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Lewis Ferguson: «Bologna è casa mia: almeno un altro anno voglio restare qui»

Lewis Ferguson ha rilasciato una lunga intervista. Tanti i temi trattati: il suo rapporto con squadra e città, il ruolo in campo e da capitano

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Lewis Ferguson in azione con la terza maglia del Bologna (© Damiano Fiorentini)
Lewis Ferguson in azione con la terza maglia del Bologna (© Damiano Fiorentini)

Lewis Ferguson ha rilasciato una lunga intervista a Matteo Dalla Vite, apparsa quest’oggi nell’edizione odierna de la Gazzetta dello Sport. Il capitano rossoblù ha risposto a molte domande, da cui sono fuoriuscite suggestioni ed emozioni. Il giornalista inizia la lunga sequenza di interrogativi, riportando le parole di Ferguson arrivate prima dello scorso Mondiale: lo scozzese aveva detto di esser rimasto a Bologna per riconoscenza. «Avevo sondaggi, ma volevo capire bene cosa fare della mia vita. Poi ho pensato: Bologna mi ha dato tanto. Oltre a questo, la Champions, la Coppa Italia vinta e alzata da capitano, l’Europa League che se non avessimo incontrato l’Aston Villa saremmo arrivati in finale. Mi sono preso il mio tempo e poi ho detto solo quattro parole: Bologna è casa mia. E almeno un altro anno voglio restare qui».

Ferguson, cuore rossoblù oltre gli ostacoli

Le statistiche del centrocampista scozzese sono impressionanti: primo in Serie A per distanza percorsa con 102,6 km (quarto in Europa), primo per minuti di gioco (974′) tra i giocatori di movimento e Ferguson guarda tutti dall’alto anche nel reparto di competenza, quello del centrocampo, per passaggi completati, tocchi, passaggi totali, recuperi e duelli vinti. In un Bologna-Monza (aprile 2024) subì un terribile infortunio: adesso il cerchio, dopo la vittoria di sabato scorso, in qualche modo si chiude? «Quell’infortunio fu tosto. Ho anche pensato se sarei tornato quello di un tempo. L’anno scorso ho avuto problemi che succedono, muscolari. Ma oggi sto bene e mi piace quello che faccio. Stare al centro di tutto mi esalta. Io e Tommy (Pobega n.d.r.) ci troviamo bene: c’è equilibrio, e siccome anche lui vuole andare avanti per natura, beh, ci alterniamo».

Ferguson racconta anche del suo rapporto attuale con la città e il club e l’impatto avuto con Raffaele Palladino. «Non sto certo a pensare quanto resterò, ma sicuramente penso a come resto. Bologna è casa dal primo giorno, lo ripeto, e qui sto da dio. Palladino ha il fuoco, anche dell’ambizione. Così come noi. E quel fuoco ce l’ha riacceso. Con Tedesco nei primi giorni di ritiro dissi ai ragazzi che si trattava di un allenatore moderno, ‘top’. Poi la scintilla non si è accesa. Palladino ci ha portato entusiasmo: possiamo e dobbiamo migliorare nelle fasi di gioco e nel gestire il gioco».

Il ruolo da capitano

«Da scozzese, avere la fascia di una squadra italiana , del Bologna, è un orgoglio enorme. Qui siamo un ‘team’ di capitani. Ci sono io, c’è Orsolini e c’è il capitano dei capitani, Lollo De Silvestri: è mostruoso per quanto appassionato. Per come è, diventa un esempio. Organizza, gestisce, parla, aiuta. Che tipo di capitano sono? Di quelli che davanti ad Andrew Robertson tacciono e imparano. Lui è un’icona della Scozia, alla prossima gara farà il record di presenze in nazionale: oltre la leggenda Dalglish. Per quel che mi riguarda non sono uno che urla nello spogliatoio. Io nella mia vita non ho mai avuto i brividi. Sempre equilibrio, anche poco prima di andare a vincere la Coppa Italia. Ecco: davanti all’inno della Scozia, prima di affrontare Haiti, con la mia famiglia in tribuna, ho avvertito i brividi. Prima volta nella vita. Mi sono rivisto per strada a giocare a pallone. Lo auguro a qualunque bambino del mondo».

La Scozia è una presenza indelebile e fortissima nell’animo del capitano rossoblù. Suo padre e suo zio, rispettivamente Derek Ferguson e Barry Ferguson, sono leggende dei Rangers di Glasgow. Il club scozzese ha ripetutamente cercato di riportare a casa il figliol prodigo. «Diciamo che prima o poi ci andrò, un giorno so che succederà. Il resto è oggi. A Bologna ho avuto 5 allenatori e il primo fu Sinisa. In fondo non sono riuscito a conoscerlo bene, ma lo conoscevo strabene da cosa insegnava, dai racconti e da come parlavano di lui. Mi ha insegnato a non mollare mai, in campo e nella vita. Ho ripensato a lui dopo l’infortunio. Dei giovani del Bologna mi piace Libra. Lo si vede da come riceve la palla, da come gioca a testa alta, ha personalità. Bravo ragazzo».

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