Bologna FC
Bologna, l’Europa è stata un sogno? Il tarlo di restare grandi
Tra somme conclusive e bilanci disillusi, ecco perché la sanguinosa esclusione dall’Europa non deve far smarrire la via maestra al Bologna
Un vecchio detto popolare recita: «L’appetito vien mangiando». E forse, dopo Aston Villa-Bologna 4-0, taluni, tra i più saggi e assennati dei tifosi rossoblù, lo ricorderanno a talaltri, maggiormente sconsolati e delusi al pensiero di non calcare più, la prossima stagione, i grandi palcoscenici d’Europa.
Difficile biasimarli in realtà: il tonfo a Villa Park è stato fragoroso (agg. 7-1); la piazza, comunque, è unita, ma giustamente stordita.
Eppure, prima di cedere al malcontento, occorre contestualizzare la sconfitta e operare un esercizio di memoria. Bisogna riavvolgere il nastro di questi anni per isolare con lucidità eventuali criticità e dissotterrare la via maestra.
Aston Villa e Bologna: il confronto
Quella che ha contrapposto Bologna e Aston Villa è stata una sfida di campo, ma anche lo scontro tra due ecosistemi calcistici quasi agli antipodi.
Sicuramente Italiano e i suoi ragazzi hanno commesso qualche errore sul manto verde del Dall’Ara e del Villa Park, ma il vero divario, ampio, è maturato soprattutto fuori dal rettangolo di gioco.
Aston Villa
Con una rosa dal valore di 547,50 milioni di euro, il Villa è il fiore all’occhiello di V Sports, una Holding Multi-club che opera su scala mondiale e della quale i Villans costituiscono l’asset ammiraglio, inserito in una rete di club satellite e partner strategici.
V Sports possiede, infatti, azioni del Vitória Sport Clube (Portogallo), del Real Unión (Spagna), della ZED FC (Egitto) e collabora con Vissel Kobe (Giappone) e ASEC Mimosas (Costa d’Avorio).
Questo network, oltre a rinforzare il brand, consente all’Aston Villa di monitorare talenti emergenti in mercati diversi, garantendogli prelazioni a costi contenuti e offrendo palestre ideali per i giovani dell’Academy che possono crescere in campionati competitivi.
Inoltre, la condivisione di risorse (scouting, metodologie di allenamento, dati analitici) tra tutte le parti in causa, riduce i costi operativi complessivi e fornisce a tutti i soggetti gli stessi strumenti all’avanguardia.
Se tutto ciò non bastasse, i proprietari Nassef Sawiris e Wes Edens detengono anche quote del Madison Square Garden Sports (New York Knicks e Rangers) e dei Milwaukee Bucks nella NBA, per un patrimonio globale di circa 15 miliardi di euro.
Il solo Aston Villa, nella stagione 2024-2025, dai diritti TV ha ricavato 300 milioni di euro, per un fatturato totale di circa 453,7 milioni di euro.
Bologna
Anche il Bologna segue il modello della Multi-Club Ownership integrata, in quanto il presidente Joey Saputo, il cui patrimonio stimato si attesta sui 6 miliardi di euro, è anche parallelamente alla guida del CF Montréal in MLS.
Seppur le sinergie tra i due club permettano scambi di competenze e giocatori attraverso l’Atlantico, questa realtà non è paragonabile al gigante inglese.
Il Bologna si è riaffacciato in Europa dopo oltre vent’anni; il suo valore rosa attuale è di 283 milioni di euro, esattamente la metà di quello britannico.
La forbice economica si allarga guardando ai bilanci della stagione 24/25: un fatturato di 224 milioni di euro, di cui solo 93,7 milioni derivanti dai diritti TV. In termini finanziari, il Bologna muove un giro d’affari che è, mediamente, quasi un terzo di quello del Villa.
Può apparire crudo, ma analizzando questi numeri la partita sembrava segnata ancor prima del fischio d’inizio. Eppure, il fascino del calcio risiede proprio nella sua capacità di sovvertire i pronostici, lasciando sempre aperta la speranza che Davide possa, contro ogni logica economica, abbattere Golia.
Tutto da buttare?
Il Bologna, da solo, non può colmare il divario con i giganti della Premier League; quella è una sfida che riguarda l’intero sistema calcio italiano. Eppure, osservando l’orizzonte dall’ottavo posto e verso un’annata senza coppe, non bisogna dimenticarsi che, per oltre vent’anni, questa era stata la normalità.
Il malcontento odierno è salubre, segnale di un’ambizione accresciuta, ma la riflessione deve restare lucida.
Joey Saputo ha rilevato il club nel 2014, quando languiva in Serie B, e lo ha condotto verso una stabilità economica e una serenità che sono state il preludio al sogno Champions.
È stato un percorso scandito da scelte umane e professionali vincenti: dalle intuizioni di Pantaleo Corvino alla solidità di Riccardo Bigon, passando per il lavoro di Donadoni e del buon Siniša.
Poi la svolta definitiva: l’approdo a Casteldebole di Giovanni Sartori, il “Demiurgo” del miracolo Atalanta, e della bandiera Marco Di Vaio. Insieme a tecnici come Thiago Motta e Vincenzo Italiano, il Bologna ha centrato qualificazioni europee eccitanti e toccato record di fatturato inauditi.
Il climax di questa crescita è stato pressoché perfetto. E se oggi qualche ingranaggio sembra essersi inceppato, è utile considerare che il successo non è un format industriale riproducibile in serie: vive di alchimie sottili tra scouting, dirigenza e spogliatoio.
La morale
La lezione di questa stagione è stata dura, ma preziosa: la rosa, probabilmente, è stata smantellata troppo in estate e ha mostrato di non avere la profondità necessaria per reggere il doppio impegno; Italiano e i calciatori, dal canto loro, hanno pagato il dazio di un’esperienza europea ancora da consolidare.
Tuttavia, non si può buttare tutto alle ortiche per un’annata senza Europa.
A prescindere dal futuro della panchina, la “linea verde” tracciata da Saputo e Sartori resta la certezza granitica di questa realtà; dopo l’Atalanta, è ancora senza dubbio il Bologna il modello italiano virtuoso da seguire per provare ad avvicinarsi alle big europee, e tale deve rimanere.
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