"Calcio Perfetto" di Bruno Riccò - 24 Giugno

Scritto da  Torben Grael Giu 24, 2013

Quando il giornalista e amico Ugo Mencherini mi ha proposto questa intervista, non ci ho pensato  sopra un momento, perché l’idea era assolutamente stuzzicante:  parlare di un libro sul calcio (quindi di una grande passione) tramite gli occhi  di uno scienziato quale il Professor Bruno Riccò, non era esperienza da tutti i giorni. “Calcio Perfetto” (questo il titolo del romanzo, edito da Pendragon) era un’ottima occasione per approfondire una tesi affascinante sull’evoluzione futura dei  nostri sistemi sociali di relazione, ma non solo, che prefigura una possibile contrapposizione tra il “reale” (in progressivo abbandono in quanto imperfetto ed inefficiente) e il “virtuale”, cioè attività e rapporti sempre più costruiti e mediati dai computer, perciò teoricamente “perfetti”, ma….

Per questo martedì scorso  mi sono arrampicato su per Via Vallescura, per entrare nella Facoltà di Ingegneria ed incontrare Bruno Riccò, per approfondire questo affascinante tema. Da questo incontro è nata una piacevole intervista che mi ha permesso di conoscere meglio l’uomo e il professionista autore di questo interessantissimo romanzo.

 

Buona sera Professore, prima di addentrarci sulla storia di “Calcio Perfetto”, ci piacerebbe conoscere alcuni passaggi della Sua storia professionale

 

Sono “da una vita” (più precisamente dal 1980) Professore di Elettronica all’Università, professione all’interno della quale ho sempre privilegiato la parte scientifica e di ricerca, svolta sia in Italia che in giro per il mondo, occupandomi principalmente di microelettronica. In particolare, ho cominciato occupandomi di dispositivi a semiconduttore (i transistor), per poi passare ai circuiti integrati (quelli che costituiscono l’ hardware dei computer) ed arrivare ai sensori e ai sistemi digitali che rendono sempre più “intelligenti” le macchine, i sistemi e gli oggetti con cui abbiamo a che fare nella vita di tutti i giorni.

Un Professore che da così tanto tempo ricopre un ruolo di educatore ed insegnante, nella sua accezione più alta del termine, quale consiglio si sentirebbe di dare ai neo maturandi che aspirano ad una laurea importante come quella di ingegneria?

Prima di tutto, credo che debba sempre essere la passione a guidare la scelta di un ragazzo. Ingegneria è un tipo di studio che porta a trovare con facilità un posto di lavoro e anche se il percorso fino alla laurea dura spesso 6 o 7 anni, ritengo che l’impegno valga la pena, perché una laurea in ingegneria rappresenta una sicurezza per il mondo professionale, anche di alto livello. Gli studi in ingegneria preparano per attività anche molto diversificate e, nonostante la crisi economica che stiamo attraversando, rimangono quelli più richiesti dall’ambiente produttivo, anche da quello del nostro territorio. Questo, senza escludere la possibilità di svolgere attività in proprio, magari anche attraverso la creazione di una impresa. Oggi si parla molto, anche da parte dei politici (per la verità, spesso a sproposito) delle cosiddette “Start Up”, piccole imprese, tipicamente create da giovani all’uscita dalle università, per provare a portare sul mercato idee maturate durante gli studi o frutto di hobby praticati con passione e tenacia. Anche per questo tipo di attività, la laurea in ingegneria rappresenta un ottimo punto di partenza.

Accanto al suo lungo e articolato percorso professionale di docenza e ricerca, lei ha coltivato una grande passione per la scrittura (all’attivo ci sono 4 romanzi): ci racconta come si è sviluppata e con quali obiettivi?

Prima di tutto, mi è sempre piaciuto molto leggere. Poi sono una persona molto attiva, nel senso che se vedo una partita di calcio mi viene voglia di giocare, se leggo di una ricerca sento il desiderio di provare altre strade per trovare una soluzione, se sento ad un discorso politico mi piacerebbe dire la mia,… Perciò, credo che la passione per la scrittura per me sia venuta da quella per la lettura, che l’ha certamente preceduta. Inoltre, per me scrivere rappresenta anche una valvola di sfogo per la fantasia, troppo spesso tenuta a freno e sacrificata dalle esigenze della vita, sia professionale che di tutti i giorni, specialmente in periodi difficili come quello che stiamo attraversando, che non offre molte occasioni per “volare in alto”. Nel caso specifico di “Calcio Perfetto”, poi, la passione della scrittura si  è fusa con quella per il calcio, uno sport che ho praticato fin da quand’ero ragazzo, e seguo ancora molto, in ambito sia nazionale che internazionale.

Come nasce “Calcio Perfetto” e di cosa parla?

Beh, intanto, come gli altri romanzi che ho scritto finora, “Calcio Perfetto” ha qualcosa a che fare con la mia attività di ricerca, perché prende spunto dalle possibili evoluzioni di tecnologie che conosco. Dal punto di vista dei contenuti, invece, i miei libri hanno una caratteristica comune: affrontano problemi importanti della nostra società, cercando di ipotizzarne lo sviluppo futuro per portarli ad estreme conseguenze e  metterne meglio in evidenza conseguenze e pericoli.  “Calcio Perfetto, per esempio, parla della progressiva  “virtualizzazione” della società e dei rapporti umani, cioè del fatto che sempre di più tutte le attività dell’uomo (di tipo professionale, relazionale, ludico, affettivo,…,) si svolgono sempre più mediante computer, che le rendono più efficienti e teoricamente “perfette”, ma anche impersonali e prive dell’essenziale contributo della straordinaria versatilità dell’essere umano. Per trattare questo tema, ho immaginato il nostro mondo tra poche decine di anni ed ho preso il calcio come esempio di attività suscettibile di completa “virtualizzazione”. D’altra parte, già oggi i ragazzi non giocano al calcio molto più sul computer che col pallone vero? Nel mio romanzo, il “calcio che conta”, con campionati, tifosi, investimenti,…  si gioca soltanto con tecnologie avanzate, che riproducono partite come quelle che siamo abituati a vedere oggi in televisione. Invece, il calcio “reale”, come lo concepiamo adesso, sopravvive soltanto ai margini della società, come passatempo per le classi meno abbienti e diseredate. Il protagonista del racconto, Roby, è un giovane di buona famiglia, molto dotato per il calcio virtuale, chiamato  “Perfetto” perché privo delle imperfezioni della realtà: i campi sono sempre perfetti , il pallone rimbalza sempre come dovrebbe, nessuno si fa mai male, la temperatura è sempre ideale,…. Allo stesso tempo, però, Roby è attratto anche dal calcio “reale”, tanto da giocarlo quasi di nascosto la domenica mattina, insieme con ragazzi molto diversi da lui per estrazione sociale, che hanno scarsa dimestichezza e nessuna passione per le tecnologie. Roby diventa amico con questi suoi compagni di gioco, che gli presentano un’altra faccia della realtà, molto più semplice e “fisica” di quella del mondo di cui lui fa parte. Proprio l’esperienza di calcio “reale” con questi improbabili compagni di partite su campi sterrati e divise scombinate permette a Roby di diventare un campione di “Calcio Perfetto”, con una vicenda professionale ed umana sempre in bilico tra le esigenze di perfezione del mondo virtuale e il forte richiamo della realtà necessariamente “imperfetta”. Naturalmente, “Calcio Perfetto” non parla soltanto di calcio, ma della storia di un ragazzo con tutte le sfaccettature che questo inevitabilmente comporta. Però, c’è molto anche del calcio e di come potrebbe davvero diventare in futuro, nel bene e nel male…

 

Ringraziamo il Professore Riccò e la sua gentile disponibilità e Vi rimandiamo alla lettura di questo interessante romanzo per scoprire il finale della storia. E per chi avesse voglia di approfondire questo tema, vi consigliamo l'incontro di giovedì prossimo con l'autore che sotto Vi segnaliamo.

Ultima modifica il Sabato, 27 Agosto 2016 23:04