocai perché la punta titolare era malata, feci due gol e da lì è partita la mia carriera».

L'immagine di Gil De Ponti utilizzata per la bandiera che il figlio sventola in curva a Bologna

L’immagine di Gil De Ponti utilizzata per la bandiera che il figlio sventola in curva a Bologna

Bologna, più di una maglia

Il figlio delle stelle, questo il soprannome di De Ponti quando giocava, evidenzia come tra tutte le squadre Bologna rappresenti molto più di una parentesi sportiva. È il luogo dove non ha solo segnato e sofferto ma dove ha costruito la sua vita, ha creato la propria famiglia.

«Mio figlio è nato e vive a Bologna ed è tifoso bolognese». In effetti il figlio di Gil è abbonato in Curva da sempre e assieme ai suoi amici sventola un bandierone proprio con l’immagine del padre.

Un legame che spiega anche perché abbia scelto di restare, o tornare, anche in momenti meno gloriosi. Il legame con una città contava più della categoria o del prestigio. Era un calcio umano, fatto di rapporti diretti e di semplicità.

Un legame talmente forte per cui Gil è stato intervistato a “Tutta mia è la città”, un programma che racconta Bologna attraverso i bolognesi, perché, in fondo, De Ponti pur essendo nato a Firenze è bolognese in tutto e per tutto.

Pensate a cosa accadrebbe oggi se un giovane calciatore camminasse per la città con un’oca al guinzaglio, come fece Gil a Cesena. Ci sarebbe un putiferio. Davvero un altro calcio.

Gil De Ponti nel 2019

Gil De Ponti nel 2019

Il fine carriera e la malattia

Dopo la carriera da calciatore, De Ponti ha intrapreso quella da allenatore che però ha dovuto interrompere in modo brusco per via di una malattia. Un periodo durissimo che oggi però può essere guardato con maggiore lucidità e con orgoglio: «Essere qui oggi, nel 2026, è una bella vittoria».

Il calcio moderno sotto esame

Il confronto tra ieri e oggi è inevitabile. Manca forse il “calcio di strada”, quello che formava uomini prima che calciatori. Un calcio meno tattico e meno veloce, ma con maggior fantasia: «Oggi è tutta corsa, prima c’era più invenzione».

Un calcio che, con buona pace dei nostalgici, non tornerà più, ma di cui giocatori e personaggi come Gil De Ponti restano il simbolo. Ed è giusto continuare ad ascoltarli e a ricordarci di chi ha fatto la storia del Bologna.

Di questo e tanto altro hanno parlato Tarozzi e De Ponti, e se volete ascoltare il programma integrale, trovate il podcast all’inizio di questo articolo.

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