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Ciclismo – Paris – Roubaix: la legge del Pavè

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Definirla strada sarebbe esagerato. E’ piuttosto una mulattiera che si incunea tra gli alberi, costeggiata da un fossato di acqua nerastra che odora del carbone delle miniere qui intorno, ora in gran parte dismesse. Miniere in cui tanta gente, lasciata la campagna, cercava la speranza di un futuro migliore, incontrando invece la malattia e la morte.

E’ una mulattiera di pietre lunga più di due chilometri che qui chiamano “Trouée d’Arenberg”, e che da noi è meglio nota come “La Foresta di Arenberg”. Da circa cinquant’anni, il tratto più duro della Paris-Roubaix che domani, come da centoventitre anni a questa parte, prenderà il via da Compiègne per concludersi nel Velodromo di Roubaix, cittadina francese posta a due passi dalle terre fiamminghe.

Cammino sui cubetti di porfido sconnessi. Li scruto. Li fotografo. Mi chino per toccare le pietre simbolo di quella che non so se sia la corsa più bella del mondo, ma è certo la più particolare, la più speciale, unica nel suo genere. Qualcuno la definì come “l’ultima follia del ciclismo moderno”, e quel qualcuno non aveva certamente torto visto che occorre essere dei folli per buttarsi ai cinquanta all’ora su quei sassi, a cavallo di una bicicletta con dei copertoncini di pochi centimetri.

-Così mi fai il solletico! – grida qualcuno in Francese.

Mi guardo intorno. Nessuno. La mia famiglia è rimasta alla macchina qualche centinaio di metri più in là, e le persone più vicine sono quei Bretoni che, là in fondo, espongono le loro bandiere diversamente colorate.

Faccio per tornare sui miei passi, quando….

-Ehi dico a te! Mi hai fatto il solletico e adesso mi stai pure calpestando con tutti quei chili in eccesso che ti ritrovi…- continua la voce di prima.

Mi guardo ancora attorno, ma non si vede nessuno. Poi rivolgo il mio sguardo verso il basso, da dove mi sembrava venisse la voce.

-Oh finalmente hai capito chi sono! -insiste.

Sono un folle! O forse ho semplicemente bevuto troppo anche se non mi pareva. Sposto i miei piedi di alcuni centimetri e vedo che uno degli infiniti blocchetti di porfido di cui è costituito questo sentiero si è come animato con tanto di occhietti e bocca, e continua a parlare.

-Non mi dica che lei è….- affermo mentre cerco di darmi dei pizzicotti dato che sto certamente sognando: non ci può essere nulla di vero nel fatto di trovarmi qui, tra questi alberi, intento a dialogare con un cubetto di porfido, con un sasso insomma.

-Un blocco di pavé, appunto! Uno di quegli infiniti pezzi di porfido che da anni, anzi da decenni vengono calpestati da centinaia di ruote di biciclette. Tutte uguali, per me. Tutte diverse per voi umani. O almeno tutti diversi i nomi di coloro che quelle biciclette cavalcavano di volta in volta.

Nomi famosi e meno famosi. Gente che qui ha messo le basi per vincere la corsa e gente che invece l’ha persa. Se ti concentri un attimo puoi sentire le loro imprecazioni magari dopo una caduta o una foratura causata proprio da me o da uno dei miei simili. Campioni come Merckx, De Vlaemink, Moser, Hinault, il povero Ballerini, Museeuw, Cancellara, Boonen che sul pavé hanno costruito la loro leggenda, o personaggi “minori” che però hanno trovato qui la loro giornata di gloria memorabile di cui si parlerà per sempre, o ancora gregari che hanno avuto la soddisfazione di offrire la bici al loro capitano vittima di un qualche incidente tecnico, provando poi la gioia divederlo vincere alla fine proprio grazie al loro aiuto. Quanti nomi, quanti personaggi ho visto passare qui. Quante storie potrei raccontare: storie di sudore, bestemmie, lacrime, ma anche di piccole grandi gioie.

-E domani…- riesco solo a dire mentre incantato continuo ad ascoltare la voce.

-E domani ci risiamo. La sfida si rinnova ancora, e, come sempre, saremo noi piccoli cubetti di pavéa deciderla. Noi qui all’Arenberg. O a Mons-en-Pévèle. O al Carrefour de l’Arbre. Comesempre racconterete l’impresa di qualche tizio che saprà domarci meglio degli altri, e che riuscirà ad arrivare al velodromo in solitudine o battendo un manipolo di altri avventurieri, e vi dimenticherete non solo di tutti gli altri corridori che pure fanno parte come i vincitori dello spettacolo, ma anche e soprattutto di noi, unici arbitri della sfida. Noi, che fino a qualche anno fa qualche mente umana bacata voleva far scomparire per far spazio all’asfalto ed al progresso, e meno male che un manipolo di volenterosi si è opposto impedendo l’abominio della nostra estinzione e con essa la fine di questa corsa unica. Noi, considerati alla stregua di un trofeo da esporre in una bacheca già piena di allori, oppure in una semi vuota, visto che uno di noi verrà utilizzato come premio per il vincitore. Lo so, lo so, adesso vorresti che ti dicessi chi è il mio favorito per domani. Lo slovacco Peter Sagan, vincitore della scorsa edizione, che però quest’anno non ha ancora battuto chiodo nelle classiche che voi umani chiamate “monumento”? Il fiammingo Greg Van Avermaet, vincitore nel 2017, o uno dei suoi connazionali come Naesen, Lampaert, Vanmarke e Van Aert? Il Norvegese Kristoff o il tedesco Degenkolb (vincitore nel 2015)? Gente come Stybar e Rowe? O ancora qualcun altro: so che tu spereresti in un Italiano, visto che l'ultimo dei vostri a trionfare da queste parti fu Andrea Tafi nell’ormai lontanissimo 1999. Non ci sarà Bettiol, fresco vincitore al Giro delle Fiandre, ma magari Matteo Trentin, o Daniel Oss…chissà…

La verità è che non ne ho idea. La verità è che tutto verrà deciso domani. Dai corridori. E dalla strada, di cui io sono uno dei minuscoli, ma fondamentali componenti.

Scuoto la testa. Vorrei chiedere ancora un sacco di cose. Sui campioni del passato. Sulla corsa di domani. Ma mi sento quasi paralizzato. E ancora incredulo per quanto è appena accaduto. Così mi allontano. Lentamente. A piccoli passi timidi. Mi volto con aria perplessa. Ancora un paio di foto e

poi…

-Ehi papààààà….non avevi detto che dovevi andare a vedere la strada dove passano domani i

corridori? – urla una vocina che ben conosco.

-Ti eri addormentato e ti ho lasciato stare, anche se parlavi nel sonno dicendo nomi incomprensibili- dice adesso la voce di mia moglie.

Apro gli occhi. Me li stropiccio con le mani. Inforco i miei occhiali. Guardo prima la bambina sul sedile posteriore e poi punto il mio sguardo sul parabrezza. Vedo alcune automobili parcheggiate, poi delle biciclette appoggiate ad una transenna, ed alcune persone che parlano tra loro.

Apro la portiera scuotendo la testa. Prendo la mia macchina fotografica. Faccio scendere la bimba e per mano percorriamo i pochi metri di asfalto che ci separano dalla mulattiera di pietra che passa in mezzo agli alberi. Cammino sui cubetti in porfido. Li scruto. Li fotografo. Li accarezzo.

– Chi vince domani? – mi domanda qualcuno, stavolta in Italiano, anche se con forte accento francese. Mi volto. Subito non vedo nessuno. Sto per guardare in basso, verso i miei piedi. Ma poi guardo meglio. Dietro un albero c’è una persona, un padre con un bimbo che come noi fanno la perlustrazione.

Mi viene da ridere. Ma invece sorrido e faccio spallucce.

– Forse Sagan, o Van Avermaet, o Kristoff, o magari qualcun altro, chi lo sa?

– Oppure un Italiano come domenica (ero sull’Oude Kwaremont e l’ho visto passare solo)! Io lo

spero. Sono nato a pochi chilometri da qui, ma la mia famiglia è del Friuli e ci vado ogni anno per

le vacanze…

– Difficile, ma non si sa mai…e comunque come sempre lo decideranno questi! – indico col dito uno

degli infiniti cubetti di porfido sulla strada.

– Giusto! Il pavé! La strada! – ribatte con convinzione il mio nuovo amico.

Scambiamo ancora qualche parola sulla corsa. Poi decidiamo di salutarci, e lo facciamo calorosamente, come se ci conoscessimo da una vita.

Ci diamo appuntamento per domani, sempre qui. Con i nostri rispettivi cuccioli che potranno giocare insieme.

Domani: quando la strada della Roubaix, quei piccoli-grandi cubetti di porfido che adesso stiamo calpestando, emetteranno ancora una volta, come da oltre centoventi anni, la loro sentenza inappellabile.

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