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Il Bologna che “tremare il mondo fa”: anniversario del 5° scudetto 

Riviviamo il trionfo: oggi, 87 anni fa, il Bologna espugnava Campo Testaccio e cuciva sul petto il suo quinto, storico scudetto

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Bologna 30 aprile 1939
Illustrazione celebrativa del Bologna campione d'Italia 1938/39." (AI Generated Image)

Un ronzio sommesso, singhiozzante. Il profumo legnoso del mobile radio permea il salone e, d’improvviso, il silenzio è rotto dal gracchiare rassicurante dell’etere.

Una voce argentea, quasi eroica, annulla le distanze domando il segnale: è il 30 aprile 1939 e da Campo Testaccio giunge la cronaca di Roma-Bologna; quella gara, vinta 0-1 dai felsinei, ci consente oggi di celebrare l’anniversario del 5° storico scudetto del Bologna.

Il Metodo

Mentre valvole emanano una luce calda e purpurea, la voce del cronista disegna una scacchiera.

Anche in questo modo si può scorgere la mano di Hermann Felsner dietro al dominio rossoblù della gara; lo si percepisce dal ritmo galoppante del cantore, che stenta nel rincorrere l’azione.

L’allenatore austriaco è subentrato ad Árpád Weisz, genio ungherese che, prima di essere inghiottito dall’orrore di Auschwitz, ha fatto grande il Bologna in Europa.

Felsner riporta in Emilia il “Metodo“, il suo 2-3-2-3, quel sistema a doppia “W” dove la mediana a tre fa da scudo ai difensori per liberare cinque giocatori in un’offensiva totale.

Gli undici

Ceresoli presidia i pali, protetto dalle “Colonne d’Ercole” rossoblù Pagotto e Ricci, terzini bloccati per tallonare le ali avversarie.

Dal racconto epico della partita emerge limpido il controllo di Michele Andreolo: è lui il centromediano, il perno che trasforma ogni recupero in una controffensiva.

Elegante e fiero, governa la manovra con geometrie assolute: esalta il cronista e lancia all’attacco il quintetto rossoblù, garantendo al contempo un equilibrio difensivo d’altri tempi.

Ai suoi fianchi, i mediani Maini e Corsini corrono per tre, coprendo le fasce e “facendo legna”, mentre le mezzali Sansone e Fedullo tessono la tela per il tridente finale.

“Testina d’Oro” e la vittoria

D’improvviso, la voce narrante si storce per l’entusiasmo.

Sulla fascia destra danza Amedeo Biavati: il suo “passo doppio” è un’evoluzione tale che vi incespicano persino le parole.

La palla si alza nel cielo di Roma, sferzata col vigore tipico dei “cross all’italiana”, molto distanti dai ricami rasoterra sudamericani.

È una parabola perfetta che incrocia il suo destino in area, dove svetta Héctor Puricelli Señá che la insacca con un’incornata imperiosa.

C’è una grazia ancestrale nel suo modo di sfidare la gravità; lo chiamano ‘Testina d’Oro’ perché il suo colpo di fronte è una sentenza.

Questo è il 19° gol stagionale per l’uruguaiano, il 9° di testa. Un’ironia del destino: proprio lui, che prima di vestire il rossoblù, in Uruguay non aveva mai segnato di testa. Mai.

Mentre il segnale torna a farsi ovattato e la radio principia a pigolare il suo canto solitario, l’odore del legno imprime la leggenda nei muri e nei tessuti di casa, oltre che nella memoria: eccolo, è il Bologna che “tremare il mondo fa”.

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